PUNTI DI VISTA: risponde STEFANO TUGNOLI

Stefano Tugnoli – (SPI- Società Psicoanalitica italiana)

Il disastro aereo della Germanwings, provocato dall’atto suicida del copilota Andreas Lubitz che ha trascinato con sé nella morte 149 persone, solleva drammaticamente l’attenzione di tutti sulla questione del suicidio attuato con il coinvolgimento di vite altrui e sulla necessità, da parte delle compagnie aeree,  di garantire la sicurezza dei voli a partire dalla garanzia di salute mentale dei loro piloti.

Il caso solleva, con improcrastinabile urgenza, il problema di come debbano essere eseguiti gli accertamenti sulla salute psichica di chi svolge una professione per la quale ci si assume quotidianamente la responsabilità della vita di centinaia di persone. Se, come sembra, i controlli sui piloti vengono effettuati con visite mediche orientate ad una valutazione meramente diagnostico-descrittiva o ad una burocratica esecuzione di test psicometrici, non è poi così sorprendente che possano “sfuggire” condizioni di disturbo mentale, anche importante, come sembra essere stato nel caso di Andreas Lubitz.  Se poi si aggiunge che la compagnia aerea può disporre solo di un generico certificato di idoneità al volo e non può avere accesso diretto ad informazioni sulla integrità psicofisica dei suoi piloti, il tutto, purtroppo, è ancor meno sorprendente.

Senza poter entrare nel merito di considerazioni sulla specifica condizione mentale di Andreas Lubitz – se la psicoanalisi può dire qualcosa su una particolare vicenda umana lo può fare solo con lo strumento clinico che ha a disposizione, la relazione analitica – è comunque possibile utilizzare argomenti psicoanalitici per fornire una prospettiva di comprensione psicologica su fenomeni altrimenti inspiegabili.

Il fatto offre l’occasione per prendere in considerazione alcuni aspetti del funzionamento mentale patologico, a partire dal “fermo immagine” dell’ultimo istante: un uomo che chiude definitivamente la curva della propria disperazione con un gesto eclatante, realizzato sul palcoscenico della cronaca mondiale, trascinando con sé la vita di persone che nemmeno conosce, cristallizzando per sempre la sua identità ultima, personale e sociale, con i connotati del “suicida-pluriomicida”. E tutto questo senza disporre della perversa giustificazione pseudoreligiosa, ideologica e paranoica del kamikaze.

Perché Lubitz non si è ucciso nel contesto del suo privato?

Perché ha annientato tante altre esistenze che nulla avevano a che fare con la sua storia?

Per il pensiero psicoanalitico non è sorprendente che il suicidio a volte si accompagni all’omicidio, sia pur con le sostanziali differenze di significato che intercorrono tra le diverse situazioni, quali l’omicidio-suicidio che si consuma tra le mura domestiche, le stragi dei kamikaze e i casi come quello di cui stiamo parlando. “Nessuno si uccide se non ha prima desiderato di uccidere qualche altra persona o non ne ha almeno desiderato la morte”, afferma Wilhelm Stekel nel 1910, in occasione di un simposio sul suicidio tenuto dalla Società Psicoanalitica Viennese. Questo assunto ha conservato da allora la sua importanza nella lettura del fenomeno suicidario, a partire da Freud, per il quale depressione e suicidio sono conseguenti alla ritorsione sull’Io di una aggressività, sperimentata come senso di colpa, che era primariamente rivolta all’oggetto. In buona sostanza, nella concezione freudiana, il suicidio può essere considerato alla stregua di un “omicidio mancato”, di un “omicidio con rotazione di 180°”, per dirla con le parole di Franco Fornari.  Nel suo storico contributo sull’argomento Karl Menninger aggiunge una importante specificazione, individuando nelle tendenze autodistruttive tre componenti ideoaffettive necessarie perché l’atto suicida si concretizzi: il desiderio di morire, il desiderio di essere ucciso e il desiderio di uccidere.

Un altro aspetto dal quale non si può prescindere è il ruolo esercitato dalle fantasie inconsce, nelle quali l’esito suicidario si configura come qualcosa che annulla una tensione penosa e insostenibile: la partecipazione di simboli inconsci, secondo Franco Fornari, è decisiva per il compimento del suicidio, che non avrebbe, come tale, quel carattere di auspicabilità che assume invece agli occhi di chi decide di togliersi la vita. Non sapremo mai quali fantasie inconsce hanno alimentato la determinazione di Andreas Lubitz di uccidersi in quel modo, e, anche per questo motivo, nessuno può ragionevolmente dire qualcosa di sensato su quello che ha attraversato la sua mente in quei momenti, o nei mesi e negli anni precedenti. Allo stesso tempo è evidente la valenza comunicativa di un gesto estremo così plateale, considerando il fatto che il comportamento suicidario è, comunque, sempre rivolto anche agli altri, ai quali il suicida lascia un messaggio sul proprio rapporto col mondo e con se stesso.

Nella sua evidenza fattuale quanto accaduto sulle alpi francesi, si configura nel segno della onnipotenza e delle derive patologiche del narcisismo. A queste latitudini del funzionamento psichico (inconscio, ovviamente…) l’Io si pone come mero esecutore di un imperativo dettato dai “piani alti”, quelli di una idealità di sé che va ad affermarsi, paradossalmente, con un’autodistruzione grandiosa che, per essere tale, utilizza il sovradimensionamento dell’evento dovuto al coinvolgimento di molte altre persone e al clamore che inevitabilmente ne consegue.

Il potenziale di spinta verso la morte è anche favorito da un altro fattore, che attiene agli aspetti più inquietanti del narcisismo patologico: mi riferisco alla fascinazione, alla sinistra attrazione “gravitazionale” che da sempre l’onnipotenza distruttiva esercita sul genere umano. La distruttività, scrive Freud nel 1929, “si accompagna ad un piacere narcisistico di altissimo grado, che permette all’Io di esaudire i suoi antichi bisogni di onnipotenza”, e questa ricerca di piacere, apparentemente assurda e incomprensibile, può apparirci meno oscura se consideriamo la perversa seduzione esercitata dal fascino del male sulle nostre (infantili) ambizioni di onnipotenza.

Il suicida narcisista, travolto da una disperazione senza colpa quando la realtà smentisce traumaticamente le pretese di perfetta corrispondenza ad un ideale di sé, in “caduta libera” nel vuoto della sua fatale disillusione, può cercare con la morte l’anestesia definitiva dal dolore per una ferita percepita come intollerabile e non rimarginabile, oppure la spietata e dura punizione per non essere stato all’altezza delle proprie pretese e dei propri ideali, o il riscatto dell’onore perduto e l’attestazione estrema del proprio valore, la dimostrazione ultima della propria presunzione di onnipotenza. In questo senso il fragore del gesto e la risonanza pubblica che ne consegue sono potentissimi fattori di “traino” per realizzare la chiusura del cerchio megalomanico.