Madre narciso a chi? – PUNTI DI VISTA: Risponde ROSAMARIA DI FRENNA

MADRI COCCODRILLO O CHICCO DI GRANO?
ROSAMARIA DI FRENNA

Lo sapevate che “Se la maternità è vissuta come un ostacolo alla propria vita è perché si è perduta quella connessione che deve poter unire generativamente l’essere madre all’essere donna”?
E che: “c’è stato un tempo – quello della cultura patriarcale – dove la madre tendeva ad uccidere la donna, adesso il rischio è l’opposto; è quello che la donna possa sopprimere la madre””
Tutto questo è accaduto anzi accade perché: “Come ha detto Lacan in ogni madre, anche in quella più amorevole, troviamo una spinta cannibalica inconscia ad incorporare il proprio figlio. E’ l’ombra scura del sacrificio materno che, nella cultura patriarcale, costituiva un binomio inossidabile con la figura, altrettanto infernale, del padre-padrone”
Ma rallegratevi poiché adesso “Il nostro tempo ci confronta con una radicale trasformazione di questa rappresentazione della madre: né bocca di coccodrillo né ragnatela adesiva né sacrificio masochistico né elogio alla mortificazione di sé. Alla madre della abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire “narcisistica”. Si tratta di una madre che non vive per i propri figli, ma che vuole rivendicare la propria assoluta libertà e autonomia dai propri figli”.
Estraendo queste frasi dall’articolo di Massimo Recalcati, comparso su La Repubblica di sabato 28 febbraio, spero di non fare torto al lavoro intero se affermo che esse rappresentano il nocciolo della proposizione dello scritto. Un nocciolo che a me è parso senza scorza, né sapienza né riflessione. Perché dico questo?
Per due ragioni:
la prima consiste in ciò che a me pare come un equivoco e cioè presentare la storia e il significato del patriarcato e matriarcato, o fornire citazioni di Fornari e Lacan nonché del mito di Narciso, autorizzando il lettore ad intendere, le opinioni espresse dall’autore (comprese quelle sui film) come incontrovertibili passi avanti o teorie consolidate della…ahi noi psicanalisi (qui la scrivo senza o).
Il fantasma che si aggira per l’articolo, sembra avvalorare con solennità e arguzia l’idea che le osservazioni scritte di un noto psicanalista possano garantire che le mamme si scindono in due temibili categorie: mamma coccodrillo, che si pappa più o meno incestuosamente (c’è anche questo nell’articolo, andate a leggerlo) i suoi disgraziati figli, (ma che volete è l’inconscio che la spinge). Oppure la mamma narciso, che li mette al mondo, ma con una certa noncuranza li lascia a sé stessi; forse preoccupata del proprio look, o delle possibilità di giungere a fulminanti carriere realizzatrici quelle sì, di parti del proprio IO crudele (vedi la canzone Balocchi e profumi, ma non c’era il nazional – fascismo – patriarcale all’epoca?)
La seconda è per il disinvolto salto di almeno uno dei pilastri delle proposizioni psicoanalitiche (questa volta con la o): l’idea dell’ambivalenza di qualsiasi amore materno o no, che insieme a un giusto ripasso dei testi di antropologia appare come un lusso negato ai lettori di Repubblica, perlomeno a quelli della pagina culturale di sabato 28 febbraio.
Un’immagine mi si è proposta in controcanto alla madre coccodrillo: è rappresentata dal chicco di grano che deve spaccarsi perché possa nascere la spiga. Ricordi personalissimi e corporei del senso del mettere al mondo, forse qualcosa che ha a che vedere con quella madre descritta da Winnicott (L’odio nel controtransfert, 1947). Probabilmente good enough ma anche presa nell’odio verso il bambino a ragione del quale Winnicott fornisce un lungo, incredibile, poetico elenco delle cause: come per esempio “il bambino è spietato, la tratta come una feccia, una serva non pagata, una schiava; oppure: “l’amore ardente del bambino è un amore interessato, per cui avendo ottenuto ciò che vuole egli getta via la madre come una scorza d’arancio”.
Forse anche la fecondità delle (e nelle) idee consiste nel permettere l’ aprirsi del chicco di grano per far nascere la spiga? Se il chicco resta chiuso ammuffisce in luttuosi stadi, magari brillanti, compiacenti, semplicistici, magnifiche scorciatoie, ma non ci sarà grano da mietere, né scorza da buttare.

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