Denaro, potere e narcisismo: è tempo di rifondare le regole. La psicoanalisi al tempo della «speculazione sfrenata» ,Silvia Vegetti Finzi CORRIERE DELLA SERA 24 maggio 2012

Introduzione:Silvia Vegetti Finzi ripercorre le strade che da Freud portano alla decisione di oggi della Società di Psicoanalisi di fare un congresso su “denaro, lavoro, potere”. La psicoanalisi vuole porsi così come sistema di riferimento e laboratorio per un buon uso delle norme sociali nella loro accezione non autoritaria ma come senso di responsabilità.(Silvia Vessella)

Corriere della sera 24.5.12
Denaro, potere e narcisismo: è tempo di rifondare le regole
La psicoanalisi al tempo della «speculazione sfrenata»
di Silvia Vegetti Finzi

«Uscire dalla galera terapeutica» e «prendere la via del largo» sono le colorite espressioni con le quali Freud, pur privilegiando il rapporto di cura, apre la psicoanalisi al confronto con altri ambiti disciplinari e a un più vasto contesto sociale. Un compito ineludibile negli anni 20-30 quando l’Europa si sta avviando, senza esserne pienamente consapevole, verso la catastrofe della Seconda guerra mondiale. Saggi quali Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), Il disagio della civiltà (1929), Perché la guerra? Carteggio con Einstein (1932) rappresentano contributi fondamentali per comprendere l’interazione che intercorre tra individuo e società, mondo interno e mondo esterno, economia psichica e regole sociali.
Se ora quel compito si ripropone con forza è perché la crisi epocale che stiamo attraversando pone domande nuove e chiede più vaste assunzioni di responsabilità. Ne ha preso atto la freudiana Società psicoanalitica italiana decidendo, nel suo Congresso nazionale, non solo di affrontare temi inconsueti alla sua riflessione quali «Denaro, potere e lavoro tra etica e narcisismo», ma anche di sottoporli al dialogo e al confronto con istituzioni e protagonisti della scena sociale.
Benché eterogenei gli ambiti prescelti rivelano, alla luce dello scandaglio analitico, di condividere le dinamiche inconsce latenti in ogni esperienza umana. Sfuggendo al controllo della coscienza, l’inconscio introduce infatti, nei comportamenti individuali e collettivi, un fattore di onnipotenza che compromette, se non viene prontamente riconosciuto e governato, la razionalità dell’agire umano. Lo vediamo in atto nella speculazione finanziaria che produce a dismisura denaro dal denaro, lo riconosciamo nel potere che persegue forme di dominio assoluto, nel lavoro che cede alle esigenze del profitto, nel narcisismo patologico ove l’Io, oltrepassando l’amor proprio, si impone incondizionatamente, incurante delle esigenze altrui. Lasciata a se stessa, l’onnipotenza, incapace di scegliere — in quanto scegliere significa limitare le pretese e rinunciare alle altre alternative — finisce per tradurre il tutto in niente, trasformandosi alla fine in impotenza, inerzia, stagnazione. Se ne colgono gli effetti psichici più gravi in situazioni di eccitazione incontrollabile oppure di blocco e di vuoto dove la vita sembra girare su se stessa, incapace di ammettere la propria insufficienza e di procedere verso obiettivi parziali. Per evitare i danni provocati all’individuo e alla società dalla dismisura e dalla cancellazione dei limiti, appare necessario approntare nuove regole, valide per gli individui e per la collettività. Ma prima di affrontare i processi di decostruzione e ricostruzione dei sistemi normativi, il programma del Congresso affida alla filosofia il compito di fondare la necessità e il fine delle regole.
Silvana Borutti, docente di Filosofia teoretica all’Università di Pavia, le radica nell’incompiutezza del soggetto umano, sempre esposto al riconoscimento degli altri per costituirsi e realizzarsi. Di qui la necessità e la funzione di norme, non solo proibitive, ma anche capaci, proiettandosi al di là dell’esistente, di aprire nuovi orizzonti di valore e di senso. Non sarà certo possibile rispondere ai tanti interrogativi suscitati dal tema prescelto, ma confronto e dialogo con studiosi e rappresentanti della realtà sociale potrà essere sorprendente. La psicoanalisi, dopo più di un secolo di ascolto, ha maturato un patrimonio di conoscenza e sapienza che può costituire un «sistema di riferimento» sul quale riflettere. Senza dimenticare che, come sosteneva Elvio Fachinelli, si tratta di un «sapere della domanda» più che della risposta.
Dopo lo slogan antiautoritario del ’68 «proibito proibire», di fronte a tante forme di deregulation, gli psicoanalisti freudiani valorizzano ora la funzione protettiva, contenitiva, strutturante delle regole. Anche nel momento più creativo l’artista riconosce le regole dell’arte, se non altro per infrangerle. L’ «elogio delle regole» rischia però di risultare regressivo e reazionario se non viene sottoposto a una analisi critica, se non si confronta con le esigenze di liberazione insite nel pensiero di Freud e dei suoi successori. Di fronte all’eterna contesa tra Es e Super-io, tra istanze pulsionali e antipulsionali, l’analista, dice Stefano Bolognini, si propone, restando neutrale, di far raggiungere al paziente nuove forme d’equilibrio. Operando in un setting accuratamente regolato, la terapia psicoanalitica si propone come laboratorio sperimentale per un buon uso delle norme. Analista e analizzato si accordano infatti su spazio, tempo, denaro e la regola fondamentale delle libere associazioni. Ma non tutto è negoziabile. Anche nell’analisi più democratica le posizioni restano asimmetriche: l’analista si colloca in una posizione più alta rispetto all’analizzante. Non per autoritarismo ma per senso di responsabilità verso il più debole, per tutelarlo e aiutarlo ad esprimere tutte le sue potenzialità. Il paradigma di riferimento è quello parentale, riportato però alla forma edipica tradizionale contro le modalità paritetiche della famiglia tardo moderna,dove tutte le relazioni, come tra coetanei, si pongono come simmetriche. Ma in realtà non sono reciproche. Ho udito spesso un padre dire: «sono il miglior amico di mio figlio», mai il contrario.