Un clandestino a bordo

Dacia Maraini
Un clandestino a bordo. Rizzoli Editore, Milano 1996

Commento a cura di Gabriella Giustino

“Che ci fai tu al mondo? Chiese nel
profondo del suo cuore alla creatura
dal viso grinzoso che vagiva sommessamente…
che farai al mondo senza madre e padre,
cosa farò io con te?”

A. Schnitzler

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Riflessioni profonde quelle di Dacia Maraini, donna sensibile e forte da sempre impegnata a contribuire con letture acute ed originali all’esplorazione del mondo femminile. Il piccolo (grande) libro che commento qui brevemente  si apre con una lettera  sull’aborto scritta dall’autrice ad Enzo Siciliano. In uno stato di reverie, sospesa tra sonno e veglia,  la scrittrice si lascia andare a libere associazioni sul tema.

Partendo dall’ esperienza personale e dolorosa di un aborto spontaneo  che ha traumaticamente interrotto la sua felice attesa dell’incontro con l’altro, Maraini rievoca il famoso romanzo di Conrad a cui s’ispira il titolo.

Come il capitano di Conrad intravede nell’acqua marina il guizzare argenteo di un corpo sconosciuto, così l’autrice sogna di vedere il bagliore vitale del piccolo  nel suo ventre: un altro-clandestino che la donna (come il capitano del romanzo) accoglie in segreto sulla sua nave-ventre.

Un altro: diverso ma uguale, sosia sconosciuto, gemello immaginario indivisibile. Tale è la potenza dei sentimenti che questo intimo segreto rapporto produce nell’autrice che “quasi” lo vorrebbe seguire nel suo negarsi alla vita,  attaccato com’è cocciutamente al suo ventre nonostante sia già morto. Da questa profonda riflessione autobiografica si dipanano pensieri sull’aborto volontario, conquista e dannazione della donna delle società “evolute”.

Conquista perché pone fine al massacro degli aborti auto procurati;  dannazione perché perpetua in modo civilizzato l’uso e l’abuso strisciante del corpo femminile. Aborto attivo ma anche passivo, dice Maraini: “si può volere la liberazione del proprio ventre  da un intruso e si può volere disperatamente che l’intruso rimanga con noi”.

Nel racconto che segue ( intitolato “Corpo a corpo”) l’autrice sviluppa il tema delicato e complesso del corpo femminile sempre in primo piano e necessariamente legato alle vicende della sessualità, della fertilità e della maternità.

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Corpo femminile violato,  venduto, spesso  asservito ai dettami di una società ancora prevalentemente patriarcale.

Le “matres matutae” reperti archeologici inquietanti  degli idoli della Madre Terra  esibiscono i loro numerosi bambini  a testimonianza della potenza simbolica della fertilità femminile, un potere pericoloso.

Il mito di Oreste metaforicamente segna il passaggio dalla cultura delle madri a quella dei padri. Oreste, nei misteri Eleusini  di Eschilo, perseguitato dalle Furie (protettrici delle donne), ha commesso un reato considerato sacrilegio imperdonabile nelle società antiche: ha ucciso sua madre. Il tribunale degli dei, in cui l’unica donna è Atena che però nacque dalla testa di Zeus e non conosce il ventre materno,   assolve il matricida in quanto non ha violato il sacro principio della vita  ma, uccidendo sua madre, ha solo infranto “un vaso “. Il ventre materno è ridotto  ad un contenitore corporeo passivo del seme fertile maschile.

E’ forse questa  passività, si chiede l’autrice, questa concezione (tutta maschile) del corpo e della mente femminile come contenitore inerte  ad essere all’origine di tante violenze e mutilazioni femminili?

Oppure è la difficoltà di distinguere il dolore dal piacere che ha radici lontane nel corpo ferito e sanguinante della donna?

E, infine, le figlie ideali di quei padri che incitano solo al linguaggio della seduzione  non sono forse il presupposto di quella perfezione estetica tanto agognata dalla donna stessa spesso a danno di qualità interiori non valorizzate? E’ l’idea della perfezione, conclude l’autrice, che tormenta,  guasta i rapporti che ogni donna ha con il proprio corpo e spesso impedisce al  corpo femminile di essere un corpo felice.   

8 marzo 2014