Freud & Buddha, ovvero Bernardo Bertolucci Corriere della sera 5.1.2012

 

Introduzione: in occasione della retrospettiva alla Sala Trevi a Roma delle opere di Bernardo Bertolucci, una testimonianza del grande regista , raccolta dal giornalista Pietro Lanzara. Bertolucci individua un legame forte tra la nascita e la storia della psicoanalisi e quella del cinema. A testimonianza della presenza capillare della nostra disciplina nel tessuto sociale  e  del suo valore clinico.
Risponde così indirettamente alle critiche, sia pur legittime ma spesso veementi e talvolta  poco documentate,  su una psicoanalisi “sotto scacco”, alle accuse di dogmatismo, inefficacia clinica, arroccamento  (Silvia Vessella)

CORRIERE DELLA SERA

PIETRO LANZARA Giovedì 5 gennaio 2012

Freud & Buddha
In collaborazione con la Cineteca Nazionale, opere giovanili e capolavori come «Ultimo tango a Parigi» con Maria Schneider, alla quale sarà dedicata una rassegna Eros e Psiche, tutti i film di Bernardo Bertolucci alla Sala Trevi che riapre dopo i lavori di restauro
Bernardo Bertolucci non crede casuale che «L’ interpretazione dei sogni» di Freud sia contemporanea alla nascita del cinema. Sullo schermo è possibile permettersi azioni orribili: «Non so quante volte ho ucciso nei miei film le figure paterne». Un giorno il padre Attilio, il grande poeta, gli disse scherzando: «Furbo tu, mi hai ucciso tante volte senza andare in galera!». La perdita e il lutto sono temi costanti nei suoi film: «Fino da giovane ho sempre avuto difficoltà a separarmi, perfino da un paio di scarpe, da un libro, per non parlare dell’ amore». Un giorno tornando da Bologna a Roma sull’ Eurostar e cambiando posto alla stazione di Firenze, dove il treno inverte la direzione di marcia, si mise a riflettere sul fatto che andare all’ indietro è il movimento della separazione: «A volte mi diverto, se rivedo le sequenze dei miei film, a guardare i movimenti di macchina. Ci sono molti più carrelli avanti, in avvicinamento, che indietro, in allontanamento…». Dalla Società Psicoanalitica Italiana Bertolucci ha ricevuto anni fa il premio Cesare Musatti: «Il mio cinema degli anni Sessanta era davvero chiuso. Nella primavera del ‘ 69 iniziai l’ analisi e nell’ estate girai “Strategia del ragno”, da un racconto di Borges, un film pieno di calore. Quindi, quello che è accaduto a me, che cominciai ad aprirmi con il mio psicoanalista, è più o meno quello che è accaduto anche al mio cinema». Alla fin fine, un prima e un dopo Freud: «Le autobiografie», diceva il poeta-bibliotecario Philip Larkin, «si devono leggere dalla metà, quando il ragazzo è cresciuto e la cosa diventa interessante». E la vera forma di autobiografia è il sogno, perché è indirizzato a noi stessi e nessuno può raccontarlo al posto nostro: perciò i film di Bertolucci, fra i crepacci della vita familiare e le pulsioni conflittuali dell’ erotismo, sono sempre fortemente onirici. A Bertolucci, che ha appena finito di girare a Roma «Io e te» dal libro di Niccolò Ammaniti, la Sala Trevi e la Cineteca Nazionale dedicano da sabato 7 al 15 gennaio una retrospettiva che coincide con la riapertura del locale, riammodernato, in vicolo del Puttarello. Si inizia con «La commare secca» (1962) sceneggiato insieme a Pier Paolo Pasolini, del quale Bertolucci era stato aiuto per «Accattone»: «In questo il film è pasoliniano: in quanto è proprio il suo contrario. Volevo mettermi di fronte allo stesso mondo sottoproletario per verificare se era possibile guardarlo con un’ ottica diversa». Seguirà «Prima della rivoluzione» (1964) con Adriana Asti, rivisitazione fra borghesia e marxismo della «Certosa di Parma» stendhaliana. Il giorno dopo si vedranno: «Agonia» (‘ 69) con il Living Theatre, un episodio dal film collettivo «Amore e rabbia» su temi del Vangelo; «Partner» (‘ 68) ispirato al «Sosia» di Dostoevskij; «Il conformista» (‘ 70) dal romanzo di Alberto Moravia, ora portato a nuova vita dal restauro digitale; «Ultimo tango a Parigi» (‘ 72) con Marlon Brando e Maria Schneider, alla quale la Sala Trevi riserverà un omaggio a fine gennaio. Fra gli altri titoli, la saga di «Novecento» (‘ 76), «La luna» (‘ 79) con Jill Clayburgh, «La tragedia di un uomo ridicolo» (‘ 81) con Ugo Tognazzi, «Io ballo da sola» (‘ 96) con Liv Tyler, «The Dreamers» (2003) ambientato nella Parigi del maggio ‘ 68 e «L’ assedio» (‘ 98) girato nell’ appartamento di vicolo del Bottino, a piazza di Spagna, dove D’ Annunzio scrisse «Il piacere». «L’ ultimo imperatore» (‘ 87) pluripremiato agli Oscar e «Piccolo Buddha» (‘ 93) testimoniano l’ attrazione del regista per la religione orientale: «I buddhisti mi hanno fatto capire i mali dell’ ego ipertrofico che affligge la nostra società». Elsa Morante aprì la strada regalandogli il libro sulla vita di Milarepa, poco prima che Nina Coltart, direttrice della London Clinic of Psychoanalysis, teorizzasse in «Slouching towards Bethlehem» le similitudini fra la pratica freudiana e il linguaggio buddhista: «Freud», dice Bertolucci, «ci insegna che tutti i bambini sono imperatori nell’ ambito domestico e credono di potere uccidere e resuscitare con il pensiero». Fatti di voce e immagini, i padri incorporei del regista oggi settantenne attestano che l’ assenza è una forma di dialogo e di relazione, che un mondo senza il dolore della perdita sarebbe un mondo senza moralità: la vita è il modo nel quale perdiamo le nostre vite e ha un valore se e quando possiamo rischiarla. Come avviene nell’ amore. E come accade di prepotenza in quel «Tè nel deserto» (‘ 90) che Enzo Siciliano considerava il film più bello del suo fraterno amico e «uno dei più commossi e struggenti di tutta la storia del cinema».