La Repubblica 14/3/2020 La paura del contagio. S. Bolognini

La Repubblica

Venerdì, 13 marzo 2020

Ilaria Venturi Intervista Stefano Bolognini

 

Lo psicanalista Bolognini

“Sentirsi tristi o rabbiosi è la condizione da accettare. Reagire da adulti è la risposta”

 

Introduzione: Il Coronavirus fa vacillare la nostra immagine del mondo e mette in discussione la relazione degli individui con se stessi, con gli altri e con la società, erodendo le certezze alla base dell’immaginario individuale e collettivo.

Stefano Bolognini, psichiatra, membro ordinario, aft della Società Psicoanalitica Italiana,  past president della SPI e dell’International Psychoanalytical Association, sottolinea che, superata la reazione di smarrimento, di fronte alla consapevolezza dell’epidemia e delle gravi ripercussioni connesse, bisogna accettare e reagire, se si ha questa capacità, da persone mature, affrontando le difficoltà. (Maria Naccari Carlizzi).

 

La Repubblica Venerdì, 13 marzo 2020

La mente

Ilaria Venturi Intervista Stefano Bolognini

 

Lo psicanalista Bolognini

“Sentirsi tristi o rabbiosi è la condizione da accettare. Reagire da adulti è la risposta”

 

«Occorre pensare che questo periodo di sospensione non durerà in eterno, ma nemmeno sarà breve. Come viverlo? Accettando di essere depressi e impauriti in una giusta dose: è sano».

Parola di psicoanalista. Stefano Bolognini, che ha guidato per anni, unico italiano, la società psicoanalitica internazionale fondata da Freud, mette sul lettino lo stato d’animo dei bolognesi (e non solo) chiusi in casa a causa del coronavirus.

Professore, il virus colpisce il corpo ma lo stato d’emergenza deprime molto anche lo spirito, la gente è angosciata

«Sì, proviamo stupita tristezza nel trovarci inaspettatamente limitati. Pur capendo che è giusto, siamo storditi da questa situazione. Ma è sano provare un po’ di depressione, nel senso di sentire una tristezza adeguata, un fastidio comprensibile, anche rabbia e paura che può essere un sentimento autoconservativo. Il panico al contrario ci impedisce di ragionare e di difenderci.

Intendo una paura realistica, non temerarietà, cioè irresponsabilità non cosciente del pericolo, né l’essere arditi: mi metto in pericolo e me ne vanto, un atteggiamento tutto narcisistico».

Anche lei prova paura?

Come vive le sue giornate?

«Come tutti. Ma ho la fortuna di essere casalingo, mi piace stare in casa. Mi sento con gli amici e poi continuo a lavorare».

Gli psicoanalisti non devono interrompere l’attività?

«È importante non lasciare soli i nostri pazienti. La maggior parte di noi sta facendo sedute a distanza, via Skipe. Ma non è la stessa cosa in quanto per la prima volta lo psicoanalista entra in casa del paziente: vede una parete, dei libri, il gatto che balza alle spalle.

Il paziente lo sente, perde il senso rassicurante di un’assoluta separatezza tra casa e studio analitico».

Chiese chiuse, sedute psicoanalitiche a distanza. Così si perdono punti di riferimento importanti?

«Comprendo l’esortazione del cardinale Zuppi a seguire la messa in streaming, lo facevano anche le nostre nonne seguendo a messa del Papa in tv. C’è un bisogno profondo di poter fare riferimento a qualcuno o a qualcosa, di non perdere una relazione interna con gli equivalenti genitoriali».

Ci sentiamo ingabbiati e impauriti da un nemico invisibile.

«Un po’ è così. Sappiamo che possiamo ridurre molto il rischio di infezione, ma anche che l’Amuchina non ci proteggerà totalmente e quando spingo la maniglia di una farmacia penso sempre che altre mani l’hanno spinta. Il coronavirus è una tipica situazione in cui c’è l’elemento persecutorio: qualcosa che non posso controllare perché non lo vedo e non lo posso eliminare del tutto. E poi c’è l’aspetto della deprivazione della libertà, soprattutto per chi che ha una difficile sopportazione rispetto all’essere limitati. Una certa parte della popolazione, pur essendo convinta che le restrizioni siano un bene, ne soffre molto, si sente come un leone in gabbia».

La convivenza forzata per tutto il giorno rischia di far scoppiare coppie o famiglie?

«Non siamo abituati a questo: da un lato fa piacere, dall’altro questo lungo tempo insieme muove le acque in modo non sempre sereno. Non è facile nemmeno per chi non è abituato a stare troppo in contatto con se stesso. Ma dal punto di vista psicologico un certo nervosismo, il non poterne più dopo qualche ora è normale. Nel giro di una settimana il baricentro emotivo e sociale si riorganizza, non mi preoccuperei troppo. Teniamo presente che stiamo vivendo lo sbigottimento come è stato per l’11 Settembre, il terremoto, il terrorismo. Anzi, secondo me il Coronavirus è anche peggio».

E come se ne esce?

«Al momento non se ne esce, ci si sta in questa situazione avendo precauzioni e accettando il fatto che non saremo mai completamente al sicuro anche se non ci fosse questo virus . La differenza la fa sempre come si reagisce».

Un consiglio da psicoanalista?

«Ne darei due. Distinguere il videogioco dalla realtà: tanti non stanno capiti di fronte a questa terribile minaccia. Dunque occorre seguire le regole. E non pensare che la cosa finisca presto, ci vorranno settimane. Un sacrificio che dobbiamo affrontare consapevolmente e non perché c’è un dittatore crudele che ce lo impone. Occorre reagire da persone mature. In termini psicoanalitici significa ascoltare il Super-Io, in questo caso gli scienziati e gli amministratori, ma poi essere in grado a livello dell’Io cosciente di condividere il dato di realtà e di non viverlo come un’ingiunzione persecutoria o dittatoriale».

 

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