Bologna sempre più sporca “E’ la sindrome da Lucignolo”, LA REPUBBLICA, 9 settembre 2012

 

Il 9 settembre, nell’inserto bolognese del quotidiano La Repubblica, il presidente della SPI e, tra pochi mesi, dell’International Psychoanalytical Association, Stefano Bolognini, è intervistato da Valerio Varesi sullo stato di degrado della città. Che, a parere di Bolognini, ha a che fare con ilfenomeno da lui definito del “ragazzismo”, quello strizzare un po’ l’occhio a un ‘ragazzo’ innalzato a presenza centrale, coccolato, del quale viene in tal modo esaltato il desiderio di narcisismo onnipotente. Che, mi chiedo, ha in qualche modo a che vedere con il vissuto di impotenza non mentalizzato, connesso alla crisi che incombe sul presente e, in modo anche più pesante, sul futuro?

Daniela Scotto di Fasano 

L’INTERVISTA 

Bologna sempre più sporca

“E’ la sindrome da Lucignolo”

Stefano Bolognini, psichiatra, parla della città e del suo triste primato di centro “tra i più sporchi d’Italia”: “Si è caratterizzata l’idea che questo sia un posto dove non ci sono limiti. E prevale quello che io chiamo il ragazzismo”.

DI VALERIO VARESI 

Se Bologna fosse “una vecchia signora coi fianchi un po’ molli”, come la descriveva Francesco Guccini, bisognerebbe dire che, “come tutti i depressi, non ha cura di sé e si è lasciata un po’ andare” osserva Stefano Bolognini, psichiatra e autorevole presidente della Associazione internazionale  di psicoanalisi che anche nel deterioramento della pulizia della città vede un segno della caduta del senso di autorità e del rispetto delle regole.

La sporcizia è il sintomo più visibile di questo lasciarsi andare non le pare?

“Vero, ma è un fenomeno molto complesso tanto che si corre il rischio di semplificarlo troppo. Chi sporca presenta molte differenze: c’è chi imbratta i muri con la bomboletta, animato da intenti anche ‘ideologici’ che hanno a che fare con l’emarginazione e il conseguente risentimento, ma c’è chi orina per strada comportandosi come un bambino regredito dentro il corpo materno in cui si può fare tutto”.

 C’è qualcosa che lega queste due categorie?

“Sì, una vena rabbiosa e di rivalsa. Tra gli orinatori, per esempio, vanno distinti gli incontinenti semplici e coloro che agiscono in modo sprezzante. In questi ultimi c’è la componente di rabbia, ma anche un narcisismo onnipotente che fa pensare che si possa fare tutto. È quest’idea che caratterizza Bologna: un posto dove non ci sono limiti, dov’è  assente il principio paterno e regolante. Una sorta di paese dei balocchi e di Lucignoli. In questo credo che ci siano stati parecchi cattivi maestri in passato”.

 A chi allude?

“A una generazione di amministratori sessantottini che si sono succeduti negli anni ‘80 e che hanno a lungo strizzato l’occhio a quello che io definisco il ‘ragazzismo’, vale a dire il mettere al centro della scena urbana questa figura rendendola protagonista e libera da ogni vincolo. Ciò ha generato la fantasia secondo la quale Bologna è una città no-limit, dove ogni comportamento è ammesso. Molti studenti sono venuti a studiare qui e non a Milano, Torino o Padova, perché la città si è ammantata di questa aura. Ho seguito personalmente vicende di ragazzi approdati all’Alma Mater per studiare che poi hanno cominciato a ‘slegare’ vivendo di notte e dormendo di giorno nel divertimento e nello ‘sballo’”.

La responsabilità è quindi di chi ha ingenerato questa idea? Eppure a Bologna, quella che in psicoanalisi è la figura paterna, l’autorità, è stata ben presente: nel ‘77 l’ex sindaco Renato Zangheri autorizzò l’uso dei blindati contro la rivolta studentesca…

“Ma in seguito le cose sono cambiate di molto. Il ‘ragazzo’ è stato innalzato a presenza centrale, coccolato, esaltando il suo desiderio di narcisismo onnipotente. In parallelo, tutto ciò che è configurabile come la figura paterna, l’autorità, la regola, il limite, è stato messo in secondo piano. Parlando con colleghi spagnoli, ho scoperto che a Barcellona si lamentano per una colonia di punkabestia emigrati là e ‘formatisi’ a Bologna. Non semplicemente bolognesi, ma formati qui, in questo clima di immaginaria anomia”.

 Lei ha parlato pure di rabbia: questi fenomeni sono anche il frutto di frustrazione, magari aggravata dalla crisi economica?

“Sarebbe superficiale catalogare tutto questo come semplice protesta sociale e sarebbe moralistico affermare che è il frutto della mancanza della figura paterna. Tuttavia la rabbia che possono esprimere certe azioni come l’orinare per strada, imbrattare i muri o buttare le cartacce per terra, non sfocia mai in cattiveria. Bologna è una città che può apparire maleducata e degradata, ma non cattiva. Ci sono centri di minori dimensioni, magari più puliti e ordinati, che hanno fabbricato killer, pensiamo ai terroristi delle Brigate rosse formatisi a Reggio Emilia o alle cellule neo fasciste in Veneto. Detta in termini psicoanalitici, Bologna è una città degradata, ma non delirante. Siamo per fortuna esenti dai questi fenomeni più radicali e pericolosi”.

 (09 settembre 2012)