La Repubblica, 25 marzo 2018, L. Preta e G. Homayounpour

 

Introduzione: Robinson nell’inserto domenicale di la Repubblica tratteggia dieci diverse atmosfere culturali per declinare, oggi, l’eredità di Freud, leggere la psiche, rappresentare i tormenti dell’anima e sognare, al di là della “talking cure” da cui cominciò tutto..

Ecco  di seguito i dieci punti di vista che Robinson ha proposto:

Lo psicoanalista dal volto umano, di Vittorio Lingiardi

Inconscio ergo sum, di Massimo Recalcati

La psicoanalisi in 10 voci, di Umberto Galinberti

Ogni continente ha la sua anima, di Lorena Preta

Stare sul lettino a Teheran, di Gohar Homayounppour

Terapeuta parla col mio neurone,  di Riccardo Staglianò

Un, due, tre valzer sull’analisi, di Dario Olivero

Dr. Sigmund & Mr. Shakespeare, di Stefano Massimi

Edipo e altri complessi: in 10 psycho-passi, di M.Niola e M. Signori

 

la Repubblica,  25 marzo 2018, Robinson, “Ogni continente ha la sua anima La nuova geografia della psiche Spiega anche le differenze tra Est e Ovest. Terrorismo compreso”  di  Lorena Preta

Lorena Preta, psicoanalista della società psicoanalitica italiana e rappresentante del gruppo di ricerca Geografie della Psicoanalisi, dal suo punto di vista sottolinea che, oggi, la psicoanalisi può svolgere, anche, la funzione di lettura e interpretazione della trasformazioni simboliche della realtà e del malessere del mondo contemporaneo, fenomeno  comune a tutte le culture. “L’ottica binoculare”  e quella che analizza le dinamiche del campo di forza plurisoggettive  possono dare senso a cose che sembrano non averne, favorendo la genesi di nuovi pensieri e della stessa capacità di pensare. (Maria Naccari Carlizzi)

 

la Repubblica,  25 marzo 2018, Robinson, “Ogni continente ha la sua anima La nuova geografia della psiche Spiega anche le differenze tra Est e Ovest. Terrorismo compreso”    Lorena Preta

 

Ogni continente ha la sua anima

La nuova geografia della psiche spiega anche le differenze tra Est e Ovest. Terrorismo compreso             Lorena Preta 

Fine luglio 1909: Freud e Jung, emozionati e curiosi, solcano l’oceano che li porterà dalla vecchia Europa agli Stati Uniti per un ciclo di conferenze dedicate alla nuova e discussa disciplina chiamata psicoanalisi. In America non se ne sa molto ma “la cura con le parole”, come ebbe a definirla una delle prime pazienti di Freud, ha già suscitato insieme grande interesse e molta diffidenza. C’è attesa ma forse poca consapevolezza della portata storica e rivoluzionaria della psicoanalisi. In realtà l’immagine dell’uomo conosciuta fin lì è stata radicalmente stravolta: le azioni e i sentimenti non sono determinati dalla coscienza, ma hanno origine dalla forza potente e indecifrabile dell’inconscio. Muri invalicabili crollano sotto la spinta della nuova teoria: il sogno è portatore di significati nascosti; la sessualità ha un ruolo fondamentale nell’organizzazione della vita mentale ed essa non è appannaggio solo del mondo adulto ma anche dell’infanzia; il rapporto del medico con il paziente non è affatto asettico ma è guidato da affetti potenti che portano quest’ultimo a sperimentare verso l’analista un amore di “transfert”. Il mondo relazionale quindi ma anche la scienza, l’arte e la religione stessa non sono definiti esclusivamente dai loro fondamenti storici e culturali ma dalla complessa dinamica inconscia. Ce n’è abbastanza per pensare che la nuova disciplina possa portare uno sconvolgimento totale nella visione dell’uomo e del mondo. Infatti durante il viaggio Freud orgoglioso ma anche un po’ preoccupato, dice a Jung: “Non sanno che gli andiamo a portare la peste! ”. E oggi? La psicoanalisi ha ancora questa carica contagiosa e dirompente?

Sono pochi i Paesi del mondo in cui la psicoanalisi non sia arrivata introducendo nuovi vertici di osservazione dei rapporti individuali e sociali. Eppure la sua funzione è ben diversa da cultura a cultura, da società a società nonostante la globalizzazione renda omogenee alcune problematiche. Nell’Occidente super tecnologico per esempio, l’individuo si trova a vivere una situazione di frammentazione e di angoscia di perdita di sé, uno scollegamento dal proprio gruppo di riferimento sia famigliare che sociale. L’esigenza sembra essere il bisogno di riconnettersi e recuperare un senso di appartenenza. In questo caso all’esperienza psicoanalitica sono richiesti un contenimento e un’integrazione. Al contrario in Oriente si sta introducendo un’affermazione sempre più forte dell’individualità e la necessità di uno sganciamento dal controllo del gruppo famigliare e dalla collettività, che spesso sappiamo corrispondere a gravi politiche di oppressione. In questo caso la psicoanalisi può avere una funzione liberatoria. Eppure anche se segnata da profonde differenze, la mappa geografica planetaria mette in risalto un disagio psichico comune che attraversa tutti i Paesi del mondo. Le innovazioni tecnologiche hanno negli ultimi anni mutato profondamente la percezione che abbiamo del nostro corpo e della relazione con l’altro. Inusuali composizioni uomo-macchina, innesti di organi di specie diverse prima immaginati soltanto nelle mitologie, fecondazioni artificiali che possono ormai essere completamente sganciate dalla sessualità, differenze generazionali e di genere che sembrano annullate, comunicazioni virtuali che attraversano spazi senza corpi e senza materia, tutto questo fa di noi degli esseri diversi da prima e ingaggiati in un inedito processo di mutazione antropologica. La dimensione del tempo sembra schiacciata totalmente sul presente. Difficile elaborare il passato per superarlo e quasi impossibile proiettarsi nel futuro che i troppo rapidi cambiamenti rendono inimmaginabile. Sembra di non avere più un luogo, ma di essere costantemente “dislocati”, out of joint, fuori dai cardini.

In quest’ottica si possono leggere i fenomeni migratori caratterizzati da percorsi geografici e politici segnati da conflittualità e differenze a volte inconciliabili e da traumi non elaborabili. La soluzione a volte sembra essere il ricorso a un’appartenenza mimetica che può sfociare nei giovani, in un tentativo di “rifondazione” identitaria con accenti deliranti come nel fenomeno del terrorismo. A sua volta chi viene in contatto con il migrante affronta paure di dispersione e alterazione della propria identità che spesso vediamo sfociare in gesti di violenza inammissibili. Eppure è proprio tenendo conto del fatto che la psiche stessa è strutturata sulla dinamica di parti tra loro inconciliabili ed eterogenee che bisognerebbe attrezzarsi a ospitare le estraneità, senza pretendere di ridurre l’altro a sé ma lasciandogli quella dose di irriducibilità che lo fa diverso da noi. Come non avere coscienza però che mancano le attrezzature sufficienti per capire le nuove geografie della mente che ci aspettano? Se la psicoanalisi può ancora portare la peste della sua parola non conformistica, è conservando la funzione di “problematizzare” la realtà, di non darla per ovvia o scontata. Non si tratta di usare un paradigma da investigatori che devono smascherare il colpevole, ma di rimettere in contatto la persona con i suoi moti profondi e di considerare le complesse dinamiche dei gruppi che sono oggetto ancora inesplorato, in modo da generare “un raggio di intensa oscurità”.

 

la Repubblica,  25 marzo 2018, Robinson, Stare sul lettino a Teheran  I 10 anni del Gruppo freudiano in Iran: dove la psicoanalisi è ancora dottrina “sovversiva” di Gohar Homayounpour

Gohar Homayounpour, psicoanalista della International Psychoanalytic Association e della American Psychoanalytic Association, fondatrice e dirigente del Freudian Group di Teheran, ci riporta, nel suo articolo, al clima della “peste”portata nel 1909, (come ricorda Lorena Preta nel suo articolo nello stesso inserto di Robinson) da Freud e Jung negli Stati Uniti. La psicoanalisi ha anche una funzione etica e il crescente “desiderio “ di psicoanalisi in Iran, rispetto alla crisi della psicoanalisi in occidente risponde,  al bisogno, per certi aspetti sovversivo, di lasciar parlare l’inconscio perché ”nel sognare si è in grado di immaginare con una libertà..che non si ha nella vita da svegli”(Borges 1980, p.34).

 

la Repubblica,  25 marzo 2018, Robinson,  Stare sul lettino a Teheran  I 10 anni del Gruppo freudiano in Iran: dove la psicoanalisi è ancora dottrina “sovversiva” di Gohar Homayounpour

Stare sul lettino a Teheran  I 10 anni del Gruppo freudiano in Iran: dove la psicoanalisi è ancora dottrina “sovversiva”  Gohar Homayounpour 

Abbiamo appena celebrato il decimo anniversario del Gruppo freudiano di Teheran a Mashhad, una delle città più religiose dell’Iran, un sito di pellegrinaggio per i musulmani sciiti, dove il desiderio di psicoanalisi è sorprendentemente sempre più forte. L’Iran ha una popolazione di 75 milioni di persone, 13 solo a Teheran, e oltre il 60 per cento della popolazione ha meno di trent’anni. In Iran ci sono pochissimi psicoanalisti e ancor meno psicoanaliste. Di conseguenza, la domanda supera costantemente l’offerta, e quindi chiunque abbia un “divano” ha sempre una clientela numerosa. Il contrario di quello che sentiamo dire da colleghi di altri Paesi, dove la psicoanalisi è in crisi. Sembra esserci un’angolazione misteriosa nello sguardo dell’Occidente su di noi: più l’Iran diventa politicamente scandaloso, e più l’altro occidentale lo segue con attenzione, più diventa un oggetto desiderabile. Negli ultimi anni c’è un crescente desiderio per tutto ciò che viene dall’Iran e riguarda l’Iran (quasi una reazione feticistico-fobica). Per esempio, c’è una forte domanda di produzioni artistiche, dai film alla fotografia, alla letteratura. Un esempio eclatante si può trovare in quello che è successo con l’arte iraniana negli ultimi vent’anni: si ha la sensazione che nulla di sovversivo venga prodotto. In particolare nel campo delle arti visive, un vasto assortimento di piaceri persiani è stato generato e venduto in Occidente a prezzi altissimi, senza uno sguardo critico. Un fenomeno ben diverso è quello del cinema, dove l’Iran, sulle orme di Sohrab Shahid-Saless e Abbas Kiarostami, e il genere che hanno creato, ha toccato i massimi livelli di produzione artistica, producendo film brillanti, acclamati a livello internazionale. Non voglio certamente idealizzare tutto il nostro cinema e banalizzare l’arte iraniana in generale. È solamente un’osservazione per ragionare meglio sui pericoli di produrre piaceri erotici persiani. Non potrebbe essere un patto inconscio, nel quadro di una dialettica hegeliana padrone/schiavo, per sfuggire all’oscurità, alla differenza e all’ignoto? Una patto che mantenendo il cliché dell’esotismo avrebbe evidenti vantaggi nevrotici per l’Occidente e per l’Iran, ma trascurerebbe l’inconscio e le sue storie mostruose. Il Gruppo freudiano di Teheran non ha alcun accreditamento ufficiale presso lo Stato iraniano e non può offrire a studenti e candidati qualsivoglia tipo di certificato o diploma, perché non siamo associati con nessuna università del Paese. Non siamo nemmeno riconosciuti da nessuna associazione internazionale. Com’è possibile, allora, che abbiamo circa duecento membri a Teheran e a Mashhad, e che ci sia un continuo e insistente desiderio di nuove adesioni da tutto il Paese? Per dirla brevemente, il successo del gruppo ha a che fare con un senso interno di legittimità del gruppo, e in ultima analisi con il “desiderio” di psicoanalisi in Iran. Il gruppo è stato fondato nel 2007, perché funzionasse come un istituto di psicoanalisi, dove cerchiamo di praticare le regole fissate dall’Associazione psicologica internazionale per la formazione dei candidati (analisi, supervisione e lezioni teoriche). Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto la fortuna di godere dell’ospitalità di molti dei nostri colleghi internazionali. Di certo, la maggior parte dei nostri studenti riceve terapia psicoanalitica e formazione. La psicoanalisi è intrinsecamente sovversiva, e la cosa che trovo più intrigante del fatto di fare psicoanalisi a Teheran è la possibilità di praticarla proprio nel suo originario formato sovversivo. Vivere e lavorare in Iran come psicoanalista costringe inevitabilmente a vedere le cose attraverso il terzo occhio. Al margine del linguaggio. Al margine del soggetto. Il linguaggio dell’inconscio è quello del margine, è sovversivo e tale deve restare. Forse la crisi della psicoanalisi in Occidente ha a che fare proprio con questo fenomeno: più cerchiamo di far rientrare la psicoanalisi nel motto capitalista “il cliente ha sempre ragione”, più cerchiamo di ripulirla da tutto quello che può far sentire a disagio qualcuno, come la fantasia inconscia, la sessualità e… insomma, in un certo senso, più politicamente corretti diventiamo per attrarre “clienti”, meno desiderabili diventiamo per gli analizzandi. Siamo diventati convenzionali per diventare più attraenti, ma nel farlo abbiamo perso ogni desiderabilità. Dobbiamo ricordarci di quello che diceva Freud, e cioè che se un giorno parleremo della psicoanalisi senza suscitare reazioni ostili, sarà un chiaro segnale che non siamo riusciti a spiegare bene cosa sia realmente la psicoanalisi. Sarà un chiaro segnale che siamo diventati convenzionali, che ci siamo allontanati dal margine, dalla fantasia dell’inconscio, per entrare nel territorio dell’uniformità, della familiarità e del politicamente corretto. Dobbiamo proporre una politica della differenza e un rigetto dell’uniformità, nel territorio dei mostri, dentro le mille e una storie nel carnevale delle nostre menti. Senza sfuggire all’universalità della condizione umana, dove il dolore è dolore.

TRADUZIONE DI FABIO GALIMBERTI