Il Resto del Carlino: un bolognese dopo Freud “Così guido gli psicanalisti

In un intervista
rilasciata a Nicoletta Barberini Mengoli de " Il Resto del Carlino" Stefano
Bolognini parla della sua storia , della sua elezione e dell’amore per la sua
città: Bologna:

IL RESTO DEL CARLINO   BOLOGNA- 16-06-2011

NICOLETTA BARBERINI MENGOLI

Un bolognese dopo Freud "Così guido gli
psicanalisti"

Stefano Bolognini eletto presidente dell’Ipa. Prima
volta di un italiano all’associazione internazionale

 

Bologna, 16 giugno 2011 – STEFANO BOLOGNINI, bolognese, psichiatra e psicanalista con
funzioni di training è stato eletto, pochi giorni fa, presidente della
International Psichoanalytic Association, fondata da Freud nel 1910. È il primo
italiano in cento anni della storia dell’Associazione ad avere conseguito
questa carica, oltretutto a poco più di sessant’anni. Un vanto per la nostra
città e per la Società psicanalitica italiana, della quale era già presidente,
perché la sua elezione è arrivata da una stragrande platea di colleghi di tutto
il mondo, che hanno riconosciuto in lui i tratti positivi e scientifici che lo
rendono adatto a dirigere una macchina concettuale così complessa come la
psicoanalisi nel mondo di oggi.

Dottor Bolognini, questa nomina rappresenta il vertice massimo a cui uno
psicanalista possa aspirare?

«Sì. Ogni quattro anni si avvicendano psicanalisti di tre continenti con un
dispositivo di rotazione: una volta è un europeo, poi un latino-americano, poi
ancora un nordamericano. Io sono il primo italiano. Per l’Italia significa che
la psicanalisi italiana freudiana, più giovane dell’inglese, della francese e
della nordamericana di grande tradizione, ha raggiunto livelli di grande
prestigio. Quando nell’immediato dopoguerra vennero fondati a Milano e a Roma i
primi gruppi psicanalitici, il terzo polo della psicanalisi italiana fu ben
presto Bologna per merito di Egon Molinari che poi, con nomi ben noti come
Carloni, Spadoni e altri, ha creato quello che è tuttora il vero terzo
riferimento italiano».

Quanti libri ha scritto?

«Quattro, tradotti in molte lingue, e curati altri. Alterno la mia attività
editoriale con libri tecnici di psicanalisi a libri di racconti psicanalitici
(‘Come vento, come onda’), più facili alla lettura».

La scuola psicanalitica freudiana
attuale si è secondo lei allontanata dalla teoria del suo padre fondatore?

«No. Le sue teorie principali sono state arricchite da nuovi contributi ed
ulteriori osservazioni, alle quali la nostra psicanalisi italiana ha
contribuito largamente, con riconoscimenti mondiali».

Come si concilia la lentezza di un
percorso psicanalitico con la velocità del mondo di oggi?

«In un mondo ipercomunicativo, in un mondo che ottimizza tutto, è un
paradosso rimanere in cura per molti anni. Però l’inconscio non ha tempo. Per
modificare il rapporto tra l’inconscio di una persona e la parte conscia, ossia
l’Io, ci vuole del tempo. La giustificazione è data dal fatto che solo così si
possono avere risultati per far diventare una persona più se stessa; è
un’ambizione che richiede lavoro. È chiaro che tutti vorrebbero una pastiglia
magica per accelerare la guarigione, e questa è stata la grande illusione degli
antidepressivi».

In America, però…

«Sì, là è anche una moda. Da noi dallo psicanalista ci vanno, ma sono più
riservati nel dirlo».

Che rapporto ha con Bologna?

«L’amo moltissimo e sono legato alle mie radici. Sono felice quando i miei
colleghi stranieri vengono a trovarmi, perché li posso portare in giro e
mostrare, così li riassaporo anch’io, i nostri luoghi magici: Santo Stefano, la
chiesa della Vita con il Compianto (stupendo!), San Colombano…».

E la sua bolognesità?

«È comprovata dal fatto che la mia città (sono nato in centro, in via
Sant’Isaia) e il ‘Carlino’ restano sempre punti di riferimento importanti.
Conosco cinque lingue, ma soprattutto il nostro dialetto».

 

NICOLETTA BARBERINI MENGOLI