La Repubblica – 20 maggio 2011

BEPPE SEBASTE

 

L’INIZIATIVA

Via Lisbona, il giardino di
Freud
A passeggio con il padre della psicoanalisi

L’inaugurazione oggi in via Lisbona, a pochi passi
dalla storica sede della Società psicoanalitica italiana. Nel pomeriggio alle
18 l’incontro fra Eugenio Scalfari e Stefano Bolognini, presidente della Spi,
in via Panama 48

 

Il giardino di Freud

Simile a un’ avenue parigina – i pedoni e gli alberi al centro, le
automobili nelle corsie laterali – via Lisbona si stende tranquilla tra via
Lima e via Panama, nel quartiere Parioli. A dare un’ulteriore nota di fiabesco
è l’ ambasciata della Finlandia. La geografia di questa toponomastica si
arricchisce ora di una nuova titolazione, non in onore a un Paese ma al
fondatore di un altro tipo di esplorazione, e quindi di geografia: il padre
della psicoanalisi. Un "Giardino Sigmund Freud" sarà inaugurato oggi
in questa strada, a pochi passi dalla sede ormai storica della Società
Psicanalitica Italiana di via Panama 48. Non è solo il riconoscimento a un
maestro del Novecento che ha influenzato per sempre la conoscenza e percezione
della psiche, e dunque del senso della vita; ma l’ omaggio che Roma ricambia a
un suo grande estimatore: Freud amava molto Roma, e i suoi scritti abbondano di
riferimenti, non solo sui suoi frequenti soggiorni ma anche come metafora
archeologica e urbana del metodo della psicanalisi (ne Il disagio della civiltà
paragona gli scavi per riportare alla luce le fondamenta di Roma a quello nella
memoria per riconquistare un territorio dell’ inconscio), e come sogno
ricorrente testimoniato ne L’ interpretazione dei sogni: "Sono diventato
un appassionato pellegrino di Roma", aggiunge in una nota dell’ edizione
del 1925. Sulla scia di Goethe e dei viaggiatori tedeschi dell’ Ottocento,
Freud soggiornò a Roma spesso, dal 1901 al 1923. Veniva in settembre, dapprima
all’ Hotel Milano, su Piazza Montecitorio, più tardi all’ Eden in via Ludovisi,
con vista su Villa Malta. Vide – disse – in Vaticano la famosa Gradiva dell’omonimo
racconto di Wilhelm Jensen, che lui analizzò in un saggio del 1906, e decise di
scrivere sul Mosè di Michelangelo, da cui era ossessionato e che visitava ogni
giorno a San Pietro in Vincoli. Fu a Roma che nel 1913 terminò l’ introduzione
a Totem e tabù e scrisse la prima bozza del saggio sul narcisismo, e dove nel
1907 confessò in una lettera: "peccato non si possa vivere sempre
qui". Le sue lettere raccontano passeggiate di turista tra musei e rovine,
ma anche pranzi al ristorante "Rosetta", una serata al Quirino ad
ascoltare la "Carmen", lo spettacolo delle celebrazioni nel 1912 per
la presa di Roma, che vide appollaiato sul nuovo monumento a Vittorio Emanuele
II. Ma già prima di arrivarvi la prima volta, Freud visitò Roma nei sogni, e
quindi negli scritti che analizzano "il desiderio di arrivare a
Roma": Roma come simbolo del contrasto tra ebraismo e cattolicesimo, come
umiliazione paterna da riscattare, come viaggio di emancipazione erotica, come
metafora, abbiamo visto, della psicanalisi. Roma come luogo "materno"
in cui convivono l’ arte, la natura, il piacere sensuale del vivere. Per chi
conosce Freud, dedicargli un giardino è tutt’ altro che casuale o arbitrario.
Amava descrivere e classificare piante e fiori, e prediligeva le gardenie. Il
giardino Freud è un corridoio ombroso e tranquillo di circa 200 metri, pochi e
ovattati i rumori (predominano i cinguettii dei passeri), con una dozzina di
panchine verdi di legno su cui, oltre il sottoscritto, c’è un anziano che si
gode il sole e due turiste giapponesi che fanno ginnastica. Poche anche le
persone che passeggiano nella tarda mattinata: una signora col cane, una colf
che attraversa il giardino per portare l’immondizia nei cassonetti. Si sta
bene, e seduto su una panchina penso che anche questo ozio contemplativo,
questa interruzione della fretta, del dover essere e del fare, non è senza
parentele col "set" psicanalitico: il paziente sul lettino, e perché
no su una panchina. In una lettera alla moglie Martha del 1900 Freud accostò
nello stesso elenco di desideri di ciò che avrebbe voluto trovare nell’agognato
viaggio a Roma "i fichi, i castani, l’ alloro e i cipressi, le case con
balconi, gli antiquari", lista in cui convivono natura e passione del
collezionismo, antichità e beatitudine quotidiana. E’ stato esaudito: il
giardino di via Lisbona annovera tra le sue piante anche l’ alloro, e due
giovanissimi cipressi piantati dai residenti, insieme ad aceri, robinie, lecci,
un nespole un giovane tiglio, e numerosi grossi cespugli fioriti di "petto
d’ angelo" (Philadeplhus), che spargono per terra i loro teneri e bianchi
petali (stavo per scrivere capezzoli; i lapsus, almeno qui e oggi, sono
contemplati). – BEPPE SEBASTE