Liberazioni n.40, 03/20. Guardare al fuori, “con sguardo grande di animale” C. Cimino

Margarita Sikorskaia

Liberazioni Anno X n.40 Marzo 2020

Guardare al fuori, “con sguardo grande di animale”.

di Cristiana Cimino

Liberazioni, marzo 2020

Introduzione: Essere “creature” che abitano il pianeta significa fermarsi di fronte al mistero del mondo e accettare il limite che la natura ci impone. In questo articolo, Cristiana Cimino, riparte dalla conversazione tra Freud e Rilke per sottolineare come la perdita di ogni illusione precede il doloroso lavoro del lutto  e ci apre alla bellezza e alle gioie delle vita. (Maria Antoncecchi)

Cristiana Cimino psichiatra, psicoanalista, membro associato della Società Psicoanalitica

 

Liberazioni, marzo 2020

Guardare al fuori, “con sguardo grande di animale”.

di Cristiana Cimino

 

Da una prospettiva psicoanalitica, i viventi umani, in cambio della (presunta) rinuncia a un godimento assoluto, ottengono il controverso dono del linguaggio. Poiché i corpi umani sono corpi di godimento, ma sono anche attraversati dal significante, si suppongono separati (e tutelati?), attraverso la loro facoltà di parola, da un reale insopportabile e indicibile che, tuttavia, non smette di convocarli.

Durante una famosa passeggiata in compagnia del giovane Rilke e della silenziosa Lou Salome, il commento di Freud sul turbamento del poeta, che, pur ammirando la bellezza della natura, non riesce a trarne gioia perché soffre della sua transitorietà, è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Quando Freud si accorge che la propria affermazione non produce alcuna impressione sul giovane e malinconico poeta, conclude che lo svilimento del bello, “l’interferenza perturbatrice del pensiero della caducità”[1],debbano essere dovuti ad una ribellione al lutto, ad una impossibilità a rendere disponibile la libido a nuovi investimenti. Ma come intendere veramente questa indicazione freudiana? Qual è il lutto da compiere?

 

“Il bello non è che il tremendo al suo inizio” (Elegia I)[2]

 

Questo è il tema delle Elegie. Il tremendo, lo spaventoso irrompe e spezza l’armonia e la continuità che ci sono familiari. Tale irruzione è anche il paradigma del trauma psichico per come lo intende Freud: il risultato di un evento che ha le caratteristiche della sorpresa (Schreck) ed è pertanto in grado di provocare un effetto di spavento (Schreck) sullo psichismo. La poesia di Rilke si colloca storicamente in quella posizione di precarietà estrema per cui l’illusione del dominio sulla vita e dell’eternità è svelata e non più praticabile. Il tremendo irrompe sulla scena e la modifica definitivamente: psichicamente parlando, l’evidenza reale che il trauma segnala, la nostra caducità di esseri finiti, mancanti, proprio perché provvisti della facoltà di linguaggio, è insopportabile, la sua assunzione è lacerante. L’esito rilkiano è quello di sostare sul confine tra “ascesi” e “caduta” (Elegia X)[3]”, oscillando tra l’incapacità di esercitare quell’illusione di eternità ormai svelata, e il tentativo di farne il lutto. Rilke si colloca in una posizione di vulnerabilità estrema e di esposizione di fronte al mondo che fa di lui stesso “creatura che con tutti gli occhi vede l’aperto”[4],incarnando l’apertura estatica al mondo che precede ogni significazione. La sua poesia dice l’acuta consapevolezza di una definitiva perdita e proprio il suo trovarsi su un crinale – “il bello non è che il tremendo al suo inizio” – gli permette di avvicinarsi, in un’apertura senza riserve, alla “creatura”. Egli si muove su un confine incerto tra ascesi e caduta, tra la nostalgia non più sanabile e il doloroso lavoro del lutto. Grazie a questo vacillamento si apre al territorio del reale, quella terra di nessuno tutta da esplorare, una volta assunto il limite umano. Il travaglio del giovane Rilke si colloca agli antipodi di ogni tentativo di padroneggiamento perchè egli sa che “così viviamo, in un continuo prendere congedo”[5] e dunque tenta di compiere l’operazione di accogliere la caducità di tutte le cose e della loro bellezza. La sua malinconia segnala proprio “quanto è costernato chi è costretto a volare e proviene da un grembo”[6] e ne è il prezzo. Questa condizione di rinuncia a ogni radicamento, forse la più vicina alla pienezza di vita della “creatura”, sebbene per noi umani faticosamente guadagnata, concede altre grazie, altre possibilità se “si guarda fisso fuori con sguardo grande d’animale”[7] (corsivo mio). La posizione di Rilke diventa così passività ricettiva che nulla aspetta o si aspetta se non l’ospite inatteso. L’esortazione di Freud a ricostituire la possibilità di reinvestimento su nuovi oggetti, perduti i vecchi è la sua concezione del lutto. Ed è quello che egli sembra augurarsi, che dopo la distruzione nasca un nuovo mondo più solido e duraturo, cosa che non avverrà. Ci sarà invece un’altra guerra e una catastrofe senza precedenti. La caducità, la precarietà ormai sono svelate e abitano tutte le cose, come sa bene Rilke. Sono entrate nel quotidiano mostrando tutta l’illusorietà del nostro dominio sulla vita, potremmo persino dire finalmente. E’ da questa illusione di recuperare una padronanza, per noi umani perduta in origine a causa del vuoto scavato dalla parola e ormai patente, che occorre fare il lutto. Se diventiamo noi stessi “creature”, per quanto ci è possibile, la caduta non è più degrado o perdita irreparabile, ma facoltà di guardare il mondo “con sguardo grande di animale” che nulla prefigura ma solamente accoglie ciò che arriva.

Pubblicato su Liberazioni, anno X n. 40, /Marzo 2020

 

Note

[1] S. Freud, (1915) Caducità in OSF, vol. 8. p. 173, Torino, Bollati Boringhieri, 1976.

[2] R. M. Rilke (1923) Elegie Duinesi , Einaudi, Torino 1978.

[3] R. M. Rilke, op. cit.1978.

[4] Ibid., VIII Elegia, p. 49.

[5] Ibid. p. 53.

[6] Ibid., p. 51.

[7] Ibid., p. 49.