Giornata della memoria 27/1/2020 Testo di A. Sonnino

“GIORNATA DELLA MEMORIA” 

Contributo di Alberto Sonnino

27/1/2020

Palazzo del Quirinale

 

In occasione del 75 esimo anniversario della liberazione dei campi di sterminio si sono svolte al Palazzo del Quirinale a Roma, alla presenza del Presidente Sergio Mattarella, le celebrazioni della “Giornata della Memoria”. Il dottor Alberto Sonnino, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, è intervenuto con un suo contributo su questo tema. (Maria Antoncecchi)

 

Le celebrazioni sono state trasmesse in diretta  lunedì 27 gennaio 2020 su RAI 1.

Pubblichiamo il testo dell’intervento di Alberto Sonnino

 

PALAZZO DEL QUIRINALE

GIORNATA DELLA MEMORIA 27 GENNAIO 2020

Alberto Sonnino

Signor Presidente, autorità politiche, figlie e figli dei deportati, figlie e figli dei persecutori,

è per me un onore essere qui oggi con un mio contributo alle celebrazioni per la Giornata della Memoria, un appuntamento che, insieme ai viaggi nei campi di sterminio e alle visite dei sopravvissuti nelle scuole, svolge la preziosa funzione di favorire la consapevolezza su ciò che la mente umana può essere in grado di concepire, così che si possa imparare dal passato per vigilare sul presente.

La Shoah ha rappresentato un trauma dalle dimensioni inimmaginabili, che ha trovato un mondo impreparato anche solo per definirlo. E’ stato infatti necessario coniare lemmi specifici, come “genocidio”, termine introdotto dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin per indicare lo sterminio dei sei milioni di ebrei e considerare una giurisprudenza nuova, con criteri mai usati prima, come avvenuto per la celebrazione del Processo di Norimberga nel quale si è dovuto affrontare il problema del giudizio sulla base di un principio di retroattività (Scevola, 2019). Ma anche le scienze psicologiche hanno dovuto rivedere i propri modelli teorici esplicativi ed i criteri di approccio, come ha fatto la psicoanalisi, che nel trattamento dei sopravvissuti, per affrontare problematiche che non si erano mai poste in precedenza, ha dovuto restituire importanza alla realtà materiale fino a quel momento relegata in secondo piano rispetto al vissuto psichico ed al mondo interno.

Un trauma collettivo, che ha investito un intero popolo, quello delle vittime, ma che ha lasciato segni indelebili anche sulle coscienze degli esecutori e soprattutto dei loro discendenti, a più livelli, senza che si possa ritenere indenne da conseguenze nemmeno chi ha collaborato marginalmente o ha assistito rimanendo inerte, come i mitläufer, i seguaci, coloro che hanno seguito passivamente la corrente (Schwarz, 2017) .

I sopravvissuti, come un’ampia letteratura ci ricorda, nella maggior parte dei casi hanno iniziato a raccontare delle loro terribili esperienze con decenni di ritardo dall’apertura dei cancelli di Auschwitz, facendo teorizzare agli studiosi l’esistenza di una “cospirazione del silenzio” (Danieli, 1998), il tacito accordo tra chi non riusciva ad esprimere un vissuto così profondamente doloroso e chi ancora non era pronto per ascoltare, per ricevere il peso della testimonianza, in grado di configurare, almeno implicitamente, un vero e proprio atto d’accusa: “cosa ha fatto il mondo intorno ad Auschwitz mentre i corpi bruciavano nei forni?”

La testimonianza di quanto accaduto da parte dei sopravvissuti, ha, a mio parere, rappresentato l’inizio di quel processo di elaborazione psichica di cui la mente e l’animo hanno bisogno perché la vita, sebbene mai più come prima, possa riprendere il suo corso (Sonnino, in stampa).

Ma, in attesa che venisse anche solo avviato nei sopravvissuti l’indispensabile processo di elaborazione del trauma collettivo, i suoi effetti più devastanti non hanno cessato di incidere la psiche ed il corpo delle generazioni successive, danneggiandone gli equilibri.

Numerosi studi, psicoanalitici e non solo, hanno ormai acclarato che gli effetti dei traumi si trasmettono da una generazione all’altra, provocando disturbi psichici e psicosomatici, soprattutto lì dove la consegna di un materiale non esplicitato e quindi non elaborato, avviene sul piano inconscio, creando zone che rimangono incistate all’interno della mente come cripte colme di un dolore inesprimibile se non attraverso la psicopatologia. La scuola francese di psicoanalisi (Kaes et al., 1995) parla di una vera e propria trasmissione transgenerazionale della vita psichica ed il gruppo di studio milanese della Società Psicoanalitica Italiana con cui ho il privilegio di collaborare insieme ad Anna Ferruta e Ronny Jaffè e del quale ha fatto parte la compianta Valeria Egidi Morpurgo, studia da anni gli effetti sulla mente delle tragedie collettive, per la cui elaborazione non è sufficiente il lavoro terapeutico, anche profondo, sul singolo individuo. È necessario, come ricorda Bohleber (2010), psiconalista tedesco, un grande lavoro sociale, culturale, politico basato innanzitutto sul riconoscimento collettivo della verità materiale, dunque della realtà concreta dell’esperienza patita.

Ma se la collettività dovesse sottrarsi al compito del riconoscimento delle responsabilità, le conseguenze dell’esperienza traumatica saranno ancora più profonde, sulle vittime e sui loro figli e nipoti, definiti efficacemente da Dina Wardi (1990), studiosa della psicopatologia della seconda generazione dopo la Shoah, le “Candele della memoria” avendo ricevuto il mandato della conservazione di una memoria troppo dolorosa perché non fosse, proprio malgrado, affidata ad altri.

Ma se le Candele della memoria hanno pagato il tributo del disagio psichico, hanno nel contempo rappresentato l’espressione di quella spinta vitale che ha permesso ai sopravvissuti di trovare la forza e lo slancio perché iniziasse il difficile, ma necessario compito di elaborazione del trauma.

Credo infatti, in altre parole, che sia stato necessario attendere che i sopravvissuti dessero vita ad una nuova generazione, assistendo alla nascita di figli e di nipoti, verificando così la propria capacità procreativa e di accudimento, perché potessero ritrovare quella fiducia necessaria ad infrangere  la cospirazione del silenzio.

Ma, come ci dice Bohleber (2010), non è sufficiente la pur massima capacità individuale del traumatizzato perchè si compia il processo di elaborazione, specie se si tratta di un trauma collettivo. È necessario che sia disponibile un contenitore collettivo e sociale esterno, in grado di ascoltare, di accogliere e di sostenere empaticamente.

Allora diventa indispensabile che anche il mondo intorno ad Auschwitz compia quel percorso che ancora oggi non è stato concluso e che consiste innanzi tutto nel riconoscimento delle responsabilità a tutti i livelli, individuando i carnefici ed i loro complici, troppo spesso nel dopoguerra aiutati a fuggire per vivere al riparo dalla giustizia, facendoci oggi chiedere quanti processi le aule dei tribunali europei non hanno potuto celebrare?

La mancanza di un effettivo processo di elaborazione basato sul riconoscimento delle responsabilità, oltre a lasciare anche i carnefici e la loro discendenza preda di una vera e propria colpa persecutoria (Grinberg, 1990), induce a quel pericoloso cortocircuito che troppo spesso porta i detrattori dello Stato Ebraico ad equiparare Israele al nazismo, o ad ingiuriare la Brigata Ebraica nel corso delle celebrazioni per il 25 aprile, nell’illusione inconscia di pareggiare un conto difficile da sostenere.

Dunque quali scenari possono essersi presentati ai sopravvissuti, a fronte del loro bisogno di essere ascoltati, se ancora oggi si odono -anche dalla bocca di docenti, presunti maestri delle nuove generazioni- voci negazioniste, mentre assistiamo in Germania all’incremento del 10%, nell’anno da poco trascorso, degli episodi di antisemitismo? Oggi, mentre ancora diverse patologie portano il nome degli artefici del Progetto Eutanasia, come nel caso di Asperger che pur avendo mandato a morire giovani vite considerate indegne di essere vissute, viene ricordato nei trattati di neuropsichiatria per la nota sindrome autistica (Sheffer, 2018), non tutti i governi sono disposti a riconoscere il genocidio del popolo armeno, tragico prodromo della Shoah, o le responsabilità della popolazione civile polacca nei pogrom di Jedwabne e di Kielce, perpetrato quest’ultimo nel 1946, a guerra finita, con la scusa di un presunto omicidio rituale per mano ebraica. E in casa nostra, quanti firmatari del Manifesto della Razza, a cui la toponomastica ha reso onore e che nel dopoguerra hanno potuto ricoprire importanti cariche, istituzionali e accademiche, sono stati messi di fronte alle proprie responsabilità avendo contribuito al disegno di emarginazione e di espulsione prima e, sebbene indirettamente, di sterminio poi?

Ma, come dicevamo prima, la spinta vitale è riuscita nel caso dei sopravvissuti ad esercitare il proprio effetto benefico, grazie proprio alla creazione di una nuova generazione in grado di fornire loro la certezza che la vita può trionfare sulla distruttività, Eros su Thanatos, in sintonia con ciò che scrive Yerushalmi  (2016): “Ma la memoria del passato è incompleta senza il suo naturale complemento: la speranza riguardo al futuro”, citando Yehoshua Ben Hananiah che dopo la distruzione del Tempio afferma: “Non affliggersi affatto non è possibile… ma affliggersi troppo è pure impossibile…”.