Lubitz – PUNTI DI VISTA: Risponde MARIO ROSSI MONTI

Mario Rossi Monti. (SPI – Società psicoanalitica italiana)

“Prese la pistola dalla tasca posteriore, la soppesò sul palmo: ‘non mi sparo perché la mia vita non ha più senso, ma perché voglio rovinare la tua, di vita, perché voglio che crepi per il rimorso, puttana’”. Con queste parole Vasilij Grossman descrive in Vita e destino un atto suicidario. Le parole pronunciate dal protagonista consentono in questo caso di aprire una angusta finestra sulla mente di chi compie un gesto dal quale non c’è ritorno. Se quelle parole non fossero state pronunciate, che cosa si sarebbe potuto dire di quel gesto a posteriori? Di fronte al corpo muto del suicida? Di fronte a un corpo che ha smesso di parlare e quasi niente può dire della sua storia? Si sarebbero potute dire tante cose. Ognuna di esse avrebbe potuto avere una sua logica, un qualche fondamento clinico. Ma ognuna di quelle considerazioni sarebbe irrimediabilmente apparsa come una drastica semplificazione. Depressione, delirio, stress, paranoia sono alcune delle categorie che vengono tradizionalmente invocate per dare conto di gesti improvvisi che lacerano in maniera apparentemente incomprensibile la continuità di un’esistenza. Ognuna di quelle considerazioni rivela la sua tragica insufficienza poiché si fonda sull’illusione di potere ridurre un gesto – che è punto di arrivo di un percorso spesso silente – a uno solo dei fattori che possono avere contribuito a favorirlo. Depressione: forse che il suicidio è l’esito abituale della depressione? Certamente no. E’ bene ricordare in giorni come questi che la stragrande maggioranza dei depressi non si uccide e chiamare frettolosamente in causa questa categoria per spiegare un gesto come quello di Andreas Lubitz finisce per gettare una luce sinistra sulla depressione e sulle persone che vivono con la loro depressione. Analoghe considerazioni si potrebbero fare per delirio, stress, paranoia, etc. Il fatto è che dopo ogni suicidio quel varco che le parole citate da Grossman avevano appena aperto si richiude una volta per sempre: l’ombra del grande albero nero del suicidio – ha scritto qualcuno – nasconde la foresta che è stata la vita di una persona. Senza ricostruire almeno un po’ quella foresta, senza restituire un po’ di parole a Lubitz tramite chi gli era vicino, nulla di sensato si può dire su quel suicidio. In questi casi vale la massima secondo la quale “su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”, tenendo a freno la smania di tradurre in narrazioni superficialmente comprensibili processi complessi e profondi che si svolgono nell’ombra. Spesso – come ci ha insegnato Camus – all’insaputa del soggetto stesso.
Chi si occuperà del caso di Andreas Lubitz dovrà svolgere un lavoro paziente, che rifugge da soluzioni facili, scorciatoie esplicative, soluzioni apodittiche, lontano dalla luce dei riflettori, alla ricerca – scriveva un “autorevole” suicida come Jean Amery – di quella nebulosa situazione vissuta “che non è mai comunicabile totalmente, cosicchè ogni qualvolta qualcuno muore, o anche solo tenta di morire, levando la mano su se stesso, cade un velo, che nessuno più solleverà”.