L’unità: Feste Sacrosante

L’ordinanza che consente l’apertura dei
negozi del centro storico il primo maggio ha originato le riflessioni su
L’Unità sul tema del "Tempo" del filosofo Salvatore Natoli , del sociologo
Luciano Gallino ed infine di Stefano Bolognini .

In un  paginone  "NERO SU BIANCO" , con in alto un richiamo
al sito della Società Psicoanalitica Italiana spiweb: Le attività tra clinica e
divulgazione della Società", Bolognini affronta il tema del "tempo senza
tempo". Collegandolo con il sonno, con il sogno, con i giochi dell’infanzia, le
letture dell’adolescenza , sottolinea gli aspetti creativi di questi spazi di
tempo immemore. Ne sottolinea gli aspetti "Sacrosanti" ….."per fondamentali
ragioni di sanità del vivere".

Silvia Vessella

 

STEFANO BOLOGNINI  L’UNITA’ Martedi 3 maggio 2011

FESTE  SACROSANTE.

C’è
 bisogno di un "tempo senza tempo"per
risanare la nostra vita.

Mi telefona un collega da
Madrid, e il discorso cade sulle polemiche italiane riguardo al 1°maggio:
negozi chiusi o aperti?

L’amico cade dalle nuvole; in
Spagna – mi spiega – se il 1° maggio è una domenica, il lunedì viene reso
automaticamente festivo, e nessuno ci trova da ridire.  Per gli spagnoli è fuori discussione.

Al di là degli aspetti
politici connessi, che spesso sono contingenti, giocati su base nazionale e
difficilmente leggibili in contesti molto differenti, i miei pensieri evadono
dalla politica (ma ci torneranno), per esplorare il senso della festa e del
tempo ad essa collegato.

Dunque: pare che "festa"
(stessa radice latina di "feriae") derivi dal greco "estiào"/"festiào"
= "accolgo ospitalmente", "festeggio banchettando"; e – ben più anticamente –
dal sanscrito "vastya" = "casa, abitazione".

La festa dunque nasceva con
un riferimento al privato (la casa), reso condiviso con altri (l’ospitalità, il
mangiare in compagnia), di solito per celebrare tutti insieme qualcosa o
qualcuno.

 

In effetti, le feste
religiose e civili hanno spesso mobilitato all’incontro grandi masse di
persone, chiamate a celebrazioni e a riti collettivi. Eppure, si ha la sensazione
che qualcosa sia profondamente cambiato rispetto al passato.

Si percepisce un certo
contrasto con la massima aspirazione di molte persone al giorno d’oggi, che è
quella di potersene stare finalmente tranquilli per conto proprio o al massimo
con poche, selezionate persone (i propri cari, qualche amico).

Rispetto agli antichi,
viviamo in un’epoca di sovraffollamento e di iper-comunicazione: tra viaggi,
cellulari, Skype, meeting e briefing, Ipod e Ipad, Facebook e
compagnia cantante, l’individuo raggiunge presto il livello di saturazione
sociale e da quel punto in poi non ne può più; desidera stare per conto suo.

Ha bisogno della festa,
certo; ma non nel senso di re-infilarsi nel gruppone per celebrare qualcosa o
qualcuno, bensì per farsi in santa pace i fatti propri.

C’è un prototipo fisiologico
di questo bisogno di base (tanto sano da essere letteralmente sacrosanto): è il
bisogno universale di ritirarsi e di dormire.

Le persone sane percepiscono
e soddisfano periodicamente il desiderio di "ritiro" nel sonno: una condizione
equivalente al ritorno allo stato intrauterino, con ritiro degli investimenti
dalla realtà esterna e con l’avvio di quel naturale reset automatico che
è il sognare, volto a digerire, a metabolizzare quello che si è incamerato
durante il giorno nelle attività della veglia.

E’ un bisogno ineludibile,
che va rispettato: togliere artificialmente il sonno ( e dunque il sogno) agli
individui (la cosiddetta "privazione ipnica") significa condurli
progressivamente all’impazzimento programmato.

In modo meno diretto e meno
drammatico, sottrarre il tempo del riposo alle persone significa privarle della
possibilità di lasciarsi andare – pur senza dormire – al piacere del
funzionamento preconscio, tanto più accessibile quanto meno il soggetto è
impegnato in attività che richiedono la sua piena partecipazione attentiva e
operativa.

Nei giorni di festa le
persone si dedicano più facilmente a cose distensive e meno conflittuali; oltre
a chi si dedica al dormire tout court, c’è chi va a correre in
bicicletta e chi zappa l’orto, chi legge un libro e chi va a trovare un amico,
chi armeggia su un motore e chi sistema l’armadio o la cantina.

Molto spesso la festa
consente un certo grado – parziale – di regressione funzionale: si fanno cose che
tengono abbastanza fuori gioco la parte professionale di sé; e i pensieri vanno
almeno un po’ per conto loro, fuori dai binari della operatività coatta e della
performance competitiva.

 

Mi tornano in mente le
vacanze dell’infanzia e della prima giovinezza, quando l’assenza della scuola
(il nostro lavoro di bambini e di ragazzi) generava senza sforzo mattinate e
pomeriggi senza tempo.

Da piccoli si perdevano (o
meglio, si guadagnavano) ore e ore a fare quello che ci pareva, astratti dalla
realtà e assorti con profonda concentrazione: leggere giornalini, giocare con
le macchinine o i soldatini, correre per il cortile impersonando varie figure
consensualmente idealizzate (cowboys o altri avventurieri) in base a
copioni spontanei nati lì per lì, rudimentali ma del tutto soddisfacenti.

Il tempo spariva, per
ricomparire ufficialmente solo col richiamo della mamma per la cena.

Pure da ragazzini il tempo
della festa era un "non-tempo": le partite di calcio al campetto dell’oratorio
erano interminabili, si andava avanti per ore ed ore fino allo sfinimento, con
le formazioni che mutavano di tanto in tanto quando qualche genitore
veniva  a prelevare un attaccante o un
difensore per imperscrutabili necessità famigliari, ma il collettivo non si
fermava mai, perlomeno fino a che ci si vedeva.

Il tempo era segnalato,
infatti, solo dall’arrivo del buio; e tutto ciò era semplicemente formidabile.

Cosa – ricordo benissimo- di
cui eravamo consapevoli anche allora, e non solo adesso per rimpianto
idealizzante postumo: eravamo immaturi, sì, ma non scemi.

Anche il tempo della lettura
(non quello dello studio!…), della lettura libera, nelle feste o nelle
vacanze della giovinezza, era un tempo "senza tempo": la full immersion
in un romanzo ci faceva immedesimare con i protagonisti e con l’ambiente, e
spesso i genitori si ritrovavano a cena con un ragazzo o una ragazza in stato
di semi-trance, con gli occhi persi nella Russia di "Guerra e pace" o
nel Borneo di Sandokan e Yanez.

Il preconscio "beveva" quelle
storie con avidità assoluta, il preconscio creava e sognava, libero da doveri e
da compiti precisi; e il resto del Sé introiettava, elaborava, costruiva
silenziosamente; il bambino cresceva, il ragazzo evoluiva, in quelle sane  e necessarie atmosfere regressive che anche
le lingue straniere hanno connotato con espressioni culturalmente nobili e
rispettose: "zeitlos", "timeless" "hors du temp", ecc.

 

Oggi noi soffriamo, a mio
avviso, di una colossale turlupinatura propinataci dalla tecnologia: siamo
nella malaugurata condizione di poter OTTIMIZZARE IL TEMPO.

Grazie ai mezzi di
comunicazione possiamo programmare ogni minuto del nostro tempo organizzandoci
in modo da non avere tempi vuoti; possiamo predisporre incontri, attività e
impegni a ritmo continuo, stipandoli a forza anche negli intervalli più intimi
e privati.

Non ci sono più i cosiddetti
"tempi morti", ma il sospetto è che a volte quelli fossero i momenti più vivi e
più aperti della nostra esistenza, al di fuori dell’imperativo frenetico
"Produzione! Produzione! Produzione!" recitato persecutoriamente da Charlie
Chaplin in "Tempi moderni".

Ora, per tornare alla
politica (beninteso, nel senso dilettantesco e del tutto generico con cui posso
farvi riferimento io, che so abbastanza poco di economia complessa): capisco
benissimo che oggi i Cinesi o i Coreani o chissà chi altro ci stiano dando dei
punti grazie alla loro iper-produttività a basso costo che li rende così
competitivi.

Non entro nel merito della
quantità media di lavoro necessaria al giorno d’oggi per mantenere un buon
livello produttivo e commerciale; tengo conto del fenomeno ben noto per cui a
certe persone piace più lavorare che riposarsi, anche per sfuggire al contatto
con pensieri e rapporti più temuti che desiderati; e arrivo a considerare anche
l’esistenza delle cosiddette "nevrosi della domenica", che sono note agli
psicoanalisti fin dai tempi di Freud.

Ciononostante, se da
psicoanalista dovessi dare un consiglio ai governanti e ai cittadini, direi:
rispettate il tempo della festa.

E’ un tempo "sacrosanto", non
per motivi religiosi o civili, ma per fondamentali ragioni di sanità del
vivere.

Gli uomini non sono macchine
meccaniche, sono organismi psico-biologici delicati e complessi ed hanno
bisogno di riposarsi per poter lavorare, di poter dormire per poter essere ben
svegli, di coltivare aree di ritiro benefico per poter re-investire energie sul
mondo esterno.

C’è un tempo per il lavoro e
un tempo per il riposo, c’è un tempo per gli altri e un tempo per sé, e
conviene non perdere il contatto con questa ritmicità del tutto naturale.