Vendo Vento

Per me è stato importante in questo tempo fiutare l’aria intorno a queste poesie, il vento che le porta, elemento a cui la raccolta è intitolata. Non credo che questo sia un caso.

 

Per introdurre la poesia di Gilberto Sacerdoti occorre attendere l’alito di vento giusto, un incipit sintonico, poiché trovo la sua poesia profondamente “meteoropatica”.  

 

Da questa singolare affezione, mi sembra trarre la sua ispirazione, non solo perché ci parla di sole, pioggia, cielo, dei mesi che cambiano le stagioni, del vento e del mare, ma anche perché ogni oggetto si ritrova impregnato della luce cangiante di queste atmosfere ed acquisisce una tonalità propria dell’aria che lo attraversa e lo avvolge.

 

La “propensione adamitica a nominar le cose” (22), diventa perciò una ricerca, un’apertura ad una potenziale riscoperta delle cose stesse in base all’umore che le attraversa e che attraversa l’uomo, che ne fa parte. E’così che l’umore stesso diventa fonte fecondante e creativa ed anche liquido amniotico che avvolge la realtà rendendola interiore. Ogni oggetto, ogni suono, perfino il “bestialissimo e anche umano” verso del gabbiano, o “l’enorme scampanio” del bronzo, il passero che “canta, schitta e vola via”(20), l’acquerugiola che “resta un po’ nuvola” (21), risulta febbrilmente affetto da questo pathos umorale. Ecco dunque che dal luogo minimo di un “porfido rovente” si assurge all’universale ed imprevedibile cielo d’agosto. Da “l’afa irrancidita”, direi tipicamente veneziana, si passa al sollievo senza dubbio universale dello “scroscio mirabile” che rigenera “l’esausto cosmo” di settembre (25).

 

Questo umore inconsapevole delle cose è, nella poesia di Gilberto Sacerdoti, temperatura di vita ed anche gioco ironico a vivere la propria assurda condizione umana e cosmica.

 

Il poeta sta lì, in questa posizione scomoda ed interrogativa, con la sua silente febbre:

 

“A sinistra un bronzo enorme,

 

a destra un cinguettio,

 

in mezzo io.” (20)

 

Guarda alle cose, ci guarda e si guarda con uno stupore candido.

 

Un’immagine così profondamente seria nel suo interrogativo esistenziale da farci sorridere ed amare ancora una volta la poesia che permette, in un solo verso, l’espressione di tutto ciò.

 

Dopo tale lettura si può davvero dire che il poeta potrà essere bandito dalla res-pubblica, ma non può che ritrovarsi sempre più intensamente connaturato nella nostra più intima res-privata.

 

Patrizia Paiola