Trilobiti

 

Non importa: improvvisamente, Breece D’J Pancake diventa “uno che conosco”, che dà voce a immagini che credevo perdute o inesistenti: si compie quel misterioso processo di immedesimazione che ha casa nella scrittura ed è lambito dall’illusione. I dodici racconti sono ambientati nelle zone rurali del West Virginia, nella desolata regione dei monti Appalachi, fra foreste e miniere, là dove l’Autore crebbe, in una famiglia piccolo borghese. L’ambiente parla attraverso il proprio Esser-ci, da un tempo indefinito, indifferente, ma mobile.Sembra di assistere alla lenta successione di collisioni e separazioni di quelle immense porzioni della crosta terrestre che diedero origine al paesaggio. Pancake aderisce alla natura, si fonde con essa, parla “da dentro” l’opossum (cfr.59), distingue il colore dei vapori della pioggia sull’asfalto. Il contrasto con l’assenza di futuro, sorda, dei personaggi, urla. Nelle brevi storie circolano emozioni da noir, crudeli, non crude, forse per uno spessore etico, continuamente trovato e nuovamente smarrito, che però non dà alcun senso di pacificazione, anzi, acuisce la tensione narrativa e la esaspera.

La scrittura è fresca e insieme sapiente. Spazio e Tempo dominano la narrazione. I trilobiti erano piccoli organismi marini, simili a gamberetti, che si sono estinti duecento milioni di anni fa. A mano a mano che il loro corpo, diviso in tre lobi, cresceva, si liberava dello scheletro esterno come di un abito stretto. Ciò che è giunto fino a noi, sotto forma di fossili, sono le corazze abbandonate. Se ne trovano, appunto, anche nel West Virginia. I fossili evocano un tempo infinitamente lungo, che con un cambio repentino viene sostituito da un tempo infinitamente breve. Lo Spazio sembra racchiudere tutta quanta la vita; il Tempo è espanso solo se fuso con lo Spazio, altrimenti sembra puntiforme, inconsistente: “In un attacco di crudeltà, portò in fretta il fucile alla spalla e fece fuoco” (183). Questa frase mi scuote e mi sorprendo a sfogliare febbrilmente l’ Introduzione (di G. Papi). Lì trovo che l’A. si è suicidato nel ’79, a ventisei anni, sparandosi con un fucile. Era ubriaco, era la domenica delle Palme. Da quanto leggo, mi faccio l’idea che si fosse aggrappato agli impegni, all’insegnamento universitario, a una vaga religiosità, all’alcool, con la stessa probabilità di sopravvivere che avrebbe avuto se si fosse aggrappato al filo d’erba, alla canna da zucchero con la ruggine, al ramo secco dei suoi racconti. Lui: la tartaruga catturata, lo scoiattolo scuoiato, il trilobite estinto.

Dicono che regalasse agli sconosciuti i suoi racconti. Forse non ce ne sono più e non ne leggeremo altri, se non questi dodici che testimoniano, con la loro disomogeneità, che Pancake non ha regalato a se stesso neppure il tempo di rivederli. 

A cura di Nelly Cappelli