PUNTI DI VISTA: commento di MARCELLO F. TURNO

Una nota all’articolo di Karen Rubin “Sbagliato definire gli assassini semplici folli”

Marcello F. Turno –Società psicoanalitica italiana

Spesso ho letto nella mailing-list della Spi  i commenti dei colleghi sulle efferate vicende che, negli ultimi tempi, hanno avuto ampia risonanza sui media e nelle nostre coscienze. Ciò che mi ha colpito è il senso di angoscia e di impotenza che traspariva da ogni messaggio. L’interrogativo che accomunava un po’ tutte le mail era su come poter intervenire, tramite il nostro vertice psicoanalitico, su quanto accadeva; come prevenire certe situazioni che rappresentano degli atroci spezzoni di psicopatologia quotidiana.

Mentre i fatti accadevano mi sono imbattuto in due articoli che mi hanno, in un certo senso, dato la possibilità di una ulteriore riflessione. Uno riguarda quello della giornalista Karen Rubin apparso sul Giornale del 18.04.15 “Sbagliato definire gli assassini semplici folli” e quello del nostro presidente Antonino Ferro apparso sul sito Spiweb “La psicoanalisi è una professione?”.

Questi due interventi che apparentemente sembrano così distanti possono contribuire a far luce sul nostro ruolo e sul nostro modo di operare rispetto a questi eventi.

L’articolo della Rubin si pone come un realista rasoio di Occam sugli ultimi accadimenti. Il suo focus è sulla capacità delle persone che hanno creato il fatto, di averlo deliberatamente pensato quale possibile atto di vendetta di un narcisismo ferito. Ma anche il discrimine fra libero arbitrio e follia viene centrato in pieno, rompendo la corrispondenza biunivoca fra follia e capacità organizzativa premeditata. L’analisi che la giornalista ci porge è lucida e inappellabile e ci conduce a quei “comportamenti antisociali propri delle personalità criminali”, a quella violenza eterodiretta che appartiene, secondo lei, più alle persone sane che non sapremo mai se busseranno alla porta di una stanza d’analisi.

Non abbiamo di fronte persone da curare, ma persone che non sanno pensare.  Il gesto diventa simile alla parole, ma fra il detto e l’agito corre una grossa differenza. Se il dire è anche l’incipit di una trattativa dialettica che apre lo spiraglio ad una trasformazione di pensiero, l’agire, in questo caso, non lascia scampo, la conclusione è l’annientamento dell’altro.

C’è però una faglia nell’articolo della Rubin – che si presta (a me personalmente) a creare un ponte con l’articolo di Antonino Ferro – quando si riferisce al pilota Andrea Lubitz che pur mostrando la cinica fisionomia organizzativa del criminale, dall’altro canto si viene a sapere che è in cura psichiatrica e le sue vittime sono anche vittime di omissioni e sottrazioni di responsabilità.

Qui è il punto.

Ciò che mi sollecita dell’articolo di Ferro è l’analogia fra la psicoanalisi e la chirurgia, fra il sentirsi psicoanalisti e professare la psicoanalisi. Concordo con lui quando afferma che la specificità della psicoanalisi è legata a “un analista, un paziente e un setting”, ma l’asserire che l’uso del bisturi a opera di un chirurgo fuori dalla sala operatoria è un’operazione impropria, richiama subito alla mente la diade professione/identità. Quindi sfruttiamo l’appiglio che il presidente ci offre per considerare che una cultura e un modo di essere non si possono lasciare nella stanza d’analisi né nella sala operatoria. Penso a quei chirurghi che con una penna hanno praticato una tracheotomia a una persona colta da improvviso edema della glottide o ad aver fermato un’emorragia con una cintura o un laccio di scarpa a qualche malcapitato, vittima di un incidente stradale e tutto rigorosamente fuori dalla sala operatoria. Se questo è potuto accadere è perché chi si è trovato di fronte all’urgenza, e ribadisco pur non essendo in una camera operatoria, non ha oscurato la sua indole/identità di chirurgo ed ha agito di conseguenza. Questo per dire che gli analisti che sono impegnati nelle istituzioni pubbliche e private possono, come il chirurgo che con la sua tracheotomia mette a disposizione l’abilità medica, mettere se stessi a disposizione dell’utenza con la loro mente analizzata, l’empatia, l’accoglienza, la loro identità di psicoanalisti per soffermarsi con scrupolo su certi dettagli che non tutti sono in grado di leggere. Il milieu culturale a cui uno fa riferimento costituisce da sempre l’identità del soggetto. Quindi fare con scrupolo la professione di psichiatra o di psicologo, tenendo presente anche la propria esperienza analitica, significa fare psicoanaliticamente qualcosa per il nostro prossimo: possibile vittima o carnefice, altrimenti saremo costretti solamente ad aspettare che qualcuno bussi alla nostra stanza d’analisi.