PUNTI DI VISTA: Risponde Luigi Solano

Prof. LUIGI SOLANO
Membro Ordinario Società Psicoanalitica Italiana, Professore Associato Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica, Università Sapienza di Roma.

Non è certo facile discutere di una persona, Carlo Lissi, che non si è mai incontrata e di cui si conoscono soltanto i comportamenti relativi ad un episodio, sia pure particolarmente drammatico (non sappiamo nulla ad esempio, della sua storia familiare). L’articolo di Vittorino Andreoli, un maestro che ha molto da dire a chiunque si occupi in qualche modo di psicologia, ci offre piuttosto spunti per riflettere su di una serie di tematiche centrali per gli esseri umani.
La gestione dei sentimenti. Un filone centrale del pensiero occidentale (diversamente da quello orientale) che si esprime fin da Platone tende a considerare l’emozione essenzialmente come qualcosa che può disturbare il corretto funzionamento del pensiero o ragione che dir si voglia. La psicoanalisi, e qualunque psicologia degna di questo nome, sostengono invece da tempo come – prima ancora della gestione – il riconoscimento e la gestione dei sentimenti sia alla base di un pensiero che sia veramente tale, cioè in contatto con l’esperienza e non qualcosa che gira unicamente su se stesso.
Questa impostazione è alla base ad esempio del pensiero di Wilfred Bion – psicoanalista britannico non a caso nato e vissuto in India nel primo periodo della sua vita e quindi erede anche di una tradizione orientale. Nella sua teoria (vv. ad es. Apprendere dall’Esperienza) il pensiero anche cosiddetto razionale deriva dalla progressiva elaborazione in immagini e parole di un’esperienza della realtà che inizialmente è molto grossolana, informe, intessuta di sensazioni fisiche, di emozioni confuse.
Una versione di questo pensiero che si connette con la ricerca empirica, anche psicosomatica e neuroscientifica, è il costrutto dell’alessitimia (da a lexis thymos, mancanza di parole per le emozioni) come formulato da autori contemporanei (vv. ad es. Graeme Taylor et al., Disturbi della Regolazione Affettiva). In questo costrutto si sostiene che l’emozione negli esseri umani si origini come fenomeno fisiologico, non simbolico, basato su livelli primitivi e riflessi del sistema nervoso (amigdala, ipotalamo), e si debba poi connettere con livelli simbolici visivi e verbali, basati sulla corteccia limbica e prefrontale, che forniscono il livello consapevole, identificabile specificamente (ad es. rabbia, paura, gioia), di qualcosa che a questo punto viene in genere chiamato sentimento. Solo a questo punto è possibile una gestione, una regolazione, una decisione su come utilizzare questi sentimenti, quali seguire, quali mettere da parte.
La creazione di queste connessioni non è automatica, ma si basa sul rapporto con una figura di accudimento che, specie nelle prime fasi della vita, sia in grado di attribuire un significato adeguato alle scomposte reazioni del bambino, a cominciare dalle sensazioni di fame, di freddo fino all’angoscia e alla gioia. Si tratta di una caratteristica specifica della specie umana, mentre gli animali (a parte quelli che crescono e vivono a stretto contatto con gli esseri umani) reagiscono alle emozioni in genere in modo abbastanza automatico e predeterminato.
La connessione tra emozione fisiologica e sentimento consapevole e riconoscibile non è quindi scontata e a volte può essere carente. A questa condizione di scarsa connessione è stato dato appunto il nome di alessitimia, ed appare sempre più come una specie di difetto fondamentale alla base di ogni tipo di patologia. Alti livelli di alessitimia sono stati empiricamente riscontrati un po’ in tutti i disturbi presi in esame. L’emozione – in particolare quella legata a situazioni traumatiche o comunque difficili che la rendano particolarmente intensa – quando non riesca a trovare la sua connessione specifica (a sfociare in un sentimento) emerge nel sintomo psichiatrico come tentativo di trovare una espressione simbolica, ancorché spuria; in comportamenti patologici di vario tipo nella ricerca di scarica o di sedazione (tossicodipendenza, alcolismo, sessualità disregolata); nel disturbo somatico (cosiddetto “psicosomatico”) nel momento che non riesce a trovare alcuna forma di espressione esterna.
Il caso di Motta Visconti. Un ripensamento del concetto di patologia. E’ ipotizzabile a questo punto che nel momento che un soggetto non riesca a trovare nessuna delle “soluzioni” sopra accennate si produca un “accumulo” di attivazione emozionale non pensata che può sfociare all’improvviso, per qualche evento che costituisca la classica “goccia che fa traboccare il vaso”, in gesti violenti, contro se stesso o gli altri, in via consapevole o meno (es. incidenti). Nel caso di Carlo Lissi possiamo immaginare che le emozioni provate nel corso del matrimonio, verosimilmente di insoddisfazione, di perdita di autostima, di vita sprecata, non abbiano trovato alcuna via di espressione, né adeguata né “patologica”; che siano quindi rimaste ad un livello estremamente informe e primitivo fino a sfociare nel tremendo epilogo nel momento che la comparsa all’orizzonte di qualcuno (la collega attraente) incongruamente percepito come possibile via di salvezza, ha fatto saltare un equilibrio estremamente precario.
Se accettiamo tutto questo, dobbiamo riconoscere l’insufficienza di un sistema di classificazione (come ad esempio il DSM5) basato essenzialmente sulla presenza di sintomi: le situazioni più gravi possono essere invece proprio quelle in cui di sintomi non c’è nemmeno l’ombra. Non per niente, nella maggior parte dei fatti come quello di Motta Visconti, il ritornello di parenti, amici e conoscenti è “sembrava tanto una brava persona, una persona tranquilla, uno come tanti”. In questo senso non sono d’accordo con Vittorino Andreoli quando dice: “Carlo Lissi non è matto, è incapace di gestire i sentimenti”. Definirei invece l’incapacità di identificare e gestire i propri sentimenti come il substrato più profondo della follìa .
Naturalmente questo discorso nulla ha a che fare con il concetto giuridico di imputabilità o di capacità di intendere e di volere, cioè di valutare le conseguenze delle proprie azioni, che può essere benissimo conservato, come è risultato conservato ad esempio nei terroristi o nei criminali nazisti.