la Repubblica 3 marzo 2019 “Non esiste il raptus di gelosia è solo violenza sessista” intervista a A. Nicolò

la Repubblica

domenica 03 marzo 2019

La neuropsichiatra

“Non esiste il raptus di gelosia è solo violenza sessista” 

Intervista di Cristina Nadotti a Anna Maria Nicolò

 

Introduzione: Cristina Nadotti intervista Anna Maria Nicolò sulla pericolosa sentenza della Corte d’Appello di Bologna, che ha dimezzato la pena all’autore di un femminicidio, per “soverchiante tempesta emotiva”. Nel femminicidio si realizza la negazione del riconoscimento dell’alterità dell’altro, ridotto a cosa, come se la vittima non fosse dotata di uno specifico, autonomo e differenziato funzionamento mentale. Il problema nodale di queste retrograde sentenze, è che riportano la concezione del rapporto di coppia in un  passato, che credevamo ormai lontano, di sopraffazione, potere e misconoscimento del ruolo della donna,  senza porre invece, l’accento sull’analisi della dinamica della relazione violenta fra i due partners.

La prof.ssa Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra infantile, membro ordinario AFT della SPI, è presidente della Società Psicoanalitica Italiana.(Maria Naccari Carlizzi).

 

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domenica 03 marzo 2019

La neuropsichiatra

“ Non esiste il raptus di gelosia è solo violenza sessista” 

Intervista di Cristina Nadotti a Anna Maria Nicolò 

 

«Assurdo!». L’immediatezza e la partecipazione con cui Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra e presidente della Società psicoanalitica italiana reagisce alla notizia della pena ridotta all’uomo che ha ucciso Olga Matei in preda a una «tempesta emotiva» è già un commento esaustivo. Le argomentazioni scientifiche sostengono poi la sua indignazione.

Professoressa, in psichiatria si usano i termini “tempesta emotiva”?

«No, escluderei che questa definizione dello stato di alterazione dell’omicida sia stata usata nella perizia psichiatrica, sono propensa a ritenere si tratti delle conclusioni tratte dal giudice sulla base del parere degli esperti, ma dovrei leggere sia la relazione del collega o della collega, sia la sentenza. Resta il fatto che è un’assurdità».

Perché? Non è possibile essere tanto alterati da non controllarsi?

«Certo, di fronte ad alcune situazioni che ogni individuo, sulla base del proprio vissuto e delle sue condizioni specifiche, ritiene insostenibili c’è un aumento di tensione che può portare alla perdita di controllo. E la perdita di controllo implica che si ceda agli impulsi».

Tanto da uccidere?

«Sì. La ricerca psichiatrica, e la cronaca, purtroppo, documentano tali casi. Però l’aumento di tensione e il livello della tensione che porta all’alterazione dipendono sempre non soltanto dalla situazione del momento, ma da molteplici fattori. Nello specifico, è fondamentale analizzare la dinamica della relazione di coppia».

Le prime indicazioni sulla sentenza mostrano che il giudice ha ritenuto la gelosia un fattore determinante. È corretto?

«Ripeto che vorrei leggere i documenti, ma certo, la gelosia è un sentimento di esclusività del rapporto con un’altra persona che può raggiungere livelli patologici.

Però, vede, non esiste un “raptus di gelosia”, esiste una modalità di relazione sbagliata, perché la gelosia fa parte di tutte le relazioni».

Esiste una gelosia “buona”?

«La gelosia è senso del possesso e in ogni relazione esiste una componente di esclusività. Però il modo in cui il mio interesse si manifesta e si concretizza nei confronti dell’altra persona dipende sempre dal modo in cui la vedo e la percepisco. Se la considero un oggetto penserò sia di mia proprietà esclusiva».

Allora più che di “tempesta emotiva” torniamo a parlare di sessismo?

«Se considero la mia partner uguale a me, capisco che è una persona, con sentimenti, esigenze  e pensieri che possono differire dai miei ma sono altrettanto importanti e da rispettare. Se invece per me è un oggetto è anche automaticamente inferiore, i suoi bisogni e i suoi diritti vengono sempre dopo i miei e mi sento autorizzato a imporre la mia volontà sulla sua, perché per me la sua non ha valore».

Resta il fatto che il giudice ha considerato la volontà dell’omicida tanto offuscata da fargli perdere il controllo.

«E questo, lo ripeto, è assurdo, perché se, come leggo, il femminicida ha detto ”Voleva lasciarmi, lei doveva essere mia e di nessun altro”, la sua volontà era offuscata perché per lui la sua compagna non era una persona ma un oggetto. Un passo indietro gravissimo, dopo che si sono finalmente riconosciuti un reato specifico e la violenza di genere.

“La tempesta emotiva” cui avrebbe fatto riferimento il giudice è un’aggravante, non un motivo per dimezzare la pena».

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