Antonino Ferro nuovo Presidente della SPI, Il MESSAGGERO, 3 marzo 2013

INTRODUZIONE : Antonino Ferro, nuovo Presidente della Società Psicoanalitica Italiana,  espone i suoi obiettivi per i prossimi anni: provincializzazione e dialogo con le altre scienze contigue nel rispetto del proprio specifico a metà fra scienza ed arte. (Silvia Vessella

Il Messaggero 

3 marzo 2013

Intervista di Lucio Lombardi 

Antonino Ferro, 65 anni, palermitano di nascita ma da una vita a Pavia, ha appena assunto la presidenza e il timone della Società psicoanalitica italiana. Resterà in carica quattro anni.
Nel bene e nel male i freudiani sono sempre stati visti come i custodi dell’ortodossia. L’eredità di Freud è un fardello pesante ancora oggi?
«I grandi padri fanno sempre sentire la loro influenza, è inevitabile. Pasteur nella microbiologia, Darwin nella storia dell’evoluzione. Ma poi è stato scoperto il Dna, la scienza ha fatto passi da gigante e non si può non tener conto del progresso. Stesso discorso per noi psicoanalisti: non avrebbe alcun senso rinchiuderci in noi stessi in uno schema au- toreferenziale che non ci farebbe fare passi avanti. Non vogliamo essere una chiesa che celebra i fasti del passato e non riesce a guardare avanti».
Qual è il suo obiettivo, da presidente, per la psicoanalisi italiana?
«In primo luogo continuare nel processo di sprovincializzazione già in atto. Per molto tempo siamo rimasti rinchiusi in una sorta di nicchia ecologica che ha anche avuto i suoi risvolti positivi. Ma oggi c’è assoluta necessità di maggiore internazionalizzazione. D’altro canto, la ricerca scientifica nel mondo va verso traguardi sempre più ambiziosi e importanti e non possiamo restare indietro. Questo senza ignorare o trascurare quello che è sempre stato uno specifico del movimento psicoanalitico italiano, vale a dire una forte impronta relazionale. Ma, ripeto, la ricerca va avanti e non possiamo perdere il passo. Penso alla psicoanalisi dei bambini, un campo di patologie che per lungo tempo è stato sequestrato dalla neurologia e dove invece ritengo che il nostro apporto possa essere fondamentale».
Quali prospettive intravede nel confronto con le neuroscienze?
«Sicuramente importanti. Ci possono essere concordanze significative, ma ritengo comunque che la psicoanalisi abbia un suo specifico ben preciso. E la ricerca che amo di più è quella che si fa nella stanza d’analisi. Vede, la psicoanalisi è una disciplina che non ha bisogno di laboratori, di Cnr. Serve solo una stanza».
Ma qui si apre una porta, mai chiusa definitivamente peraltro, al discorso sulla verificabilità dei risultati… «Guardi, i risultati in questo senso sono buoni. Ci sono studi interessanti che attestano l’efficacia della terapia insieme al permanere nel tempo degli effetti positivi. In questo senso esistono ampie testimonianze. Peraltro credo non sia auspicabile per la psicoanalisi essere portata nel territorio delle scienze esatte. E’ situata piuttosto su un crocevia fra scienza e arte. Gli aspetti artigianali sono molto presenti e giocano nella terapia un ruolo forte».
In tempi di crisi come questi che stiamo vivendo non crede che la psicoanalisi sia un lusso per pochi?
«Ritengo che sia nostro compito allargare l’accesso alla terapia per chi non ha possibilità economiche. Mi piacerebbe che si riuscisse ad organizzare dei centri clinici dove poter fare terapie a prezzi agevolati, un pò sulla scorta dell’inglese Tavistock, magari cercando convenzioni, legami con le strutture pubbliche».
Disoccupazione, precarietà, nuove povertà: cambia la richiesta di aiuto in terapia da parte dei pazienti?
«Mi piacerebbe risponderle di sì ma in realtà si va in analisi per cercare risposte a domande che scaturiscono da profondità più nascoste. La narrazione passa “anche” attraverso la crisi odierna, ma partendo più da lontano».
Per restare all’oggi, come vede l’irruzione di un Grillo nella scena psicoanalitica?
«Sarebbe il benvenuto. Abbiamo bisogno di aprire le finestre e di far circolare l’aria, serve una ventata di nuovo. Mi piacerebbe una psicoanalisi più sulfurea e meno “per bene”, che ci porti qualcosa di non pacificatorio, ma piuttosto una passione travolgente. Non dimentichiamo quanto disse Freud a Jung sulla nave che nel 1909 li portava negli Stati Uniti: ”Non sanno che gli portiamo la peste”».

Lucio Lombardi