Aspettando In Treatment – Sky.it, 18 marzo 2013

INTRODUZIONE: Barbara Ferrara intervista per “Sky.it”   Roberto Goisis , membro della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), che per il sito SPI-WEB è responsabile della sezione “Cinema”. Egli commenta la serie televisiva “In treatment” dal primo aprile su Sky-cinema nella versione italiana: sette settimane con la storia degli incontri fra un analista e cinque diversi pazienti. Goisis sottolinea la forza comunicativa della serie che “in un linguaggio semplice e accessibile esplora il lato oscuro di ognuno di noi, offrendo una chiave di lettura alla portata di tutti”.  Indaga infine con la giornalista la relazione stretta fra psicoanalisi e cinema. (Silvia Vessella)

 

18 marzo 2013

Barbara Ferrara

In attesa che parta la versione italiana dell’omonima serie cult americana targata HBO, Sky.it ha incontrato Pietro Roberto Goisis, psicoanalista e appassionato della fiction diretta da Saverio Costanzo in onda su Sky Cinema  dal 1°aprile. L’appuntamento con l’attesissima serie tv che ha già appassionato mezzo mondo è a partire dal 1° aprile su Sky Cinema 1, dal lunedì al venerdì alle 20.30. Diretta da Saverio Costanzo, vanta nel cast: Sergio Castellitto nei panni dell’analista, Licia Maglietta, Kasia Smutniak, Guido Caprino, Adriano Giannini, Barbora Bobulova, Irene Casagrande, Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi nei panni dei suoi rispettivi pazienti. Sette settimane per cinque storie e altrettanti inconfessabili segreti. Ogni puntata, una seduta da quello che una volta era lo strizzacervelli. 
Ed è proprio qui che inizia la nostra chiacchierata con il dottor Pietro Roberto Goisis, psicoanalista S.P.I. e grande fan di In Treatment. Perché i tempi sono cambiati, cambiano quotidianamente e la figura ieratica dell’analista enfatizzata dalla tradizione, non ha più ragion d’essere. Secondo il nostro esperto In Treatment evidenzia  “la visione dello psicoanalista come un essere umano, con i suoi limiti e le sue difficoltà”.  Il lavoro terapeutico  è “uno scambio intersoggettivo tra due persone che parlano in una stanza, ognuno a partire dalle proprie competenze e con uno spirito collaborativo”. Questa è la sua vera forza e la forza della serie, che nel suo linguaggio semplice e accessibile,  esplora il lato oscuro di ognuno di noi offrendo una chiave di lettura alla portata di tutti.

Com’è nata la sua passione per In Treatment?
Nasce da un’antica passione per il cinema. Dal 2001 ogni due anni a Londra si tiene il Festival Europeo di Cinema e Psicoanalisi, un’occasione di confronto tra chi produce il cinema, chi lo guarda e chi ha un approccio al cinema come me e i miei colleghi. Diciamo che quando è stato presentato In Treatment è nato un grande amore.
Tre aggettivi che descrivano la serie?
Verosimile, appassionata e umana.
Qual è il paziente che le piacerebbe avere in cura e quello che non vorrebbe avere mai?
Una persona che creda nell’utilità del lavoro che faccio. Eviterei volentieri i bugiardi patologici, le persone non vere e non autentiche.
Il caso più bizzarro che lei abbia mai analizzato?
Al primo colloquio una signora in crisi sul piano sentimentale, racconta di una sua relazione extraconiugale con un uomo sposato. I dettagli mi riconducono inequivocabilmente a un mio buon conoscente. Può immaginare il mio imbarazzo nel gestire sia il rapporto con la paziente, sia quello con l’amico.
La Top 5 dei disturbi più comuni?
Ansia  e attacchi di panico, problematiche sentimentali, disturbi dell’umore, disadattamento sociale e problematiche lavorative.
C’è un personaggio famoso che le piacerebbe analizzare?
Silvio Berlusconi.
Il cinema è l’equivalente di una seduta psicanalitica?
Esiste una sovrapposizione dei due piani, diciamo che ha qualcosa di simile al meccanismo dei sogni. Il modo in cui ci approcciamo al cinema è molto legato a come stiamo emotivamente. Alcuni neuroscienziati come Damasio dicono che la modalità con cui i fotogrammi cinematografici scorrono sullo schermo è simile al processo con cui produciamo pensieri ed emozioni.
Da Alfred Hithcock a Woody Allen, sono molti i registi che hanno indagato i misteriosi territori dell’inconscio, lei cosa ne pensa?
Noi psicoterapeuti sosteniamo da tempo che c’è uno stretto legame tra cinema e psicanalisi, anche per il fatto che sono nate insieme, alcuni dicono che sono gemelle: l’anno della prima proiezione dei fratelli Lumière è anche l’anno in cui esce un lavoro di Freud che è considerato l’esordio della psicanalisi.
Sempre restando in tema, qual è il suo film preferito?
Blade Runner di Ridley Scott. Mi ha sempre molto affascinato per quelli che sono i contatti tra il mondo interno, la finzione, il tempo della vita. E’ quello che tra i tanti mi è rimasto più dentro.
E tra gli italiani?
La stanza del figlio di Nanni Moretti e da un certo punto di vista il Verdone del film Maledetto il giorno che t’ho incontrato.
Se fosse lei a sdraiarsi sul lettino come succede al protagonista Giovanni (Sergio Castellitto) il venerdì, chi vorrebbe avere come psicanalista?
Sceglierei tra la mia analista (mi ha aiutato molto ai tempi), un analista che non c’è più Tommaso Senise (mi piaceva come lavorava), il più giovane analista della S.P.I. (bisogna dare fiducia e credere nelle nuove generazioni) e se proprio nessuno fosse disponibile…me stesso (di cui mi fido abbastanza).
Qual è lo scopo del sito SpiWeb a cui collabora?
Il progetto più ambizioso è farci conoscere e dire qualcosa su quello che succede nel mondo esterno attraverso la comunicazione tramite internet. Noi psicoterapeuti siamo cambiati, sia nel rapporto con il mondo esterno sia nei confronti del nostro modo di lavorare.
Nel suo Elogio della follia Erasmo da Rotterdam scrive che tutta la vita umana è una commedia in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico: è d’accordo?
Sì, e aggiungerei che anche quello che noi psicoterapeuti facciamo nei nostri studi è una grande rappresentazione scenica: mettiamo in scena la vita delle persone, una relazione profondamente affettiva senza agirla, né realizzarla.
Come risponderebbe alla boutade di Woody Allen: “Lo psichiatra è un tizio che vi fa un sacco di domande costose che vostra moglie vi fa gratis”?
L’unica differenza è che a uno psicanalista si può anche non rispondere.