Una stagione all’’inferno

Sandro Panizza (2008)

Donne perdute nei chiostri di un manicomio giudiziario

Torino, AntigoneEdizioni, pagine 190, euro 15.00

Una sera dello scorso mese di giugno, poco prima dell’inizio di un gruppo di studio sull’intersoggettività che ci impegna da qualche mese, Sandro Panizza ha iniziato a togliere gli involucri di cellophane da qualche pila di libri e ha regalato a tutti noi una copia del suo libro.

Avevo visto in libreria questo accattivante libretto e mi aveva incuriosito assai. Ho quindi gradito particolarmente il pensiero, ma mi ha anche fatto nascere delle domande.

In realtà devo confessare che da qualche tempo sono anche assai incuriosito dal suo autore…Un po’ misterioso, un po’ anonimo, ordinario ma speciale, due baffi simpatici, uno sguardo buono, l’aria tranquilla, ma acuta, un po’ c’era, un po’ no…Sapevo di lui alcune cose, altre le immaginavo. Mi aveva colpito, in particolare, la sua scelta di andare a vivere in un luogo che io amo molto, a pochi minuti dalla mia casa di campagna, ambito di svago, lavoro, futuro, ecc.

Un po’ c’era…un po’ no…chissà dove stava, da dove veniva, dove voleva andare…

Qualcuno potrebbe chiedersi perché iniziare in modo così personale una riflessione su di un libro. In realtà la ragione è molto semplice: il libro di cui voglio parlare è estremamente personale e, al contempo, se no non avrebbe senso parlarne,assolutamente generale. Non è un diario, insomma, ma contemporaneamente è il resoconto di un’esperienza che da individuale assume rapidamente un carattere universale. Racconta di percezioni e sensazioni quasi intime, ma ci dice e cifa sentire e capire molto su cose che sono in realtà ben più condivisibili di quanto si possa pensare. Termina anche con delle riflessioni abbastanza impegnative sul senso del nostro lavoro.

Il regalo del libro, comunque, era capitato proprio in un momento propizio. Nessun impegno, nessun libro iniziato, nessuna cosa da scrivere. Voglia di svago, ma anche di impegno,perché non leggerlo subito?

Così è iniziata una lettura rapida, rubata agli spazi tra un paziente e l’altro, tra un week end ed un impegno. Intensa, piacevole, avvincente, emozionante. A me è sembrato spesso di trovarmi dentro la trama di un romanzo, intrigante e appassionante, del quale volevo sapere con impazienza la fine.

A tratti il libro mi ha riportato a lontane letture, agli albori della mia passione per la psichiatria e la psicoanalisi. Mi è venuto in mente Mario Tobino di “Le libere donne di Magliano” e “Per le antiche scale”, Ottiero Ottieri di “Contessa” e “L’infermiera di Pisa”, la capacità di raccontare e raccontarsi per vignette illuminanti e fulminanti. Mi piace come scrive l’autore, ma credo di aver compreso la sua disperazione quando ha visto scomparire quasi sotto gli occhiil manoscritto della Dottoressa Ackerman, cinquanta fogli ricchi delle descrizioni “cliniche” e “diagnostiche” di operatori e pazienti. Forse quello sarebbe stato il vero libro da pubblicare, il manoscritto o canovaccio sul quale costruire il  “proprio”  libro sull’oppiggi, come lui lo chiama.

Qualche mese fa, l’estate scorsa,  ho dovuto consigliare accoratamente il ricovero ad una mia paziente trentenne a grave rischio suicidario. Alle dimissioni, dopo 20 giorni trascorsi in un Reparto di Diagnosi e Cura di un Ospedale milanese, mi ha consegnato uno straordinario dattiloscritto (i tempi e le risorse si evolvono, anche tra i pazienti…) con la descrizione accurata e fulminante delle dinamiche e dei personaggi incontrati in quei giorni di ricovero. Sarebbe da pubblicare!

Ecco perché ho capito la sua disperazione.

Torno al personale, quindi, al “mio” personale.

Chiunque abbia fatto lo psichiatra per un pezzo della propria vita ha probabilmente frequentato dei reparti psichiatrici, sia i cosiddetti manicomi, sia i Servizi per Diagnosi e Cura. Se lo ha fatto, al di là delle fatiche e delle frustrazioni, sa anche quanta esperienza umana e quanta ricchezza interiore e professionale si sia portato a casa. I racconti di Sandro Panizza mi hanno fatto riprovare la nostalgia per quella stagione della mia vita. Noi a volte parliamo di ricerca, spesso a vanvera. Io penso che dentro le stanze più o meno maleodoranti dei reparti psichiatrici molti hanno avuto la fortuna e la sfrontatezza di “provare” ad usare nuove modalità di relazione e nuovi utilizzi di se stessi come parziali oggetti terapeutici. Quante novità, quante prove…

Ogni tanto, a tal proposito, mi torna in mente Anna, una orgogliosa e malandata ragazza siciliana che oscillava tra gravissime depressioni e ideazioni deliranti minacciose e cosmiche. Tra l’una e l’altra il risultato era sempre lo stesso: Anna non migliorava e, non lavandosi mai, lei bella come una Madonna di Antonello da Messina, puzzava sempre di più. Andare nella sua stanza per i colloqui era rischioso per la nostra salute. Farla venire in studio, che era poi la scelta meno peggio,comprometteva l’utilizzazione dello stesso per qualche ora. D’estate era più facile, si spalancavano le finestre. D’inverno la questione diventava più complessa. Un giorno, esasperato, le dissi con accorata partecipazione mentre spalancavo il più possibile la porta finestra: “Anna, se oggi non si lava, domani le porto la palla musicale (per chi non lo sa era una palla di plastica della Chicco che galleggiando nell’acqua produceva dei suoni musicali) che usa mia figlia nel bagnetto e vediamo se così le diventa più facile lavarsi!”. Nessuno ci può credere, nemmeno io allora, ma il giorno dopo Anna si presentò al colloquio lavata, profumata e con i lunghi capelli nero corvino sciolti sulle spalle. La palla musicale rimase a disposizione di mia figlia. Anna vive e lavora, seppure protetta, a Milano.

Ecco, questo, fra le tante cose,è quello che il libro mi ha fatto pensare. L’OPG non è semplicemente un’istituzione, è l’Istituzione per eccellenza. Non c’è scelta, non c’è contratto terapeutico, non c’è via d’uscita, non c’è libertà. Ci sono tutte le premesse per poter affermare che non c’è nulla di psicoanalitico che possa essere salvato, recuperato o sperimentato in quel luogo. Ma se la psicoanalisi, come io credo, è soprattutto ricerca e sperimentazione, è il tentativo di spostare il confine un po’ più in là, allora io credo che quello che leggiamo ci fa sentire profondamente l’autentico spirito psicoanalitico dell’esperienza. L’innovazione, in primo luogo.

Sandro Panizza sa fare psicoanalisi e sa giocare. Lo sa fare con le parole, lo sa fare con lo spirito, lo sa fare con l’ironia e, soprattutto, con l’autoironia. Ma lo sa fare con estrema serietà, con la serietà e l’applicazione che merita ogni gioco. Bastav edere come ogni bambino si applichi con estrema dedizione ai suoi giochi per capire quanto un gioco sia una cosa estremamente seria.

Nella sua stagione all’inferno, egli ci mostra come sia possibile giocare con grande capacità nelle situazioni più serie ed impegnative, siano un OPG, le istituzioni, le società psicoanalitiche, o altro ancora. Il tutto ci appare come un’illuminante metafora della vita stessa.

A questa metafora posso aggiungere quella del tempo. Sandro Panizza ha definito il suo passaggio in OPG come una “stagione all’inferno”. Le stagioni durano tre mesi, iniziano e finiscono. Così sembra essere per le esperienze, specie per quelle estreme. Il libro è profondamente segnato dalla temporalità, a mio avviso. Ci sono corsi e ricorsi, ci sono primi e successivi passaggi. Si avverte un senso di attenzione al passare del tempo, tra attese e timori. È curioso come i minuti che mancano alla partenza dall’OPG facciano venire in mente le attese di un condannato a morte. È vero che viene da condividere fino in fondo l’autore quando afferma che un operatore deve rimanere dentro ad un’esperienza come questa solo “per il tempo giusto”. Forse è legittimo e comprensibile pensare che anche un poco di dispiacere ci fosse nel momento del distacco.

Man mano che leggevo il libro, mi è sembrato anche di scoprire sempre di più il misterioso collega, di trovarmelo più vicino, forse di capire il perché di un certo mio interesse e curiosità. Una mia paziente gravemente psicotica mi diceva sempre, per spiegarsi perché continuasse a frequentarmi, “chi si somiglia, si piglia…”.

Ho trovato nelle pieghe del racconto delle tracce di vicinanze arcaiche, tra la passione per il ping-pong, il tifo per l’Inter, l’amore e l’utilizzo del cinema, e altro ancora. Anche un lontano incontro professionale con la psicologa metropolitana.

Ora mi sembra di immaginarlo, quasi lo vedo, mentre nella sua casa sul lago scruta l’orizzonte, guarda la bruma invernale, sorride alla “psicologa metropolitana” e scrive.

All’inizio, per spiegare alcune delle ragioni che l’hanno portato dentro l’OPG, l’autore fa riferimento a “sette anni di disgrazie”. È quella che qualcuno, con termini ben più coloriti, può chiamare “sfiga”. Io credo che in questo caso venga invece applicata alla lettera l’affermazione che fa da titolo all’ultimo libro di Mario Calabresi “La fortuna non esiste”. Infatti, tutto il racconto del modo con il quale l’esperienza viene vissuta e narrata fa pensare esattamente alla capacità di cogliere le occasioni che si incontrano per farle diventare opportunità.Artefici della propria fortuna, insomma.

Cercare di capire cosa è successo e cosa succede nella mente di chi ha commesso un reato “inspiegabile” è la sfida per eccellenza alla capacità psicoanalitica di comprendere l’esperienza umana. Il libro mi è capitato tra le mani proprio in un periodo nel quale sto leggendo e rileggendo, pensando e riflettendo sulla Perizia Psicologica su Erika e Omar…sul mistero.

Chissà, forse l’oppiggi è metaforicamente il luogo nel quale Sandro Panizza era andato a rifugiarsi prima di tornare tra noi. Bentornato, quindi. E grazie per averci regalato questo libro!

 

Pietro Roberto Goisis