Autismo – Gianluca Nicoletti per La Stampa 6-3-2014

LA STAMPA, 6 marzo 2014

AUTISTICI TRA TRUFFE E FALSE SPERANZE, Così il silenzio della comunità scientifica lascia migliaia di famiglie prigioniere di errori e solitudine

Gianluca Nicoletti

So bene che non bisognerebbe mai infilarsi nei meandri delle discussioni tra genitori sulle migliori terapie possibili per i propri figlioli autistici. Se in Italia l’autismo è ancora circondato dalle nebbie della superstizione, è proprio perché nessuno della nostra comunità scientifica si è ancora preso concretamente la responsabilità di definire cosa sia giusto fare per il proprio figlio, o cosa invece sia inutile e dannoso.

Ci sarebbero le linee guida dell’istituto Superiore della Sanità, tra poco sarà già ora di riscriverle perché sono quasi passati cinque anni ma i nostri politici si sono ben guardati da trasformarle in legge dello Stato. Così in quelle oltre 600 mila famiglie ognuno fa come meglio crede, come immagina che sia meglio per il proprio figlio, a volte fidandosi delle persone che gli capita via via d’incontrare, vagando a caso nel suo impraticabile labirinto di solitudine.

Ne ho viste e sentite parecchie in questi anni di gestione diretta di un figlio autistico; dalle camere iperbariche, alle diete purificatrici, ai vaccini colpevoli, ai rimedi omeopatici, agli sciamani, persino agli esorcisti. Sembra impossibile, ma c’è veramente chi prima di rivolgersi a un neuropsichiatra ha pensato bene di portare il figlio strambo dal prete, tante volte fosse indemoniato.

Ancora peggio di questi paradossi sono i portatori di verità quasi plausibili, quelli che traducono il problema in una seduta psicoanalitica a vita per madri e figli in coppia, o quelli, oggi all’onore delle cronache, che vorrebbero farti credere che il tuo vero figlio sia una sorta di spirito guida rinchiuso in una gabbia. Solo loro, lautamente pagati, possono mettersi in contatto con quel figlio occulto che al computer diventa un genio, anche se nella vita quotidiana non s’ infila i calzini da solo.

Che faccio io? Cerco che mio figlio sia autonomo il più possibile, lo sia nella sua banale quotidianità. C’è voluto accanimento e metodo, ma un ragazzo di 16 anni che si alza all’ ora giusta, va in bagno, si lava, si veste e si siede per far colazione è già un traguardo fantastico.

Dell’inclusione scolastica vediamo gli aspetti illusori, ma nell’ubriacatura ideologica generale, sappiamo bene quanto a questo principio di civiltà ci si debba attaccare come piovre. La scuola serve soprattutto a non fare del nostro figlio un isolato, gli insegna a stare il più possibile tra esseri umani e relazionarsi con loro. Inutile pretendere risultati pari ai suoi compagni, magari usando il trucco dei noti facilitatori che si fanno interrogare al posto suo.

Io addestro mio figlio a svolgere attività pratiche, con altri ragazzi s’industria a fare il cuoco, il muratore, il carpentiere, lo stalliere. Tutte occupazioni promosse da volenterosi genitori che si sono messi a disposizione per riempire le lunghe giornate vuote dei loro autistici che si avviano all’età adulta.

Tommy preferisce stare all’aria aperta, allenarsi a rugby, nuotare, accudire e montare un cavallo, comunicare come può e come sa.

Non credo che il mio ragazzo abbia ambizione di fare il professore, sarà autistico, ma ha capito che ce ne sono già troppi a spasso. Io non gli chiedo certo di giustificare l’esistenza di un signore che mi faccia credere che sia uno scienziato, quando a lui riesce meglio pulire la sella di un cavallo.