il venerdì di Repubblica 1/05/20 Psicoanalisi del Covid da un letto d’ospedale. R. Goisis

il venerdì di Repubblica

01/05/2020

PSICOANALISI DEL COVID DA UN LETTO D’OSPEDALE

Cosa succede quando è un medico a trovarsi dall’altra parte della barricata? Il diario di uno psicoanalista milanese che, colpito dal virus, ha trascorso due settimane in terapia subintensiva condividendo incubi e gioie di colleghi e infermieri. A cui ora può dire grazie

di Pietro Roberto Goisis

Introduzione: Pietro Roberto Goisis è l’inviato speciale di un drammatico  viaggio intorno e dentro al Covid-19. E’ testimone, combattente e superstite. Condivide la sua esperienza umana, offrendoci attraverso l’intimo racconto dei quindici giorni più lunghi della sua vita, la sua toccante umanità, le paure, la vergogna per la propria fragilità, il senso di colpa del sopravvissuto, il doloroso rispetto per chi non ce l’ha fatta, l’infinito coraggio di aiutare chi ne ha bisogno e la speranza per il futuro.

Pietro Roberto Goisis è Psichiatra, Psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’ I.P.A. (Maria Naccari Carlizzi).

il venerdì di Repubblica

01/05/2020

PSICOANALISI DEL COVID DA UN LETTO D’OSPEDALE

Cosa succede quando è un medico a trovarsi dall’altra parte della barricata? Il diario di uno psicoanalista milanese che, colpito dal virus, ha trascorso due settimane in terapia subintensiva condividendo incubi e gioie di colleghi e infermieri. A cui ora può dire grazie

di Pietro Roberto Goisis

 

Non sapevo cosa sarebbe successo. Fin dall’inizio dell’emergenza il mio stato d’animo era sereno. Consapevole della situazione che si stava profilando, attento alle norme comportamentali, vivevo in una sorta di convinzione onnipotente che non sarei stato contagiato, che avrei dovuto proteggere gli altri e dare il buon esempio. Ancora ignoravo che quello del 29 febbraio e 1° marzo 2020 sarebbe stato l’ultimo weekend di libertà. Ero tornato a Milano domenica sera. Accolto a Malpensa con termometri a infrarossi. Niente febbre. L’aeroporto sembrava blindato, surreale. Questo, se ci ripenso, è stato il primo momento di paura. Ma io sono stato attento, non sono mai uscito, non ho visto nessuno. Solo i miei pazienti. Sani.

“Dottore… per davvero, come sta?”. Con questa domanda Edgardo apriva la prima seduta della settimana zero del Covid-19. È lunedì 24 febbraio, mattina presto, ha chiesto di non venire di persona, ma di parlarci via Skype. È un giovane uomo, elegante e flessuoso, famiglia della buona borghesia, che lavora con passione in campo artistico. In genere, pur coinvolto nel nostro percorso, mantiene un certo signorile distacco, tale da farmi ogni tanto interrogare sul suo effettivo coinvolgimento nella terapia. Forse come conseguenza di una precedente analisi, nella quale vigeva un eccesso di distanza e freddezza, direi rigidità. Ma adesso è un problema mio. Lui c’è, eccome. E questa volta lo sento davvero. Per davvero, come dice. E se nella paura, la seduta a distanza, la situazione generale, Edgardo avesse trovato finalmente il modo di starmi e sentirmi vicino? Questa pandemia ha modificato molti parametri e abitudini. Nel nostro lavoro ogni gesto ha precisi contenuti e simbologia. Come apriamo una porta, come salutiamo le persone quando entrano ed escono, dove posiamo le nostre mani durante i colloqui, come tossiamo e starnutiamo, a che distanza stiamo (chi l’ha mai misurata finora?). Siamo abituati a confrontarci con i nostri pensieri in seduta, alcuni sono spiacevoli, altri belli. In genere li attribuiamo ai nostri interlocutori che ce li “mettono dentro”. Ora sembra invece che siano proprio nostri, nostri…

Il VANTAGGIO DI ESSERE IPOCONDRIACI
Come me, ogni altro psicoanalista si è probabilmente chiesto come avrebbero reagito quei pazienti con problematiche che riguardano la sfera ipocondriaca. Con un iniziale stupore, sia mio sia loro, ho notato una significativa capacità di “tenuta”. Poi, riflettendoci, ce ne siamo fatta una ragione. Abbiamo ipotizzato che il “sistema” è andato in crisi perché non era preparato alla gestione di un’emergenza. Al contrario, un ipocondriaco è ben allenato, pronto e abituato a gestire questo tipo di situazione. E guarda gli altri che si agitano come fossero degli alieni. Confidavo invece sul fatto che, con le dovute eccezioni, gli altri pazienti avrebbero affrontato con “competenza” il momento che stavamo vivendo, ed è ciò che è accaduto, almeno tra quelli che incontravo. Questo è apparso nei temi affrontati, negli stati d’animo, nelle emozioni mostrate, nei comportamenti raccontati. Pur tra oscillazioni sul continuum minimizzazione-apprensione. Insomma, mi sembra di poter dire che se la cavano meglio della maggior parte dei nostri concittadini. Evidentemente il lavoro psicologico in atto, il poter contare su uno spazio e un interlocutore sono stati fondamentali. Come confermato da una mia simpatica e brillante paziente che mi ha scritto: “Noi psicolabili, possiamo resistere. E poi sa, in questo momento, siamo quelli con più strumenti, in fondo, perché ci alleniamo da molto tempo a fare in conti con noi stessi”.

FELICE DI AVERE LA POLMONITE BATTERICA
Lunedì 2 marzo avverto vaghi disturbi: dei brividi, un po’ di stanchezza, molti dolori muscolari, poca voglia di mangiare. Martedì sera scopro di avere un po’ di febbre, senza alcun sintomo. Mi sento forte, ma abbastanza saggio. Chiamo il numero regionale a disposizione, rispondono dopo pochi squilli. Mi rassicurano. Mercoledì chiamo il mio medico di base. “Prenda la tachipirina”. La febbre scende. La febbre sale. Venerdì, finalmente, mi fermo. A letto, stanco, stordito, inerte. Nonostante ciò, impavido. Domenica inizio una terapia antibiotica. Lunedì 9 marzo RX torace e esami del sangue. Diagnosi: polmonite batterica. Mi sento felice come un bimbo. Penso al paradosso del momento che viviamo. Felice di avere una polmonite, perché batterica… Qualcosa non sta già più funzionando nel mondo. Nuove terapie e antibiotici. Ce la farò. Forse. Devo avvisare i miei pazienti. Mando così il primo messaggio sulle mie condizioni personali. Scrivo che mi hanno riscontrato un’infezione batterica polmonare e che per almeno una settimana non potrò lavorare. Ricevo risposte affettuose e calde. Martedì continuano la febbre e la spossatezza. Alla sera la svolta. Il mio medico di base ha attivato il 112, vado al Pronto soccorso del Fatebenefratelli per un controllo e, si spera, un tampone. Ricordo bene il senso di scocciatura per la decisione, immerso in un fatalismo che sembrava avere il letto come unico rifugio sicuro e garantito. Ho in mente un simpatico ed energico lettighiere che mi prende in consegna sull’ambulanza. È il primo operatore che incontro bardato come nei film sulle guerre batteriologiche. Parliamo di volontariato e croci rosse mentre attraversiamo una Milano già deserta. Dai piccoli finestrini gioco a indovinare il percorso che intuisco dalle forme dei palazzi più alti. Non so bene cosa stia succedendo dentro e fuori di me. Mi faccio portare dall’onda degli eventi, ineluttabili più che mai. Il Pronto soccorso è una no man’s land. Mi accolgono al triage. Sono in codice verde. Attenderò. Realizzo di avere il telefono un po’ scarico, nessun caricabatterie, né libro, né iPad. Mi indicano dove sedermi, a distanza, in attesa. Ho una bella mascherina, i guanti. Quando supero l’angolo del corridoio, per la prima volta realizzo dove sono finito. Da casa mi chiedono com’è la situazione. “Qui ci sono tre cadaveri, una matta, uno di colore, un cinese” rispondo. “Se ci mettiamo anche uno psichiatra sembra l’inizio di una barzelletta…” ribattono. Ma la situazione è davvero folle e inimmaginabile. Siamo in trincea, si respira allarme.

MI SONO INFETTATO ANCHE IL CERVELLO

Inizia l’attesa, ogni persona nuova che arriva è un concorrente, un rivale nella corsa a essere visto dal medico. Infermieri corrono di qua e di là, mi guardano come se fossi trasparente. Ogni tanto mi volto, controllo il muro dietro di me per sentire se ci sono davvero o se forse sono scomparso. Passano le ore, senza bere, senza mangiare, senza un tempo, senza una fine. Attendo. Dopo sei ore provo a chiedere quale sia il mio posto in classifica. Non lo sanno. Dopo sette annuncio che sto per andarmene. “Tocca quasi a lei!”. Mi fermo. Altra svolta. Il medico è giovane, ma sembra sapere il fatto suo. Io pure… credo. “Dottore, mi ascolti, sono un collega, è giorni che cerco di farmi fare un tampone. Ho già RX torace e gli esami. Sembra una polmonite batterica. Se mi fa il tampone, me ne vado e vi lascio liberi per altri”. Acconsente subito, mi sento capito. Al contempo mi guarda serio serio: “Io non sono mica tanto convinto che sia batterica. Ora le faccio anche gli esami e voglio vedere l’ossigenazione del suo sangue. In un’ora sapremo tutto”. La mezzanotte è vicina, ma ora vedo un punto d’arrivo. Riesco anche a trovare la voglia di chiacchierare con questo giovane medico, energico e motivato. Mi piace. “Cosa volevi fare quando hai iniziato Medicina?” gli chiedo. “Il medico di base, era il mio sogno. Poi ho incontrato il Pronto soccorso e me ne sono innamorato. È quello che voglio fare per sempre, anche se non posso fare la Specialità e lavoro come partita Iva. Ora siamo ammirati, temo che poi se ne dimenticheranno tutti…”.
L’esecuzione del tampone (gola, narice destra, narice sinistra) è doloroso e invasivo. L’avessi saputo prima non avrei insistito tanto per farlo. Meglio così. Respiro sempre peggio. Quando gli esami sono pronti, il dottore mi richiama. “Può essere che sia batterica, ma lei ha un’insufficienza respiratoria grave, classe 4, devo ricoverarla!”. Per il tampone ci vorrà un giorno. Perdo consapevolezza, sono stanco, è tardi, l’una di notte, poco lucido. Ho paura. Dove mi metteranno? Chiedo il permesso di andare a dormire a casa e ricoverarmi il giorno dopo. Firmo. Mi autodimetto. Una follia. Posso dirlo? Una cazzata! Forse mi ero infettato il cervello… Mercoledì mattina, è l’11 marzo ormai, il mio angelo custode domestico (ne avrò molti in servizio da qui alla fine) richiama il 112. In meno di un’ora l’ambulanza è sotto casa. Codice giallo, sirene spiegate, di nuovo in Pronto soccorso. Ormai sono di casa. Dopo un’ora mi stanno già visitando. La dottoressa rilancia l’ipotesi della polmonite batterica. Mi fanno esami per infezioni plurime, del sangue, delle vie urinarie, la legionella. Mi attaccano alla bombola di ossigeno. Sarò ricoverato in Medicina d’urgenza, in attesa dell’esito del tampone. Sto meglio. Mentre aspetto, tra il disperato e il preoccupato, solo in astanteria, alla ricerca di contatti umani, penso a un collega che lavora nel Cps, mi ero chiesto se fosse in servizio, avevo immaginato di cercarlo. Poi mi sono assopito.

Al risveglio mi portano in reparto. Camera doppia, uso singolo. Per forza. Qui ho il primo duro incontro con l’isolamento e le norme di protezione sanitarie. Un’infermiera, più spaventata di me, mi impone di indossare sempre la mascherina e mi avvisa. “Qui rimarrà poco. Se positivo sarà trasferito, se negativo anche. E non si faccia portare nulla. Se positivo, ogni sua cosa sarà buttata via e bruciata”. Penso alla mia borsa, al mio giaccone, ai miei vestiti. Non posso crederci. Per la prima e ultima volta sento una parola terribile riferita a chi entra nella mia stanza: “Sono sporca” dice un’altra infermiera. Intende che non è più sterile. Mi fa male. Sono sporco anch’io. In questa attesa i ricordi si fanno meno precisi. Riposo, riposo, riposo. Giovedì mattina arriva un’altra dottoressa. “Ha novità?” le chiedo.  “Sì, è positivo, ora la trasferiamo al Sacco!”. Diretta. La apprezzo. POSITIVO. In genere è un concetto che mi piace, simile a ottimista, è un approccio alle cose che pratico. Forse non avrei voluto sentirmelo dire, questa volta. Il 12 marzo 2020 sono diventato un numero nelle statistiche e nei bollettini.

A SIRENE SPIEGATE VERSO IL SACCO
Ero uno dei 15.113 italiani positivi al tampone, uno degli 8.725 lombardi, uno dei 4.277 ricoverati della regione. Mi chiedo tuttora quale sia l’impatto numerico. In assoluto sono cifre da spettatori di un’importante partita di basket o di una media partita di calcio. Piccole percentuali sulla popolazione. In assoluto, viste come una distesa di letti in un ospedale, mi sembrano un’enormità, una folla, una moltitudine. Non sono solo, siamo in tanti, preoccupiamo medici e epidemiologi. In realtà, la positività è quasi un sollievo, la ragione del mio malessere, la risposta a tante domande. Da lì a poco una nuova ambulanza. Un viaggio in compagnia di un altro “positivo”. A sirene spiegate, quelle che tanti milanesi hanno avuto come unica colonna sonora nelle settimane di lockdown. Conosco bene la strada per il Sacco. Non mi accompagnano buoni pensieri. Costruito come sanatorio per la Tbc nel 1927 e chiamato Vialba, mi ha accolto al primo anno di Medicina per le prime autopsie. Famoso in seguito per la cura dell’Aids. Qui ho visto per l’ultima volta Gigi, il mio padrino di battesimo, ricoverato per un tumore gastrico. I pensieri corrono veloci. Brutti e spietati, non riesco a fermarli. Conosco la mia mente, difficile gestirla in questo momento. Ci portano nel reparto di Medicina 2, è stato appena riconvertito per accogliere i Covid-19. Quando si apre la porta del reparto vedo un nugolo di infermieri e medici schierati in fondo al corridoio. Si muovono, bardati e guardinghi, intorno a noi. Sembrano farsi forza l’un l’altro.
“Quale letto vuole?”. È una stanza grande, abituata a ospitare tre letti, ora ci tiene in due. Non faccio complimenti, scelgo quello vicino alla finestra. Una buona opzione, lo capirò poi. In poco tempo arrivano i primi controlli e le prime visite. Arrivano due medici, lo so perché si qualificano, uno strutturato e la sua specializzanda. Oltre ai parametri vitali e all’esame obiettivo mi fanno la prima ecografia polmonare. Risuonano tra di loro sigle e termini per me incomprensibili. Però sono in grado di decifrare queste parole: “Ha i polmoni completamente bagnati. Dobbiamo aiutarla ad asciugarli. Abbiamo visto che funziona bene l’applicazione di un casco, con ossigeno forzato, per molte ore al giorno. Fra poco iniziamo. E poi le daremo delle terapie. Le chiederemo solo il consenso verbale, non possiamo tenere alcun pezzo di carta”.

Per la seconda volta decido di qualificarmi come medico, mi sembrano contenti. Mi somministrano dei farmaci “retrovirali” (quelli per l’Aids, quel pensieraccio…) e antimalarici. Al contempo, da medico sui generis, non realizzo bene quali siano le mie condizioni. Sono rassicurato dall’essere in ospedale, ora decideranno loro terapie, dosaggi, cure. Mi affido. Totalmente. Verrò a sapere molti giorni dopo che delle telefonate che i medici fanno a casa, la prima avrà questo contenuto: “Signora, lei lo sa che suo marito è in una situazione molto grave? Lo teniamo in reparto, ma al confine della rianimazione, pronti a trasferirlo durante la notte al primo segnale negativo. Dobbiamo anticipare gli eventi, non farci cogliere di sorpresa. Dobbiamo anticipare l’infezione, non rincorrerla”. Fortunatamente ne ero ignaro. Ancora oggi mi dispiace aver creato tanta preoccupazione. Sono un po’ stordito, ma subito una cosa mi balza all’occhio. Nel via vai di personale che entra nella stanza, noto che si muovono sempre almeno in coppia. All’inizio non ne capisco la ragione, poi, giorno dopo giorno, mi rendo conto che si tratta di una scelta, con una funzione di sostegno reciproco di fronte a un compito e un lavoro terribili, rischiosi, a contatto continuo con la morte e la paura. Non so, non sono riuscito a chiederlo, se è stato pensato come un protocollo. In ogni caso è un’ottima scelta, utile anche a noi pazienti.

INCONTRO TRA UOMINI E DONNE MASCHERATI
Un’altra cosa mi colpisce. Chiunque entri nella stanza è vestito e bardato in tenuta antivirale. Cuffia aderente in testa, occhiali isolanti e visiera in plastica che arriva al collo, mascherina Ffp3 serrata su bocca e naso, tre paia di guanti, camice usa e getta, calzari sulle scarpe. È impossibile capire chi sia, quale ruolo abbia, quale identità. Al tempo stesso pure i pazienti indossano una mascherina. È un incontro (??) tra uomini e donne mascherati. Perturbante per me che sul riconoscimento, sul guardarsi reciprocamente, sul conoscersi e riconoscersi, fondo gran parte delle mie modalità relazionali. Mi piace capire qualcosa delle persone osservando la faccia che hanno, le espressioni del viso. Adesso sono disorientato. Alcuni provano a scrivere un nome o una qualifica sul sopra-camice, ma è episodico. Provo ad arrangiarmi. Cerco di fissare l’attenzione ai loro occhi. Qualcuno, dei blu intensi, dei meravigliosi tagli orientali, mi colpisce, ma non basta. Allora mi sposto sui dettagli. Molte dottoresse portano gli occhiali. Osservo e registro la marca sulle stanghette. Un giovane medico nasconde nella cuffia un codino, gli dico che sarà facile riconoscerlo per questo. “Attento a non confondersi, siamo in due ad averlo…”.

GIRO DEL MONDO DENTRO A UN CASCO
Inizio piano piano a orientarmi tra i diversi interlocutori. Forse per questo ho sentito il bisogno di definirmi.
“Mi chiamo Roberto, sono un medico”. Dirlo mi aiuta. Al contempo noto tra di loro un’armonia, una solidarietà, un vincolo fortissimo. Una dottoressa alza la tapparella, un’infermiera rifà i letti, un’altra getta i rifiuti, si aiutano, ci aiutano. Ma questi sono elementi che si accumulano dentro di me nel tempo, nei giorni che passano. Torniamo alla cura. Alla partenza. Arriva il casco. Il suo nome mi diventerà familiare. Cpap. L’avrete visto, è un aggeggio di plastica trasparente, una specie di pallone dentro il quale si mette la testa, tra il casco da permanente e quello da palombaro. Un’altra delle mie salvezze. Costruito nella technological valley tra Bologna e Modena. Come tutte le cose belle, con qualche difetto. Ore e ore dentro (anche 20 al giorno, all’inizio), poco tollerabile con la febbre alta (ti gira attorno aria ad alta temperatura), molto rumoroso (come fosse un aereo poco insonorizzato), questione brillantemente risolta con tappi per le orecchie o cuffiette per la musica. Oppure come astronauti dentro le loro tute spaziali, con tutte le conseguenze sul soddisfacimento dei bisogni fisiologici. Con Alberto, il mio compagno di stanza e avventura, ci dicevamo a ogni ciclo che partivamo per un viaggio aereo. Abbiamo fatto sicuramente il giro del mondo in lungo e in largo.

Ma a fianco dei viaggi virtuali, devo raccontare qualcosa dei viaggi mentali che la condizione di malattia, questa malattia, ha attivato. Il primo giorno, il dottore della telefonata mi aveva detto che tra gli effetti collaterali delle terapie ci potevano essere episodi deliranti, fenomeni allucinatori, stati confusionali. La febbre e la paura hanno contribuito, ne sono certo. La fase centrale della malattia è durata cinque giorni, un corpo a corpo intenso e appassionato con Mister Corona. Le notti, i momenti peggiori, tra incubi e pensieri che si avvitavano come trapani. Una volta ho visto mia figlia seduta su una seggiola in fondo al mio letto. Mi guardava con amore. Ero critico rispetto alla sua NON presenza, ma mi faceva piacere vederla lì, me la sono tenuta cara. Un’altra mi sono immaginato in montagna durante un’ascensione estrema. So che in certi casi la morte arriva perché, esausti, ci si lascia andare tra le braccia della fatica, del vento, del freddo. Ho pensato che alla peggio avrei avuto questa chance.

LA PRANOTERAPIA, PERCHE’ NO

Cercavo di non essere raggiunto da nessuna notizia, ma sul piccolo televisore scorrevano le immagini della strage e della tragedia in atto a Bergamo, la mia città natale. Ho pensato che i bergamaschi potevano avere una fragilità genetica che li rende mortali davanti al virus. Un’altra volta mi sono dispiaciuto al pensiero di quante cose avrei ancora voluto fare, di quanti incontri avrei voluto godere, di quante opportunità avrei voluto beneficiare. E mi rammaricavo nel timore che non potessi più averne. Venerdì notte, la seconda sotto Cpap, qualcuno arriva e mi dice, scrivendo su un foglio che mi mostra davanti al casco, che vogliono somministrarmi endovena una terapia sperimentale, un farmaco usato nell’artrite reumatoide che abbatte gli indici infiammatori. “Ci dà il consenso verbale?”. Avrei accettato anche la pranoterapia in quel momento. Ma, di nuovo, i pensieri. Se hanno tutta questa fretta, allora vuol dire che…

Per me niente visite, solo la possibilità di ricevere biancheria di ricambio una volta al giorno. Fortunatamente ero fornito di telefono, tablet, mac e, soprattutto, di tanta buona musica. Un bel rimedio lenitivo. Oltre alla mindfulness. Quel respiro che nella pratica è così fondamentale, diventava la ragione di ogni buon atto respiratorio. Cercare di sentirmi ed essere presente in ogni momento, una condizione di serenità. Accettare quello che stavo vivendo mi è servito in ciascuna delle decine di volte che mi hanno fatto prelievi venosi o arteriosi. “Lascia che gli aghi entrino in te” mi ripetevo. Ne hanno toppati due o tre. Bravi loro, e anch’io.

Presto ho saputo che lontano dall’ospedale, ma vicine al mio cuore, una moltitudine di persone ha vissuto con me e i miei familiari preoccupazioni, timori, speranze, gioie e sollievo. Li ho immaginati come un affollato coro greco che mi sosteneva e spingeva da dietro, mentre mi apriva la strada davanti. So, e corro il rischio di passare per esoterico, che ognuno è stato parte della mia cura. Ho sentito persone mai conosciute, risentite altre perdute. E poi, i curanti. Sono stato curato con competenza e attenzione, direi con affetto, e ho sviluppato un incontrollabile trasporto amoroso verso ogni figura sanitaria che mi si avvicinava, infermiere e infermieri, dottoresse e dottori, Osa, chiunque avesse un sopra-camice. E, presuntuosamente, ho avuto l’impressione di un affetto reciproco.

Che dire di quella dottoressa che all’ennesima misurazione della giornata, prende in mano il termometro, lo guarda, esulta e mi lancia un gimme five. Ma come, non sono infetto? “Stiamo imparando a curarvi insieme a voi” ci dice un giorno un’altra dottoressa. Qualcuno poteva inquietarsi ascoltando questa affermazione. A me è sembrata lo specchio dell’umiltà, l’accettazione dei propri limiti, l’ascolto di ogni indicazione (“Dalla Cina abbiamo saputo, a Lodi hanno fatto…”), quella che in psicoanalisi si chiama “co-costruzione”. Ci credo e la pratico.

A ripensarci, una sera non siamo stati così amorevoli: un infermiere si è rifiutato di spegnerci la luce fino a mezzanotte. Ero dentro il casco, non potevo alzarmi. L’ho mandato a quel paese. Arriva la prima domenica in reparto, inizio a stare meglio, mi chiedo chi verrà a visitarci. Arriva una coppia mista di medici, un lui e una lei, sono di buon umore, pieni di fiducia e entusiasmo. Mi dicono che sto andando proprio bene, che c’è ancora della strada da fare, ma che ce la farò. Mi tolgono i farmaci sperimentali, gli antibiotici, mi riducono le ore giornaliere di Cpap. Sono felicissimo, telefono a casa, mi emoziono.

Il tempo passa. Siamo tutti abituati ormai a una medicina che abbrevia ogni tempo ospedaliero, che dimette le puerpere un giorno dopo il parto, una chirurgia quasi solo in day hospital. Qui sento esattamente il contrario, c’è una chiara inversione di tendenza. Si viene dimessi solo se si sta veramente bene, a prova di ricaduta. Non vogliono correre rischi. Condivido.

Quando si capisce che stai guarendo? E da cosa? Ci sono dati oggettivi, parametri clinici, ecografie, dati numerici. Ci sono sensazioni soggettive. Utili. Mercoledì 18 marzo, durante il turno serale, due infermiere, le riconosco, Michela e Virginia, si avvicinano al mio letto. “Possiamo parlarle seriamente?” mi chiedono. Capisco che non parlano di me. “Abbiamo bisogno di aiuto, non ce la facciamo più. Ogni volta che si torna a casa riparte la paura di infettare i nostri familiari, i bambini. Ma questo lo gestiamo, come la paura tutti i giorni. Il problema è quando andiamo a dormire. Ne abbiamo bisogno, infatti crolliamo come sassi. Poi, improvvisamente, ci svegliamo e ci appare l’immagine dei vostri occhi, il vostro sguardo dentro i caschi e non riusciamo più a dormire”.

CONSIGLI PER LE INFERMIERE
Sono lusingato, sono felice, penso che se mi chiedono aiuto, vuol dire che posso darlo e non più riceverlo. Poi, questo è il mio cavallo di battaglia, l’immedesimazione. Parto. “Va bene che siate così partecipi ma, vedete, dovete cercare di mettervi nei panni degli altri senza diventare gli altri…”. Mi interrompono subito. “Sì, sì, queste cose le sappiamo benissimo. Ma noi vogliamo trovare il modo di dormire!!”. Cambio subito registro, ne sono ancora capace. “Ok, datemi una mail e vi mando delle indicazioni. Che sono queste: “Potete prendere della melatonina di qualità, oppure dei blandi ansiolitici, qualche goccia. Per i pensieri e le immagini, pensate a quei grandi pulsanti rotondi rossi d’emergenza che staccano la corrente. Immaginatene uno ancor più grande che spegne i vostri pensieri quando si attorcigliano. Poi, col tempo, ci potranno essere altri aiuti, se necessari”. Due giorni dopo si affacciano alla porta. “Presa la melatonina, dormiamo! E il pulsante rosso funziona benissimo!!”.

CHE SUCCEDE? PERCHE’ QUESTE PAROLE?
Giovedì 19 marzo, la festa del papà. Sono ancora in ospedale, ma va tutto bene. I parametri sono ok, senza casco, ancora ossigeno, normale decorso, pare. I medici del mattino sono ottimisti. Felice. Al pomeriggio arriva la “cattivona”. Lei fa poco squadra con la collega, a meno che non si siano divisi i compiti. Poliziotto buono, poliziotto cattivo. Si muove con decisione. Gli occhi intelligenti e acuti sono rapidi e scattanti, coprono ogni angolo della camera. Mi sgrida un po’, mi ammonisce, mi mette sull’avviso. “Guardi, che dovrà mettere ancora la Cpap, è facile ricadere, faccia il bravo, stia tranquillo, non abbia fretta”. Sulle prime mi spavento, temo scenari catastrofici, tentenno. Perché queste parole? Cosa succede? Che sia la temuta recidiva? Mi credevo vicino alla cima, mi sento rimandato giù al campo base.

Poi i pensieri, quelli buoni, si attivano. È abbastanza chiaro che ognuno gestisce l’ansia e la paura a modo proprio. Chi tirando fuori le emozioni come le due tenerissime infermiere della sera prima, chi facendo la dura come la dottoressa di oggi. So che è preoccupata per me. Che parla e agisce nel mio interesse. Che mi vuole guarire e non ci sta a perdere nessun paziente. Non riesco ad odiarla. La notte ci ripenso. So di essere un po’ velleitario e presuntuoso. Mi faccio il film che se la “cattivona” fosse tornata oggi le avrei detto: “Dottoressa, mi dedichi cinque minuti noi due da soli. Si sieda qui in fondo al mio letto, che è un buon modo di stare vicino al paziente e mi ascolti. Voi siete bravissimi, io vi devo la vita e vi sono enormemente grato. Per me siete eroici, quindi intoccabili, ma ora le racconto cosa succede da questa parte quando passate e dite certe parole, come le sue di ieri, seppur con intento di cura e cautela nostra”.

La fantasia mi ha fatto passare in allegria la mattina. La “cattivona”, che tutti dicono essere bravissima, non è più tornata. Nel pomeriggio sento mia figlia al telefono. Siamo felici. Finita la telefonata scoppio a piangere, da solo, a singhiozzi, come un bambino. È la prima volta da giorni e giorni. Prima ero congelato dentro emozioni quasi impossibili da maneggiare. Mi sento sollevato. Un altro passo verso la guarigione.

L’ultimo pezzo di strada sarà il più lungo e lento. Non come in montagna dove la vetta o il rifugio da raggiungere spesso stanno dietro l’ultimo strappo. No, qui c’è un falsopiano che non finisce mai. Arriva una coppia di medici, due ragazzi aperti e disponibili. Praticamente mi leggono il prelievo arterioso dal vivo, come se fosse un test da controllare alla finestra. “Il suo sangue è bello rosso!”. Ricevo un altro five. Guardo un’intervista a Angelo Marzano, un dermatologo, uno dei primi malati a Milano, ricoverato anche lui al Sacco. Confessa le paure che ha provato. Dice che ora potrà capire maggiormente i suoi pazienti, perché è stato un paziente anche lui. Parole sante, un mantra per me.

Gli ultimi passi sono segnati da una vera e propria camminata, anzi due. La prima avviene in reparto. La dottoressa, Marta, mi chiama fuori dalla stanza, mi porta in corridoio, non ci ero mai stato in dodici giorni. Mi fa indossare la mascherina, mi misura la saturazione e mi dice: “Ora cammini fino alla fine del corridoio e poi torni indietro, così vediamo come va la saturazione sotto sforzo”. Provo le stesse sensazioni fisiche e emotive di un esame importante all’università. Cercando di tenere a bada le emozioni percorro i venti metri circa. Sul muro di fondo c’è un grande poster con un arcobaleno e quella scritta “Andrà tutto bene” che ha infastidito molti. In quel momento mi sembra meravigliosa, come se stesse parlando a me. La raggiungo commosso, mi giro e torno dal mio giudice personale. La saturazione è rimasta uguale. “Lo rifaccia, più veloce!”. Penso di aver già preso 30 e immagino che questa sia la domanda per la lode. Cammino rapido e sorridente. La saturazione è stabile nuovamente. Il giorno dopo sarò dimesso. Scrivo il terzo e ultimo messaggio ai miei pazienti. “Guarigione…”.

La mattina passa tra preparativi e attese, saluti e commiati. Durante l’ultimo prelievo arterioso chiedo a Federica, la giovane specializzanda: “Dottoressa, senza pretese scientifiche, mi dà le percentuali dei meriti per la mia guarigione tra le vostre competenze, le cure applicate e… il culo?”. “30-30-30” risponde prima ancora di pensare. Ho l’impressione che si sia tenuta stretta sulla terza componente… Ci salutiamo, vorrei abbracciarla, glielo dico, so che non si può. “Però stringerci le due mani sì”, dice lei. Lo facciamo con il piacere e l’intensità consentiti. “Non so come ringraziarvi”. ” Siamo noi a ringraziare lei”. Senza mascherina probabilmente ci scopriremmo due lacrime. Saluto con calore Alberto. Mi dispiace che rimanga lì, anche lui. È preoccupato per chi arriverà. Mio figlio mi aspetta a piano terra.

NO, NON LO SO CHE COSA PROVO
Ecco la seconda camminata. Prendo la mia borsa, un sacchetto, mi avvio lungo il corridoio, nell’altra direzione.
Le mie cose sono pesanti. Mi chiedo se non sia uno sforzo eccessivo. Mi sa che siamo entrati in una fase nuova, sarà temporanea, quella del timore per il dopo. Salgo in macchina sul sedile posteriore, tra guanti e mascherine. Non so neppure io cosa provo. Ma c’è una foto appena salito in auto che mi mostra vincente. Gioia. Certamente. Ne avrei volentieri fatto a meno. Il 23 marzo 2020 sono stato dimesso. Guarito. Come altri 7.432 italiani e 6.075 lombardi dall’inizio dell’epidemia. Sono salvo, mi sono salvato, a differenza di 3.776 deceduti in regione. Tutti numeri che cresceranno in seguito.