Una psicoanalista a Teheran

Una psicoanalista a Teheran, Raffaello Cortina, Milano, 2013 

Recensione a cura di D. Scotto di Fasano

Homayounpour scrive che “il dolore è dolore” (12) ovunque, ad affermare che non rileva sostanziali differenze nel praticare la psicoanalisi a Boston, dove l’ha fatto per anni, o a Teheran, dove la pratica ora. Anzi, trova che la delusione che accompagna l’ascolto delle sue relazioni cliniche all’estero abbia a che fare con aspettative stereotipate degli occidentali rispetto all’esotismo orientale, iraniano in particolare, nei cui confronti nutriamo un ‘rifiuto affascinato’ (7). Non posso che concordare: l’autrice, citando l’ammirazione di Slavoj Žižek per i film di Abbas Kiarostami dovuta al fatto che il regista mostra conflitti universali e non immagini della quotidianità iraniana, dichiara: “Ed è la mia stessa scuola di pensiero” (5).  Solo che poi, quasi all’insaputa di lei stessa, nel libro emergono differenze importanti nella pratica analitica, dovute sia al tipo di pazienti sia al contatto ravvicinato dell’analista con vicende che, silenti all’estero, la colgono alla sprovvista a Teheran, condizionandone l’assetto emotivo.
Per quanto concerne i pazienti, e pensando alla domanda posta da Green “Has sexuality anything to do with psychoanalysis?”, dal momento che in Occidente ci si chiede “Dove sono scomparsi i casi di isteria?”, “Sui nostri lettini si sdraiano ancora pazienti nevrotici?”, Homayounpour osserva: “Le mie osservazioni cliniche […] potrebbero offrire una risposta all’interrogativo di green. A Teheran ho trovato la sessualità. Qui, oggi la sessualità è ancora la stessa di Freud. Fin dall’inizio, il mio lettino ha accolto un buon numero di bei vecchi casi di isteria e altre nevrosi”(122-124). In effetti, i fondamenti culturali della tradizione iraniana fanno sì che la sessualità sia, come nella Vienna di fine Ottocento, oggetto di tabù e di rimozione molto più che nelle culture occidentali. Ma Homayounpour, nel considerare tali condizioni contestuali, si stupisce della franchezza e della disponibilità di cui danno prova i pazienti nel parlare apertamente di materie sessuali. E il lettore si stupisce che lei si stupisca, dal momento che è al tabù che, in Iran come nella Vienna di fine Ottocento, si deve l’espressione del disagio nella forma dell’isteria…
C’è poi la straordinaria esperienza dell’‘inquietante estraneità’ (7) che l’autrice fa in rapporto a se stessa, colta di sorpresa dai propri cambiamenti interni, che ne boicottano la data per scontata identità professionale. Intanto, un primo elemento significativo determina un grosso cambiamento. “A Teheran, non ho bisogno di partecipare a giochi politici di alcun tipo. Ironia vuole che tale privilegio mi sia concesso in un paese che, in questo momento storico, è uno dei più politicizzati al mondo. Un paese universalmente stigmatizzato per le violazioni dei diritti umani, l’assenza di democrazia, le ambizioni nucleari, la negazione della libertà di parola. A Teheran, in uno dei paesi più controversi al mondo,i miei diritti di psicoanalista sono stati tutelati più di quanto lo sarebbero stati altrove. Paradossalmente, ho conquistato il mio posto e mi sono state risparmiate le macchinazioni che, in questi ultimi tempi, i laureati di qualsiasi istituto psicoanalitico sono costretti a sopportare nel resto del mondo” (16). Il che la costringe a riflettere (offrendo tale opportunità di riflessione anche a noi che leggiamo) su alcuni paradossi: nei luoghi della libertà, quello delle macchinazioni istituzionali che minano l’autonomia e la creatività de “i laureati di qualsiasi istituto psicoanalitico”; quello dello scoprire che mutiamo, e con noi il nostro background formativo, in funzione del contesto: “In tutta la mia carriera di psicoanalista, non ho mai avuto difficoltà a rifiutare e “interrogare” doni e lettere dei pazienti o le loro richieste di guardare fotografie, ecc […] sempre fedele alla necessità di capire quale fosse il significato che si nascondeva dietro quel gesto […] In Iran, l’altro giorno, mi sono ritrovata incapace di rifiutare una scatola di dolci che mi aveva portato un’anziana paziente. Inoltre, qui mi sento molto più a disagio nel parlare della mia parcella o quando invito i pazienti a prendere posto sul lettino o devo dire loro che il tempo della seduta è giunto a termine” (83-84).
Prosegue, rispetto al rapporto con i suoi connazionali: “A Teheran, mi è più facile identificarmi con ogni cosa e ogni persona; ne segue una fatica emotiva molto maggiore in tutte le situazioni, così anche con i pazienti.” (97,98sgg) “Eppure, nel mezzo di quel gran caos, a cui i miei libri di testo e tutta la teoria del mondo non sono stati in grado di prepararmi […] io li amo. Provo compassione e un irresistibile senso di pietà. Ho la sensazione che il mio posto sia qui con loro, come se mi stessero insegnando a essere una psicoanalista […] che funziona anche senza lettino” (112): o con lei sul lettino e la paziente sulla sua poltrona, esilarante episodio a pagina 17.
Si tratta di paradossi a mio parere straordinariamente preziosi, che ci invitano a non dimenticare mai che non siamo mai definitivamente ‘approdati’: né a una terra (la metafora in tal senso è quella di Ulisse) né a un’identità definitiva. Continuamente esposta alla perturbante esperienza di uno sguardo ‘ora faro ora mare’ (Beckett), Homayounpour, iraniana cresciuta all’estero, ci offre la continua testimonianza della ricchezza e della plasticità inesauribili dello strumento psicoanalitico. Con la “paziente ideale” si ritrova, nel corso del primo colloquio di consultazione, seduta sul lettino mentre la paziente è sulla sua poltrona. Eppure, in tale ‘inquietante alterità’, paziente e analista lavorano sui sogni, sperimentano, “uno scambio di battute molto intimo”, che obbligano l’analista a lavorare sul proprio controtransfert, utilizzando il ‘terzo orecchio’ per ascoltarsi ascoltare. E non a caso, nelle pagine seguenti, con Borges, “Una terza tigre cercheremo. Questa/ sarà come le altre una forma/ del mio sogno, un sistema di parole/ umane e non la tigre vertebrata/ che, al di là delle mitologie,/ calpesta la terra. Lo so bene, ma qualcosa/ mi impone quest’avventura indefinita,/ insensata e antica, e persevero/ nel cercare lungo il tempo della sera/ l’altra tigre” (26).
Non è possibile in poche righe dar conto delle molte ragioni per le quali vale la pena seguire Homayounpour nelle pagine di questo suo libro. Ne ricordo alcune. La pesantezza dell’essere – insostenibile a Teheran – versus la leggerezza: quella dell’amatissimo romanzo di Milan Kundera, tradotto in lingua farsi dal padre dell’autrice. Pesantezza versus leggerezza che Homayounpour connette alla complesso rapporto di Eros  e Thanatos (29; 64). La riflessione sul ‘rifiuto affascinato’ (3) che noi occidentali opponiamo all’orientale, iraniano in particolare, al quale chiediamo, forse inconsapevolmente, un esotismo eccitante. Il concetto intrigante, tutto da dipanare e, a mio parere, da approfondire, di “maternage competente” delle “madri che amano con violenza” (94-95). Gli aspetti toccanti di alcuni pazienti sollecitati in modo inquietante dalla realtà contestuale asfittica e pesante: la ragazza di ventiquattro anni che ha perso “l’unica cosa che nessuna donna dovrebbe mai perdere”, e per questo deve abbandonare la casa dei suoi genitori : “Non merito di mangiare ancora il loro pane. Non merito più la loro bontà” (113). Il camionista molto macho che vuole capire meglio se stesso. E Homayounpour che si vergogna di stupirsi che “uno come lui” possa desiderare di conoscersi meglio… e che abbia paura del buio… e che chieda all’analista di ‘guarirgli l’anima’… (114) In contatto con i propri, fino al suo ritorno a Teheran ignoti, “giudizi di valore”, Homayounpour si addentra con il lettore in una “presa di coscienza – scoprire che non si appartiene nemmeno al luogo a cui si presume di appartenere – una delle disillusioni più dolorose di cui facciamo esperienza” (47).
Compagni di viaggio: il grande regista iraniano Abbas Kiarostami, che firma la Prefazione, e l’analista che della passione del conoscere ha fatto la propria cifra, Lorena Preta, che scrive la Postfazione.
Kiarostami, come Homayounpour, si sforza di non essere un “osservatore provinciale” e di abbandonare “il rifugio sicuro dei luoghi comuni”: le mele cadono sotto lo sguardo dell’uomo da che mondo è mondo, ma “bisogna essere un po’ folli per porsi delle domande sulle mele che cadono” (Chasseguet-Smirgel, 2002, 7). Niente di più psicoanalitico… E infatti, con Lorena Preta, l’accento è posto proprio sulla domanda centrale nel libro di Homayounpour: “Cosa significa fare l’analista?”. E cosa significa farlo nello specifico modo in cui lo fa Homayounpour? “Per l’autrice, questo metodo è l’occasione per tracciare una specie di diario di bordo mediante il quale seguire la sua vicenda personale, il ritorno al suo paese d’origine, la sua doppia formazione, il suo poliglottismo”.
Insomma, un libro che va vissuto oltre che letto, come un’esperienza trasformativa che obbliga il lettore a mettersi in gioco come persona, innanzitutto: emotivamente, intellettualmente. Come dice Preta, con passione.
Unico ‘rimprovero’: la totale assenza di riferimenti bibliografici. 

Bibliografia

Chasseguet Smirgel, 2002, Prefazione, in Quinodoz D., 2002, Le parole che toccano, Borla, Roma, 2004.