Il Gazzettino 4/5/20 Questa è l’occasione per scoprire se stessi A. Semi

Il Gazzettino 4/5/2020

Questa è l’occasione per scoprire se stessi

di A. Semi

 

Il Gazzettino

4/5/2020

Intervista di Edoardo Pittalis ad Aberto Semi

La convivenza forzata, gli affetti, i comportamenti singoli e collettivi: i tempi del Covid-19 analizzati dallo psicoanalista Semi. A partire dalla famiglia, la palestra in cui crescono gli essere umani  e scoppiano i conflitti: <<voglio vedere se fra  nove mesi oltre a un aumento dell’aggressività registreremo anche quello della libido. Un piccolo baby-boom ci starebbe bene in Italia.>>

Introduzione: Come stanno cambiando le relazioni familiari? Che influenza ha la paura sul nostro modo di vivere  e come  cambierà le nostre priorità? In questa intervista, il dottor Semi, si chiede se questo particolare momento potrà essere un’occasione per riflettere e ripensare la nostra vita .( Maria Antoncecchi)

Antonio Alberto Semi, psichiatra e psicoanalista Membro Ordinario e AFT della Società Psicoanalitica Italiana e full member dell’International Psychoanalytical Association.

 

Il Gazzettino, 4 maggio 2020

Questa è l’occasione per scoprire se stessi

Intervista di Edoardo Pittalis ad Aberto Semi

 

La convivenza forzata della “quarantena” ci ha reso migliori o peggiori?

“E’ un fenomeno interessantissimo, vediamo quanto una serie di retoriche sulla famiglia siano fallimentari. In realtà un essere umano non  riesce a tollerare un altro essere umano per più di tot tempo. La famiglia è la palestra in cui crescono gli esseri umani e imparano a superare i conflitti. Obbligati a stare forzatamente insieme i conflitti scoppiano. Sarò curioso tra nove mesi di vedere se c’è stato oltre a un aumento dell’aggressività in famiglia, anche un aumento della libido: un piccolo baby-boom che ci starebbe bene in Italia in questo momento di calo demografico”.

Come ci comporteremo alla ripresa?

“La gente comune si ritrova con meno mezzi e quindi costretta a riflettere su cosa e come spendere, su cosa investire: sugli affetti? Sugli amici? Sui luoghi? La vita è fatta di continui investimenti su qualcosa che non è necessariamente qualcosa di nuovo, ma di importante.  Noi non dobbiamo sostituire un prodotto vecchio con uno nuovo, ma guardare a ciò che può essere davvero buono e in modo particolare ai sentimenti, ai legami. L’invito che ci viene rivolto alla responsabilità è anche un invito individuale a chiederci come possiamo ognuno contribuire. Non in chiave narcisistica: io ce la faccio, io sono bravissimo… Ma vedendo i propri limiti. Per guardarsi con affetto ma anche con franchezza”.

Ad aiutarci a capire cosa fare è Antonio Alberto Semi, veneziano, 75 anni, psicoanalista. E’ stato vicepresidente della Società Psicoanalitica Italiana, ha fondato quella veneta, è stato per anni docente negli atenei di Padova e Trieste, il suo testo “Tecnica del colloquio” è adottato in molte università. Il suo  “Contes de faits” è l’unico libro di autore italiano pubblicato nella prestigiosa collana psicoanalitica di Gallimard. Ha curato per Bollati-Boringhieri le “Opere scelte di Sigmund Freud”.  E’ stato presidente dell’Ateneo Veneto.

Impossibile dimenticare quello che si è visto in questi mesi nel mondo: le bare nella fossa comune a New York, quelle portate via nella notte da camion militari a Bergamo. E’ umano morire senza essere salutati?

“Questa è una situazione che davvero segnala un limite: se arriviamo al punto di cancellare l’accompagnamento alla morte, stiamo rischiando di essere molto meno umani. E’ un’esperienza terribile quella di non poter accompagnare una persona cara nell’ultimo viaggio, avere qualcuno vicino è esigenza fondamentale: il funerale è scolpito da millenni nella storia dell’uomo”.

La paura ci resterà dentro?

“Questo è uno degli aspetti positivi della pandemia, nel senso di farci rendere conto di quanto abbiamo come società e che ci viene negato dalla paura. Ora ci siamo accorti che non è solo una questione di fragilità, questo lo sapevamo, ma che c’era sotto un nucleo di paura che volevamo negare. Abbiamo sempre buoni motivi per avere paura, ma anche per trovare soddisfazioni nella vita”.

E chi fa finta che non sia successo niente?

“E’ un fenomeno grave, è cercare di negare la realtà e la realtà è questa epidemia che ci porteremo avanti almeno un anno. Negare tutto questo ci espone a pericoli grandissimi. La negazione come meccanismo psichico condiviso è un disastro. C’è la speranza miope che negando un fenomeno si possa ugualmente andare avanti. Non si possono riaprire gli stadi subito, è matematico che scoppi l’epidemia. Per altre cose, però, basta un po’ di prudenza, ha fatto bene il Papa a predicare prudenza e obbedienza. Altrimenti potrebbe succedere che si scatenino tutti i meccanismi per riprodurre in peggio la situazione che c’era prima. Il timore è che a Venezia, per esempio, il turismo si riproduca non nella maniera migliore, ma per incassare al massimo. Sarebbe un peccato se si perdesse l’occasione per pensare a un turismo “di qualità e non di élite”, come ha detto il Patriarca. E’ l’occasione per riflettere su che senso ha il turismo, non solo dal punto di vista economico. Sarà perché sono vecchio, ma temo che per Venezia sia finita. In ogni caso dal punto di vista demografico non abbiamo più possibilità. Dal punto di vista culturale, lo stile di vita che c’era è andato perduto. Come monumenti andrà avanti fino a quando non ci sarà il problema di costi e benefici”.

Come era la sua Venezia di adolescente?

“Affascinante e incredibile per come è oggi, era una comunità nella quale un ragazzino poteva girare tranquillamente e sotto un occhio benevolo degli adulti. La mia esperienza di adolescente è stata quella di poter girare negli angoli nascosti, anche nelle soffitte delle chiese, e ti lasciavano fare. Sapevi di essere tenuto d’occhio, ci si conosceva spesso tra tutti, ma mi sentivo completamente libero. Poi la città si è svuotata e l’ho sentito come un lutto, come la morte di una comunità”.

Come era la famiglia Semi?

“Sono nato in piena guerra, alla fine del 1944, mio padre Francesco non c’era, era in clandestinità, faceva parte del Cln, è tra quelli che hanno firmato l’uscita dei tedeschi  da Venezia il 25 aprile. Era cattolico, ma dagli Anni ‘50 non ha più fatto parte di nessun partito. Avvertiva il fascino delle posizioni del Partito d’Azione, in casa mia c’è ancora l’abbonamento alla rivista “Il Ponte” di Piero Calamandrei. La dimensione etica degli Azionisti era quella che più lo affascinava, ma non era favorevole a un certo tipo di laicismo. Col tempo era rimasto deluso da quanto era accaduto. Lui aveva avuto una formazione austroungarica, era nato cittadino austriaco nel 1910 in Istria e nel 1918 era diventato cittadino italiano. E questo credo abbia influito molto nel suo stile di vita austero, che non dava troppo spazio ai sentimenti.  Ci insegnava a studiare non partendo dalla critica ai testi, ma dalla lettura dei testi”.

Pensava di diventare medico?

“Mio padre insegnava al liceo, eravamo tre figli, io il più piccolo. Mia sorella maggiore è diventata un notaio, la seconda architetto ed è stata l’ultima allieva di Carlo Scarpa. Io ho scelto medicina e poi psichiatria perché da adolescente ero affascinato dall’idea di studiare l’essere umano. All’inizio mi sono innamorato della biologia e quasi cambiavo facoltà, poi è tornata la vecchia passione e ho cercato lavoro nella psichiatria. Sono stato per dieci anni vice primario in Psichiatria, ho passato anche la riforma Basaglia”.

Come è stata la riforma Basaglia?

“Non ero dalla parte di Basaglia, sarei stato favorevole a un approccio riformista e basato su dati scientifici. E’ stata una riforma politica che al momento ha funzionato, ma ha avuto un costo umano a doppio livello: da una parte ha annullato la tendenza alle riforme; dall’altra ha visto i pazienti catapultati all’esterno senza che ci fossero i servizi per loro. A distanza di tanti anni, purtroppo, stiamo assistendo alla rinascita dei manicomi: senza servizi psichiatrici, i pazienti più gravi saranno ristretti in comunità che tendono a riprodurre i manicomi classici. Certo il trattamento farmacologico, anche massiccio, è molto più economico. Prima o poi dovremo studiare l’andamento del consumo di psicofarmaci in Italia dalla legge 180 a oggi”.

Da allora ha fatto soltanto lo psicoanalista: se sul lettino ci fosse questa Italia?

“In questo momento non pratico, sono come tuti agli arresti domiciliari. L’Italia è un paese grandioso, meraviglioso, pieno di possibilità che spreca continuamente. Finché non riusciamo a elaborare un sentimento della Repubblica – non la Patria, la Nazione, ma la Repubblica come comunità – continueremo a sprecare opportunità. Una delle caratteristiche drammatiche di questa Italia è l’invidia: siamo spesso un popolo di invidiosi, se uno emerge facciamo di tutto per buttarlo giù!”.