Autismo – PUNTI DI VISTA: commento di PAOLO MEUCCI

È vero -come dice Giuliana Rocchetti- che Gianluca Nicoletti “ci chiama pesantemente in causa”, ma ormai noi psicoanalisti siamo chiamati in causa da decenni a proposito dell’autismo.

L’articolo è sollecitato dalla laurea ottenuta da un ragazzo autistico non verbale che si esprime tramite la “comunicazione facilitata”.

Mettendo da parte le polemiche e le fondate obiezioni rispetto a questa tecnica, purtroppo Nicoletti coglie in qualche modo nel segno quando accomuna “comunicazione facilitata” e psicoanalisi.

È vero che non esiste una teoria psicoanalitica dell’autismo su cui vi sia concordanza, così come –soprattutto negli ultimi decenni- le posizioni degli psicoanalisti al riguardo sono variegate e spesso contrapposte. Però non credo che come comunità scientifica ce la possiamo cavare dicendo che la psicoanalisi non è rappresentata dalle teorizzazioni di Bruno Bettelheim od appellandoci ad uno statuto speciale per la nostra disciplina.

Per decenni –nella seconda metà del secolo scorso- sono apparsi testi ed articoli psicoanalitici in cui sostanzialmente il disturbo autistico veniva descritto essenzialmente come risultato di difese estreme, un ritiro degli investimenti dal mondo esterno per proteggersi da relazioni –intrapsichiche ed interpsichiche- annichilenti.

In tal senso una certa vulgata psicoanalitica ha favorito il formarsi di una visione (simile in questo alla “comunicazione facilitata”) della persona autistica come persona chiusa in un suo “guscio”, all’interno del quale però maturerebbero contenuti ideativi del tutto simili a quelli dei soggetti non autistici.

Per quanto la psicoanalisi debba seriamente ripensare in modo critico sia alle passate teorizzazioni sulla natura e sull’eziopatogenesi dell’autismo sia alle passate indicazioni della terapia psicoanalitica come cura elettiva dell’autismo, credo che l’intervento psicoanalitico abbia ancora una sua specificità nel lavoro con le persone autistiche, con i loro familiari e più in generale con i loro curanti.

Nicoletti si riferisce polemicamente alle terapie psicoanalitiche e -in contrapposizione  agli psicoanalisti come “portatori di verità”- rivendica l’importanza dell’aiutare il figlio a conquistare la propria autonomia.

L’intervento con i soggetti autistici è sicuramente un intervento fondamentalmente educativo–abilitativo, in cui è centrale l’acquisizione di competenze riferite  all’autonomia, ma non si può ridurre la condizione del soggetto autistico ad uno stato puramente deficitario, che necessiterebbe solo di interventi mirati ad acquisire nuovi comportamenti. Pur  soffrendo di un disturbo neuro-evolutivo, che comporta primariamente un  deficit delle competenze utili a sviluppare l’intersoggettività, il soggetto autistico ha una propria vita mentale ed affettiva, spesso intrisa di una particolare sofferenza.

Nicoletti nei suoi vari scritti fa spesso riferimento alla ricca interiorità del proprio figlio, lo descrive come  Un gigante aggressivo, con un’interiorità profondissima che tu puoi sondare come chi vaga nella nebbia.

Credo sia proprio in questo ambito che la psicoanalisi possa offrire il proprio contributo, come disciplina che ha una specifica competenza nel sondare l’interiorità delle persone e delle loro relazioni.

Per venire dunque a quanto afferma polemicamente Nicoletti rispetto alla “seduta psicoanalitica a vita per madri e figli in coppia”, credo che la psicoanalisi possa aiutare in modo significativo le persone autistiche ed i loro genitori, non tanto a disvelare “le verità dell’inconscio”,  ma piuttosto ad attivare e ad arricchire la comunicazione tra le loro menti. Come dice Arietta Slade (in Relazione genitoriale e funzione riflessiva)  Nel lavoro clinico con i genitori non si tratta di rendere “conscio l’inconscio”, ma piuttosto di rendere conoscibile l’inconoscibile.

Oltre a capire di cosa soffre il figlio e come funziona la sua mente, i genitori possono essere aiutati a pensare al disturbo del figlio come un fenomeno che ha un qualche senso, che è cioè il risultato di particolari stati mentali, di particolari suoi vissuti. I genitori possono essere aiutati a pensare la mente del figlio (con i sui desideri, angosce e bisogni), senza però confondersi con la sua mente.

Inoltre i genitori possono essere aiutati dagli psicoanalisti a sentire, a tollerare, ad elaborare i propri stati affettivi e le proprie fantasie nei confronti del figlio, quindi aiutati a comprendere che il proprio stato mentale ed il proprio comportamento hanno un effetto su di lui, sia in senso negativo, che positivo. Questo non vuol dire capire tutto, anzi si tratta di sopportare di non potere avere un pieno accesso alla mente del figlio, il quale -da parte sua- necessita di genitori che riescano ad avere un contatto con lui nella sua globalità e non solo nei suoi problemi o deficit e che non lo lascino solo quando lui vaga nella nebbia.