XY

Sandro Veronesi (2010)

XY

Fandango edizioni, pag. 394

 

                                                                     Sistema a tre incognite: X, Y, B (Bion o Boito?)

 

Cominciamo dal titolo. Che significa? Neanche l’Autore lo sa. In un’intervista apparsa su La Repubblica, Veronesi spiegava che si trattava di un titolo inutilizzato per un libro di Baricco. Gli era piaciuto tanto da prenderlo per il proprio. Seconda domanda. Che senso e valore ha questo libro? Seguirò due linee di direzione. Quella letteraria, innanzitutto. Poi quella intrigante mescolanza di riferimenti alla psicoanalisi.

 

Veronesi tenta un’operazione di sconfinamento dei generi, un’audace mescolanza delle categorie letterarie. Il plot centrale sembra costruito come un noir.  No, anzi come un mistery. No, anzi, meglio, come un supernatural mistery. Intrecciato – ingannevolmente – con fili di thriller, con vitigni di political conspiracy, o con tralci di sentimental tragedy. Una strage misteriosa ed indecifrabile. Collocata nella realtà geografica di una remota ed isolata zona del Trentino. Anche se i conti con la realtà non tornano. Come può una cicatrice cutanea riaprirsi e sanguinare quindici anni dopo? E come può un albero essere intriso dal sangue di una decina di persone, morte tutte insieme, nello stesso istante, di morti diversissime? Un prete ed una psichiatra-psicoanalista sono le due voci narranti che si alternano, e due personaggi che si incontreranno finalmente a metà trama. La giovane psichiatra non è certo reticente sulle storie della sua vita, ed anima una sottotrama che coniuga il suo ‘romanzo’ sentimentale ed il suo ‘romanzo’ di formazione psicoanalitica. Si diceva mescolanza dei generi. Ma ci sono da rispettare alcune regole fondamentali per il lettore. Anche i generi del noir e del mistery devono essere essenzialmente onesti con chi legge. Su questo Raymond Chandler ha scritto qualcosa di molto chiaro. I fatti, se appartengono ad una certa realtà, devono essere dichiarati in modo onesto e trasparente, ed essere mantenuti in quell’ambito di realtà scelta, per potere indurre il lettore a (provarci a) lavorare con le proprie capacità riflessive. Il lettore non deve essere naturalmente al corrente di tutti gli elementi della trama, altrimenti non ci sarebbe coinvolgimento nella sorpresa finale. Ma non deve neanche essere preso in giro nascondendogli che sotto l’apparente collezione degli indizi realistici, ci sia in verità, una trama di eventi completamente al di fuori del genere di informazioni che gli sono state fornite.  Non può esserci molto scarto tra il genere di logica in cui il lettore viene attirato, e una differente logica per il finale. Il lettore deve poter essere trascinato dal piacere di effettuare le sue deduzioni, per cimentarsi nella soluzione del plot, anche se, evidentemente, la soluzione finale deve giungere inaspettata. Inaspettata, ma non del tutto fuori dall’orizzonte del mondo scelto. L’operazione di attrazione e coinvolgimento del lettore sono una forma di gioco, che tuttavia non può avere grossolane violazioni delle regole. Va bene che l’attenzione di chi legge deve essere attratta verso fatti o nessi ingannevoli, perché ci sia una sorprendente uscita finale, ma neanche deve essere aggirata con ‘cose dell’altro mondo’ (qui, nel libro: letteralmente ‘dell’altro mondo’).

 

La disonestà dell’Autore sta nel tradire le aspettative e nel giungere a delle conclusioni rispetto a cui la mente del lettore trova delle dissonanze. Dei tradimenti. Dei fuori-gioco. Prendiamo, ad esempio, il sottogenere “delitti della stanza chiusa”. Qualcuno è stato trovato ucciso dentro una stanza chiusa dal dentro, infatti. E si tratta di scoprire come sia possibile che il morto si sia poi chiuso a chiave da solo, o come l’assassino sia riuscito ad uscire lasciando la porta chiusa dall’interno (o facendolo credere). Molti scrittori vi si sono cimentati, escogitando infine soluzioni improbabili e pur tuttavia razionalmente plausibili. Il lettore è stato catturato dentro una sfida, dentro una sollecitazione intellettuale ed emotiva, ma realizzata con mezzi coerenti con la dimensione dello stesso genere narrativo. Ma se l’autore se la cava scrivendo che il tizio nella stanza chiusa è stato ucciso dallo sguardo laser dell’Arquilliano del settimo pianeta della Cintura di Orione, o da qualche pratica vodou o satanica a miglia di distanza, ecco che allora il lettore si sente preso per i fondelli. Non può essere sedotto all’interno di un genere, ed essere scaricato in un altro. Questo mette in pericolo le stesse regole della lettura e del piacere narrativo.

 

Infatti, Veronesi imbroglia. Imbastisce un meccanismo narrativo basato su un misterioso eccidio. E dopo circa trecento pagine. Che si dipanano in dialoghi tra figlie e madri. In infelici scene post-sessuali di post-amanti. In sottotrame giudiziario-politiche. In ragioni di stato occultatrici di verità. In un Bildungsroman psicoanalitico di una giovane e coscienziosa psichiatra. In atroci dilemmi e tormenti di un sacerdote extra-canonico. Ecco che verso la fine si dissolvono finalmente tutte le ingannevoli trame della verità. Ed appare un interessante approdo alla scoperta della fallacia logico-scientifica. “…in tutta questa storia c’è una costante, che ogni tentativo di scoprire qualcosa con metodi diciamo così scientifici viene umiliato. […] la scienza, o la ragione, o la logica, […], non è che fallisca, non è che non riesca a trovare una risposta alle domande: la trova sempre, ma è sempre così scientificamente, razionalmente e logicamente incongrua da risultare umiliante. ” (310-311). “Umiliante”. Bene. Lo sospettavamo. Ma dunque, quali altri strumenti sarebbero in grado di gettare un fascio di luce sulle indagini? (Ma credo che qui la parola “indagine”, vada al di là del suo miserevole denotato poliziesco-giudiziario, ed ambisce al connotato di Metodo di Conoscenza Scientifica). Quindi: quali altri strumenti per illuminare il mistero? Risposte: “Per esempio la fede […]. Ma capisco che se uno non ce l’ ha non se la può dare.” (311). (Discretissimo omaggio al Manzoni. Ma, Don Abbondio parlava di fede o di coraggio? Non ricordo). “Un altro metodo può essere l’osservazione pura delle cose […] senza la necessità di scoprirvi un senso.” (311). “E poi mica è detto che si debba capire tutto. L’indeterminatezza. […] Affidarsi anziché padroneggiare. […] farsi avvolgere dal mistero.”  Ed adesso, non ci crederete mai, arriva la frase che non vi sareste mai aspettati. “…. senza memoria e senza desiderio…” (312). Seguono pagine di pregnanza psicoanalitica. Naturalmente: lo sapete chi era Bion? No. Lo scrittore ce lo spiega. Uno psicoanalista inglese maestro della teorizzazione di tolleranza dell’insaturo, del vuoto, dell’assenza di senso, senza preoccuparsi di pervenire alla comprensione. Già, infatti. Ma non è finita. Forse è tutto all’interno di un sogno. Questo spiega le incongruità legate alla strage. Già. Ma di chi sarebbe questo sogno? Chiede l’ultimo dei personaggi ancora con qualche sussulto di lucidità logica. Bella domanda. Forse il sogno di chi sta parlando. E quindi anche gli interlocutori del personaggio sarebbero inesistenti, ma esistenti soltanto nel sogno. E forse anche chi legge il libro non è che in un sogno. Ed anche scrivere questa recensione non è che il sogno di uno che sogna di avere letto un libro, dove i personaggi sognano di un terribile ed inspiegabile eccidio… Basta, svegliatemi.

 

Ammetto di avere (avuto) molte simpatie per Sandro Veronesi. L’ ho visto intervistato in tv. E diceva cose niente male. Intelligenti. Ho letto alcuni suoi articoli su La Repubblica, ed erano condivisibili. Ho letto, però, anche Caos calmo. Ma questo XY lo supera in peggio. È un naufragio tra le nevi. Un romanzo senza ispirazione. L’idea di base era molto intrigante. Ma valla a saper raccontare. Ma valla a saper dipanare. Valla a saper risolvere. Personaggi finti e non credibili. Un plot macchinoso a vuoto. Inconcludente. Troppi nomi e cognomi. (E troppe linee di puntini di sospensione nei dialoghi. Non se ne può più.). Tutte quelle morti strane ed orribili, vai a sapere, alla fine, che non sono altro che tutto il Male dell’Uomo, della Storia del Mondo. E persino la bambina che ricompare ritornando dal nulla. Scusate: dal Nulla. È davvero troppo. Veronesi ha visto troppi X-Files. Mi dispiace per lui. E non poco. Un discorso sul male, anzi sul Male, non lo si può fare imitando malamente Dan Brown. Evocando i nomi di Maria (già, esattamente, proprio quella Maria!). Evocando la presenza del Maligno. E flirtando con tutta la vandea antiscientifica ed antimoderna che circola nella cultura mediatica low profile (new age, fiori di Bach, curarsi con i cristalli, biopsicoenergetica cosmica, la scienza che uccide poesia e fantasia, et similia), and high profile (le geremiadi che ci infligge da anni Umberto Galimberti contro le derive tecnologiche e scientifiche che minano l’ ‘umano’).

 

Stupisce, infine, nel bene e nel male, questo dispiego di conoscenza diretta e non convenzionale che in effetti Veronesi mostra di avere della cultura, dei passaggi formativi e di alcuni autori meno noti della psicoanalisi. Questo è un pregio? Non saprei rispondere.  Certo, almeno, non sono quelle vulgate e ciance su desiderare la mamma e odiare il padre che stanno e si leggono dappertutto. Ma ci si poteva aspettare un uso più elegante, più profondo e meno ostentato della psicoanalisi. La dottoressa non fa mistero dei testi freudiani che si porta in montagna. Si comprende che Veronesi cita ben a proposito e con sapienza. Ma quei saggi sulla telepatia…! Non tra le cose più difendibili di Sigismund Schlomo. Però ci stanno con il finale. E con la tirata anti-scienze. Ma cita anche il Grandissimo-noto-solo-ai-pochi Bion. (Ma una precisazione la si deve all’Autore: le teorie sui gruppi di Bion non stanno ne Il cambiamento catastrofico.) Ci si poteva aspettare un’utilizzazione meno libresca della psicoanalisi. Ad esempio nella resa dei personaggi. Che sono invece del tutto privi di spessore e filigrana interna. Figurine bidimensionali (si sarebbe detto una volta) su uno sfondo pasticciato.

 

Stupisce infine le battage mèdiatique attorno a questo libro. Da mesi. Con un inspiegabile sostegno nelle pagine culturali di quotidiani molto seri. Ma di cui Veronesi è assiduo collaboratore. Dobbiamo, forse, rassegnarci all’impotenza di fronte all’onnipotenza dell’industria culturale in grado di manipolare le nostre scelte, di imporre alla nostra attenzione romanzi già circondati, al momento dell’uscita, da un alone di interesse e rilievo che ad un’attenta lettura non meritano. Dispiace moltissimo infine, che, presumo, per compiacenza ad un trend diffuso, anche Veronesi, nella sua inadeguatezza ad articolare una riflessione seria sul senso del male nel sentire del nostro tempo e nella nostra cultura, si sia rivolto alla più commerciale via di offrire ai lettori il maligno. In un’ambigua tessitura fatta di abusativi riferimenti ad una psicoanalisi che ammicca all’elogio dell’indeterminatezza, all’elogio del rifiuto del senso, e all’elogio di un pervasivo stato di sogno dove niente può essere delimitato, indagato, analizzato, chiarito e compreso, e dove tutto può essere e niente è. Siamo parte del Mistero Insondabile. Una Psicoanalisi del Paranormalinconscio.

 

Perché è proprio questo il punto. Una fragile narrativa del fantastico e sovrannaturale (il libro), sostenuta da una metanarrazione (pseudo)psicoanalitica che alimenta vaneggiamenti oniroidi misticheggianti e parareligiosi.

 

Un ultimo consiglio alla casa editrice Fandango. Ottima l’ idea di affiancare al romanzo principale un piccolo racconto in extra. In questa circostanza: L’alfier nero, di Boito. Ma attenzione agli abbinamenti. Perché nel confronto, le venti di pagine di Boito sono gigantesche.

 

 

 

Amedeo Falci

 

 Marzo 2011