Complessità del fascismo e rarità della democrazia, YTALI, 2 novembre 2017. Di A. Alberto Semi

YTALI   –  2 novembre 2017

Complessità del fascismo e rarità della democrazia

INTRODUZIONE: Ruth Ben-Ghiat parla, sulle pagine di YTALI, di come in Italia siano rimasti importanti monumenti innalzati nel  periodo fascista e ipotizza  che questo segnali che non si siano fatti bene i conti con la dittatura. Il tema ha provocato un ampio dibattito.

Antonio Alberto Semi, membro didatta della Società psicoanalitica italiana, interviene analizzando la complessità del legame fra artisti, filosofi, storici, pensatori  e politica durante il fascismo. E conclude con un monito, da tenere oggi ben presente,  che sollecita a prendersi cura di quella rara pianta che è la democrazia. (Silvia Vessella 

YTALI   –  2 novembre 2017 

ANTONIO ALBERTO SEMI

La studiosa americana Ruth Ben-Ghiat si chiede su The New Yorker perché in Italia facciano ancora bella mostra di sé edifici e monumenti di epoca mussoliniana, in particolare all’Eur e al Foro Italico di Roma. La docente di storia e studi italiani presso la New York University si riferisce in particolare al tanti monumenti “fascisti” che sono ancora in piedi, come il Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, descritto come “una reliquia di un’aberrante aggressione fascista”, osservando come “lungi dal prendervi le distanze in Italia è celebrato come un’icona modernista”, ed è stato perfino riconosciuto come “sito di interesse culturale”. In un’intervista alla Stampa la storica della New York University chiarisce che non intendeva proporre di abbattere gli edifici fascisti in Italia, ma solo favorire una riflessione storica, affinché il fascismo non possa ripresentarsi sotto una nuova forma, ora che in tutto il mondo c’è un ritorno della destra. Sul tema sollevato da Ben-Ghiat è intervenuto su ytali Roberto D’Agostino. Quindi abbiamo riproposto un intervento di Adachiara Zevi,  che, a dispetto degli anni trascorsi dalla sua pubblicazione (il Riformista, 26/9/2006), è un contributo di attualità e interessante al dibattito in corso. Successivamente abbiamo pubblicato un articolo dello storico dell’arte Franco Miracco, e lo fa a partire dalla polemica che si è sviluppata intorno al restauro del vastissimo affresco “l’Italia tra le arti e le scienze”, che Mario Sironi dipinse a metà degli anni Trenta. Interviene nel dibattito lo psicoanalista Antonio Alberto Semi. 

 Interviene nel dibattito lo psicoanalista Antonio Alberto Semi.

Sono grato a Ruth Ben-Ghiat del New Yorker e a ytali per il dibattito che si è sviluppato a proposito della persistenza dei segni e dei simboli del fascismo in Italia. Mi sembra che, dopo interventi così specifici e colti come quelli di Roberto D’Agostino, di Adachiara Zevi e di Franco Miracco, valga la pena fare una piccola riflessione sul fascismo e sulla democrazia.

Premetto che, ovviamente, non sarei favorevole anzi sarei contrarissimo ad ogni tentativo di eliminazione materiale dell’arte e dell’architettura fasciste, così come sarei contrarissimo a chi volesse togliere dalla facciata della basilica di San Marco il Leone che splende sul lunotto superiore anche se non si tratta di un simbolo religioso ma della “firma” della Repubblica: la chiesa è della Repubblica – dice il Leone – non della Chiesa cattolica. Allora, finita la Repubblica andava tolto? Via, non scherziamo.

Altra cosa, però, è ripensare il fascismo. Molti anni fa (1985) la International Psycho-analytical Association decise, dopo molte discussioni, di tornare in Germania per la prima volta dopo la Shoah e di organizzare ad Amburgo il proprio congresso internazionale. In quell’occasione il presidente della Bundesrepublik, von Weiszaecker, ci portò il saluto della Repubblica federale tedesca e in un discorso molto bello affermò che la Germania aveva ancora molta strada da fare e che essa avrebbe dovuto giungere a poter dire “il nostro Goethe, il nostro Lessing, il nostro Kant, il nostro Hitler, il nostro Goering”. Giungere ad elaborare cioè l’orgoglio ma anche la colpa o l’orrore, senza negare la complessità dei legami e delle vicende che avevano fatto sì che la Germania avesse avuto il nazismo.

Ritengo che in Italia questo ripensamento non sia ancora avvenuto. E forse nemmeno in Europa. La manovra tipica, dopo la guerra, è stata quella di scindere, di negare, di cercare di mettere tra parentesi moltissime manifestazioni culturali dei fascismi. Ci sono voluti settant’anni perché – e con molte difficoltà – si ammettesse che Heidegger era un grande filosofo nazista o Gentile un buon filosofo fascista o Sironi un pittore fascista. E ancora oggi si tenta di nascondere il fascismo di Ezra Pound (nonostante i fascisti coerentemente lo rivendichino).

Imbarazzo della cultura: se Heidegger era un filosofo come poteva essere anche nazista? E via di seguito per gli altri. Si è cercato di negare la coerenza del pensiero di queste persone, quasi che il pensiero “alto” non potesse essere fascista o nazista. Questo ha impedito una riflessione sul fascismo e favorito una “coltre” antifascista che ha coperto il problema. Si potrebbe dire che, come l’amnistia di Togliatti ha coperto materialmente molti fascisti, l’antifascismo di maniera ha coperto moltissimi intellettuali, artisti, filosofi scienziati fascisti, mettendo tra parentesi l’aggettivo qualificativo. Anche su questo antifascismo dobbiamo interrogarci. Che si è coniugato col trasformismo italiano. Mio padre mi ricordava sempre e amaramente che il 26 aprile tutti gli italiani erano antifascisti. Dopo una breve parentesi, del resto, perfino gli elaboratori del Manifesto della Razza tornarono in cattedra all’università.

Già, perché mentre artisti e architetti fascisti ornavano le nostre città, Matteotti era già morto, i fratelli Rosselli e molti altri finivano anch’essi e poi fiorivano le leggi razziali. Possiamo collegare una cosa all’altra? Oppure il pensiero di questi architetti, filosofi, poeti era coerente ed anzi illustrava il pensiero politico fascista e le sue implicazioni pratiche appena ricordate?

Penso insomma sia ora di guardare al fascismo nella sua complessità e di vederlo – come sosteneva Saitta, mi sembra – più come rivelazione che come rivoluzione. Rivelazione nel senso che il fascismo fu un grande movimento esplicito, espressione di una fondamentale ma implicita tendenza culturale europea che politicamente si batteva contro la democrazia e lo stato di diritto e antropologicamente contro l’irrompere della soggettività nella nostra cultura. E conseguentemente contro il principio di eguaglianza dei cittadini. Il regime fascista ebbe perciò una grande adesione popolare, a tutti i livelli sociali. Mentre i democratici erano pochi. Forse lo sono tuttora. E molti antifascisti non erano democratici ma favorevoli ad altri totalitarismi.

In questo senso, è importante cercare di comprendere le connessioni tra il pensiero “professionale” di grandi pensatori (artisti, scienziati, filosofi, poeti ecc.) e il loro pensiero politico, che comportava la loro partecipazione convinta al fascismo. Dobbiamo ammettere, ancor oggi, che la democrazia è un fiore raro e che necessita di tutte le nostre cure perché la sua pianticella cresca e si riproduca, mentre il fascismo è una pianta che può crescere ovunque – e che magari sta ricrescendo anche adesso, anche se i botanici magari hanno cambiato il nome della specie.

Nell’immagine in alto uno dei mosaici dedicati al tema del volo conservati – alle pareti – del Collegio Aeronautico di Forlì. La scuola durante gli anni Quaranta era stata intitolata al figlio di Benito Mussolini, Bruno, morto durante un’esercitazione in volo.