C’è caos in noi, AREL la rivista, luglio 2013

AREL – LUGLIO 

Adolescenze dilatate:disagio esistenziale e costruzione di sé 

 

INTRODUZIONE.
Un tema caldo, quello dell’adolescenza, affrontato nell’intervista  alla nostra collega  Carla Busato, Presidente del  Centro di Psicoanalisi Romano. Parlando di adolescenze, non si può non affrontare il tema dei sistemi caotici, delle tematiche identitarie, l’impatto dell’adolescente con la “società liquida”, il difficile rapporto col corpo, con la femminilità, con la sessualità. (Silvia Vessella)

Intervista con Carla Busato Barbaglio di Mariantonietta Colimberti ed Emanuele Caroppo

C’è caos in noi

Adolescenze dilatate:disagio esistenziale e costruzione di sé 

Intervista con Carla Busato Barbaglio di Mariantonietta Colimberti ed Emanuele Caroppo

Cos’è caos per uno psicoanalista? E cos’è ordine? 

Mi è capitato pochi giorni fa di parlare con lo scienziato Zichichi e sapendo di questa intervista gli ho chiesto di chiarirmi che cosa fosse caos per un fisico. Ho capito due cose. Primo, la fisica moderna conosce le leggi fondamentali della natura che descrivono sistemi semplici come l’atomo e i sistemi meccanici. Essi sono totalmente prevedibili nel loro comportamento perché basati su leggi lineari.

In secondo luogo, si trova ad affrontare una serie vastissima di sistemi complessi descrivibili con equazioni non lineari. Esistono per questi sistemi deimodelli matematici, ma la loro evoluzione può soloessere “simulata” con l’uso dei calcolatori elettronici.

Da questi studi si vede che, a differenza dei sistemi lineari, piccole variazioni delle condizioni iniziali possono portare a enormi differenze nell’evoluzione del sistema. Per “caos deterministico” si intende proprio questo. Un sistema complesso in cui termininon lineari apparentemente insignificanti possono distorcere l’evoluzione di un sistema rendendolo del tutto imprevedibile ovvero “caotico”.

Tutto questo che cosa può significare per uno psicoanalista? Mi è stato suggerito che anche un sistema lineare come il sistema solare può essere previsto perfettamente, eclissi di sole, di luna,allineamenti di pianeti eccetera, per parecchie centinaia di migliaia di anni, tuttavia alla lunga la presenza di tante piccole “perturbazioni” al sistema dei pianeti costituito dagli asteroidi e da altri corpi celesti non identificati rendono “caotico” anche il sistema solare.

Senza lasciar passare centinaia di anni forse anche così si può descrivere ciò che avviene nella vita, in cui perturbazioni che vanno dal corpo alla mente o perturbazioni che hanno a che fare con lutti, malattie,difficoltà affettive o lavorative, stanno nel percorso. Pensocosì a quando le relazioni perdono di coerenza, di integrazione psichica. Penso a tutte quelle situazioni nelle quali aspetti dissociativi, che per un certo tempo sono fisiologici, si trasformano in una perdita di coerenza, in un aumento del disordine e possono “distorcere in modo imprevedibile l’evoluzione del sistema mente”.

Freud in un testo del ‘32 in Introduzione alla psicoanalisi, lezione 31 scrive:

«D’altro canto siamo avvezzi all’idea che la patologia possa rendere evidenti, ingrandendole e rendendole piú vistose,condizioni normali che altrimenti ci sarebbero sfuggite.Dove essa ci mostra una frattura o uno strappo,normalmente può esistere un’articolazione. Se gettiamo perterra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura inpezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura del cristallo».

È vero che il cristallo non si frantuma in modo arbitrario, ma si sa che la separazione dei pezzi lungole linee di sfaldatura dipende anche dalle modalità dell’urto (le condizioni iniziali) per cui urti diversi possono determinare rotture in pezzidifferenti. Sembra che questo diFreud sia un bell’esempio di sistema non lineare perché le linee di sfaldatura di un cristallo, parliamo di un cristallo complesso, non di un monocristallo, si intersecano su molti piani diversi e lemodalità di frattura di un pezzo dipendono dai pezzi adiacenti in un modo non lineare, e devono tenerconto collettivamente di tutte le tensioni interne createdall’urto.

Forse con l’evolvere dello studio del corpo-psiche, con l’esperienza di lavoro con la sofferenza mentale e avvalendoci pure degli strumenti che civengono dai campi limitrofi: dalle neuroscienze all’infant research, alle teorie dell’adattamento, si può ipotizzare che determinate fratture o strappi che si possono creare sin dall’origine siano non solo sempre più studiabili nella loro evoluzione, ma anche sempre meglio affrontabili con la cura psicoanalitica.

Parliamo di identità. Qual è il confine tra solidità e rigidità e, al contrario, tra flessibilità e caos?

Mi sembra difficile definire al di fuori di un argomentare più organico. Partirei dal concetto di identità che è un tema specifico che riguarda il momento adolescenziale. Una grossa perturbazione a livello ormonale, cerebrale, di cambiamento fisico, di nuove competenze di pensiero e di affetti. È un momento di concepimento, di costituzione identitaria che si va via via creando in un arco di tempo che ormai si è esteso dai 10-11 fino ai 27-28 anni con delle enormi differenze a seconda che si sia all’inizio,nel mezzo o verso l’identità adulta. Penso anche ci sia una differenza che dipende dal fatto se si è maschi o femmine…

La costruzione identitaria segue percorsi diversi. Ora all’interno di questo percorso che è un farsi di corpo-mente il confine tra solidità e rigidità, e flessibilità e caos è un qualcosa in continuo movimento, un qualcosa che “si fa” nel movimento in una perenne conflittualità tra l’un termine e l’altro. Per esempio, adolescenti ansiosi e maltrattati scorgono il pericolo con una velocità incredibile e notano una faccia arrabbiata in mezzo alla folla molto prima degli altri (Pine et al., 2005). Gli adolescenti che hanno subito traumi o che non hanno ricevuto accudimento costante tendono con maggiore probabilità ad essere iper-vigili e meno capaci di concentrarsi. Gli adolescenti le cui strutture cerebrali sono ancora in fase di maturazione sono guidati più da stimoli emozionali immediati e si distraggono più facilmente rispetto agli adulti.

Ci sono molti studi, ricerche ed esperienze cliniche sul funzionare della mente adolescente.

Penso alla tipicità adolescenziale in cui il tutto o il niente o il tutto e il niente contemporaneamente sono compresenti.

Nell’infanzia il “caos” è collegato al disordine nei rapporti famigliari oppure è sempre il rapporto madre-bambino sottoaccusa?

Se per caos si tiene ferma l’idea di una coerenza nelle relazioni nella loro partenza e nel loro prosieguo,direi che nella moderna concezione della psicoanalisila relazione è una co-costruzione che si fa assieme.

Non nasce infatti solo un bambino, ma nasce anche lamente della madre per quel bambino (Stern) e la coerenza o meglio la costruzione di una integrità psichica è data dalla relazione che si stabilisce fra i due.

Dalla loro sintonia, dal loro modo di funzionare assieme, dalla qualità della sintonia che si crea. A questa concorrono tutti gli altri famigliari: il padre, ifratelli, i nonni, l’ambiente e la cultura di quell’ambiente. Il senso di sé si costruisce nel sociale.

Ci sono studi che ci avvertono che alcune società pongono minore enfasi sul Sé e ancor meno capacità a sviluppare storie su se stessi. In Occidente, per esempio, sembra che ci sia una cultura più egocentricamentre i bambini coreani e cinesi sembrano avere meno probabilità di avere tanti e specifici ricordi personali(1).

Certamente, la relazione inizia in utero e ci sono una quantità di ricerche che ci segnalano quanto gravi stati di stress o di angoscia abbiano effetti sull’evoluzione del feto, addirittura, secondo gli studi dell’epigenetica, modificando stabilmente l’espressione del corredo genetico… Si può ipotizzare che dei mini-caos si inizino a produrre in utero? Possono essere monitorati? Pensavo a un’esperienza in Francia descritta in un libro dal titolo Psichiatria fetale. In esso si racconta che all’interno della consultazione con genitori che hanno chiesto aiuto per dei problemi con il loro figlio adolescente viene domandato come è stata vissuta l’ecografia durante la gravidanza. Perturbazioni,speranze… altro? Ogni esperienza crea una traccia e promuove la seguente.

Colpevolizzare sempre le madri mi sembra eccessivo. Si è in due sin dall’inizio in un determinato ambiente, in una determinata situazione, in una determinata età. Sottolineerei come tutto l’ambiente co-costruisca la relazione, anche se la madre è la parte direttamente più in contatto all’inizio.

L’età adolescenziale è l’età del caos per eccellenza. Fino a che punto questo “caos” è necessario e costruttivo, cioè formativo, e quando invece diventa patologico, escludente o autoescludente?

Direi che il caos è qualcosa di addirittura fisiologico in adolescenza, certamente entro certi limiti. Addirittura dei sintomi in adolescenza spesso si è parlato come di un modo per darsi forma. Per cercare di esserci, per sentirsi esistenti. Faccio sempre fatica a parlare di un caos patologico in adolescenza perché mi sembra che a volte anche le situazioni di maggior perdita di integrità collocate all’interno di reti realmente curative possono riallacciare dentro di sé aspetti vitali restituendo così vita anche ad aree morte,orfane di relazione o fortemente disturbate. Spesso con dei colleghi abbiamo parlato di un dover stare nel tempo dell’adolescenza con il fiato sospeso e a volte anche con il pensiero sospeso. 

Prima lei ha accennato al dilatarsi della fase adolescenziale. Possiamo approfondire?

Per motivi complessi che riguardano tutti gli aspetti della realtà contemporanea, ci sono adolescenze che iniziano molto in anticipo rispetto agli anni passati.Allo stesso modo, vediamo adolescenze che si protraggono.

Ci sono studi avanzati sulle neuroimmagini che ci dicono che il cervello arriva a maturazione attorno ai 27-28 anni.

Per chi, come me, lavora con diverse fasce d’età, è evidente che dall’adolescenza dei 12-14, 14-18 a quella dei 28 ci sono mondi anche molto diversi.

Cinquanta-sessanta anni fa le persone di 27-28 anni erano considerate completamente adulte, magari erano sposate e avevano già un certo numero di figli… Questo significa che lo sviluppo socio-sicologico era più veloce perché la società esigeva un’assunzione di responsabilità pregressa rispetto ad ora? Gli adulti under 30 di allora erano adolescenti senza saperlo?

La domanda è complessa. Siamo entrati in una comprensione in cui natura e cultura sono una l’interfaccia dell’altra e siccome il cervello viene plasmato a seconda di come si sta in una determinata cultura, direi che sono cambiate le modalità relazionali,e quindi tutta una proposta societaria. Inoltre, una volta c’erano sistemi educativi molto più contenenti, rigidi.

Oggi c’è più liquidità.

Sì, c’è più liquidità, e in questa liquidità è facile che gli adolescenti si perdano. 

Come si perdono? Quali sono le modalità preferite dalle ragazze e quali dai maschi per perdersi? 

Il disturbo alimentare è per esempio la modalità preferita dalle ragazze, raramente è maschile.

L’adolescente femmina assiste a un tale cambiamento nel suo corpo… Oltre allo spuntare dei seni, all’arrotondarsi dei fianchi e a tutto il resto, può essere preda di sguardi di cui ha paura, o, al contrario, non attirare quegli sguardi e vivere tutto ciò come un problema di relazione col proprio corpo.

Questo accade in una società che ci bombarda sia con le diete, sia col cibo…

Mentre noi registriamo un aumento di ragazze con seri disturbi alimentari.

Il disagio dei maschi invece si manifesta principalmente in un abuso di internet, del digitale.

Molti ragazzi di giorno non vanno più a scuola perché passano la notte al computer. Alcuni anni fa al Gemelli era stato aperto un ambulatorio per questa nuova dipendenza: in pochi mesi erano arrivate oltre duemila domande da tutta Italia. Spesso al computer si associa la “canna” e l’alcol.In questo modo, però, quella che potrebbe essere la scoperta di altri mondi, il contatto con individualità di paesi diversi, diventa una droga. E i genitori il più delle volte non sanno cosa fare: a volta si presentano da noi con le lacrime agli occhi e magari ci raccontano che hanno appena strappato il filo dell’Ipad del figlio…

Altre modalità con cui si esprime il disagio sono i tatuaggi e i tagli nelle braccia. L’autolesionismo. In Internet ci sono siti di aggregazione. Ciò che accomuna i ragazzi è il sentirsi vivi attraverso questi nuovi mezzi di comunicazione virtuale. Il senso di vuoto e di inesistenza è veramente profondo.

È possibile che i prodromi dei disturbi che verranno diagnosticati in adolescenza siano ravvisabili già nell’infanzia?

Credo una traccia ci sia. Il problema è che siamo molto carenti in fatto di prevenzione. Con medici avvertiti, insegnanti avvertiti, anche assistenti sociali avvertiti e con tutte le persone che si occupano della crescita, sarebbe possibile fare di più.

Per completare il discorso sull’adolescenza, direi che mentre i ragazzi si mobilitano soprattutto sulla competizione (anche attraverso il bullismo), le ragazze si concentrano sul “guardare” ed “essere guardate”, anche perché hanno a che fare con un corpo sconosciuto.

Infine, c’è la questione dei rapporti sessuali.Dieci-quindici anni fa l’età si era accorciata ai 16-17 anni, oggi siamo a 13-14… A 13 anni l’“altro” esiste ancora poco, perché non esiste un’identità propria… Il rischio del caos, della confusione, è altissimo.

Fermiamoci ancora un attimo sull’anoressia femminile. Questo rapporto col corpo che non va, la frustrazione eccetera… Il fatto che sia più diffusa tra le ragazze ha ancora una volta a che fare col rapporto con la figura materna, col paragone con lei?

Quando vediamo ragazze che arrivano a pesare 32 chili, con mestruazioni scomparse e l’aspetto cadaverico c’è sempre qualcosa che non ha funzionato nella comunicazione familiare… una sintonizzazione ha preso strade difficili. Perché poi questa difficoltà abbia preso la strada dell’anoressia è molto complesso da capire e vanno fatte ipotesi caso per caso… Spesso nella storia di queste ragazze c’è addirittura una familiarità, la mamma, una nonna o una zia che avevano disturbi alimentari.

Questo farebbe pensare a qualcosa di organico? 

Gli studi dell’epigenetica ci stanno dicendo che delle grandi situazioni di stress possono portare a cambiamenti di tipo duraturo a livello genetico.

Un altro aspetto da considerare è che a volte troviamo madri di anoressiche che sono state particolarmente rigorose nell’alimentazione (niente patatine, niente McDonald, ecc.), creando una diversità rispetto all’esperienza con gli altri bambini.Allora, è chiaro che una madre che diventa così rigida non lo diventa solo in nome di un’ideologia. C’è la sua storia, e magari c’è anche la sua impossibilità di stare mente a mente con la figlia. 

Le ragazze anoressiche guariscono con la psicoanalisi? 

Fanno un percorso importante. Direi che la cosa più rapida è quella di far loro riacquistare chili.

Poi viene tutto il resto. Questo lavoro non si fa certo in qualche mese, anche se la durata varia da persona a persona… La cosa più difficile è quella di ricollegare il pensiero alle emozioni. Di solito queste ragazze con problemi alimentari sono intelligentissime, ma il loro pensiero è sterile, non è un pensare sulla vita, ma un pensare per sentirsi vivi, sganciato dagli affetti.

Nella nostra società sono sempre più frequenti le famiglie allargate o le plurifamiglie. Bambini e adolescenti si trovano a relazionarsi con varie e diverse figure parentali. Anche la baby sitter diventa una importante figura di riferimento. Questa eterogeneità può creare problemi? Qual è il  miglior modo per gestire queste situazioni?

Come in tutte le cose il problema dipende da come determinate situazioni vengono vissute. Può esserci tensione, angoscia, conflitto in una famiglia normale tale da generare caos come in una famiglia allargata. Che attenzione si dà alle relazioni, che posto occupa la crescita dei figli, la loro protezione?

Certamente in una famiglia pluriallargata i problemi da affrontare spesso si moltiplicano e sono più complessi, ma il problema è dato dal grado di tenuta,di coerenza relazionale che si riesce a intrattenere.

Parliamo delle coppie omosessuali. In caso di adozioni, qual è l’impatto sul minore? La genitorialità può prescindere dal sesso?

Anche in questo caso penso che alla base della coppia ci debba essere un certo livello di integrità psichica. Rispetto alle adozioni c’è da chiedersi quanto l’essere figli abbandonati, che già partono da una grossa perturbazione iniziale, e quindi il partire da una ferita e l’inserimento in una coppia omosessuale che ancora oggi la società fa così difficoltà a sopportare non possa moltiplicare il senso di diversità, rendendo questi ragazzi troppo diversi e nella difficoltà a integrare le pluristorie che si trovano a vivere…

Ma sono questi temi sui quali riflettere, insieme a tutta la tematica delle adozioni, dalla selezione degli adottanti all’aiuto che poco si dà nel post-adozione.

Altro grosso tema è se la genitorialità può prescindere dal sesso. Tema che si allarga non solo alle adozioni ma a figli per esempio nati con inseminazione eterologa nel caso di coppie lesbiche, o figli di precedenti relazioni.

Da anni, anzi da decenni, nelle nostre società occidentali ed evolute sono andati progressivamente saltando i modelli di comportamento e i riferimenti culturali stabili.È ipotizzabile a brevel’approdo verso un“nuovo ordine”?

Certamente credo che, come dice Bauman,queste società liquide nelle quali i comportamenti non si riescono a sedimentare dato che rapidamentevengono consumati, si crea una difficoltà in più sia a livello della costituzione identitaria adolescenziale sia a livello di tutta la crescita. Come costruire qualcosa di solido e coerente nell’instabile? Questo mi sembra un grosso problema. Ma questa è anche la società nella quale stiamo e che contribuiamo a creare.

Sempre più frequentemente si sente parlare di bambini e adolescenti nativi digitali“multitasking”. Secondo lei questa caratteristica acquisita del funzionamento mentale rappresenta un aspetto dell’evoluzione o una possibile frammentazione delle attività cognitive che può aprire la strada a nuovi tipi di disagio? 

Potrebbe essere una occasione di arricchimento evolutivo, se integrato in una continuità culturale.

Quello che spesso vediamo è l’inserirsi di questi nuovi mezzi e modelli in un vuoto relazionale che li rende sostituti di altro e li sfrutta in modo riduttivo.

Aggiungerei una cosa semplice che pochi giorni fa mi sono trovata ad ascoltare. Un signore anziano diceva a un ragazzino di circa sette o otto anni intento a giocare con un Ipod mentre la madre cercava dei giornali: «Devi leggere perché nella lettura è la mente che crea le immagini, le fantasie ed è una ricchezza enorme, in questi giochi èl’immagine che ti fa giocare, ma che ti tiene anche prigioniero di ciò che il gioco ti vuole indurre…». Mi ha aperto aulteriori pensieri… Per esempio nel gioco normale ci si può anche annoiare mentre in un gioco digitale ciò che viene mantenuto vivo è uno stato di eccitamento continuo.

Per un adolescente immigrato di seconda generazione quanto alto è il rischio di andare incontro a un caos identitario su base culturale derivante da una mancata integrazione di codici di significato diversi tra loro? 

Il rischio è molto alto. La costituzione identitaria che già in sé è un salto mortale, nel suo caso avviene spesso su due sradicamenti che sono quelli dei genitori. È come fare un triplo salto mortale.Spesso le difficoltà di inserimento genitoriali, ilsentirsi sradicati in una terra che non è la propria con usi, costumi, sapori, odori altri da quelli familiari consegna ai figli un sentirsi diversi, una difficoltà a radicarsi, a riconoscersi. Pensavo ad una ragazza di 20anni, in questo caso adottata a un anno in un paese dell’America Latina. Ultimamente diceva alla sua analista: «So di essere di colore, lo so perfettamente,ma ogni volta che vedo le mie foto su Facebook mi guardo allo specchio ho un soprassalto… sono stupita di vedermi di colore». Due mondi in un difficile dialogo tra loro, una composizione interna complessa.

Un genitore che deve avviare il proprio figlio a un percorso di cura psicologica puòscegliere tra diversi orientamenti e tecniche cliniche. Per quali casi è più indicato un percorso psicoanalitico e perché può essere un metodo migliore degli altri?

Mi hanno sempre insegnato che non bisogna mai chiedere all’oste com’è il suo vino, e se è buono.

La mia ormai lunga esperienza di cura con bambini adolescenti e genitori oltre ad adulti, mi porta a dire che si può lavorare bene e seriamente con i vari disturbi che compaiono nell’arco evolutivo. Credo che la nostra offerta sia qualificata da una lunga e seria formazione e che il rapporto che si crea nel lavoro psicoanalitico permetta un’intensità e profondità di contatto in grado di attivare e permettere trasformazioni. Ci troviamo, spesso e sempre di più, a lavorare anche in rete con altre figure professionali laddove se ne presenti il bisogno.

“Caos” e “ordine” sembrano avere – semplificando in eccesso – il primo una connotazione negativa e il secondo positiva.
Sappiamo che non è così (e bene emerge dalle sue risposte). Esiste il rischio che il cammino psicoanalitico, essendo anche un percorso di integrazione, si risolva in un approdo conservatore, nel senso di “tagliare le ali” al paziente,adolescente o adulto che sia, per conquistarlo alla“normalità” togliendogli la sofferenza, ma in qualche modo così amputandolo? La psicoanalisi come una sorta di “dovere di essere felici” o almeno“adattati”?

Se conservatore riguarda il conservare la vita forse direi di sì. Ma forse oltre che conservare introdurrei il promuovere vita. E questo ci porta al cuore del problema che coinvolge noi psicoanalisti. Se la nostra idea di psicoanalisi è una co-costruzione assieme della relazione e di nuove possibilità relazionali e di pensiero questo va a toccare la nostra qualità di condivisione dell’esperienza del paziente, la nostra qualità di ascolto,l’esplorazione delle reciproche cecità dissociative. Se è vero che ogni esperienza lascia traccia e condiziona il seguito, il lavoro dell’analista interviene come traccia,oppure la modifica o ancora di più ne intrduce di nuove.
E sono tracce che sono strettamente legate alla storia di quell’analista e al suo modo di collocarsi tra la sua storia personale nella cultura nella quale è inserito e con la quale intrattiene un dialogo di riflessione e alla sua continua attenzione a ciò che di nuovo si sa sul funzionare della mente. E certamente c’è anche nel lavorare in particolare con gli adolescenti un far passare ciò che si è, una propria visione della vita e di come essa si declina. Ma la centralità mi riporta alla mente la parabola dei talenti che sta nel Vangelo di Matteo, cap. 25. Un Signore dà ad alcuni servi dei talenti da far fruttificare; tutti si danno da fare e alla fine portano al Signore i talenti più il guadagno. Tranne uno, che dice al Signore: «Ho avuto paura perché sei un uomo esigente: ho seppellito il tuo talento e te lo restituisco». In questa parabola la conclusione di condanna alla non vita (o alla vita povera) sta nell’«ho avuto paura», nel non aver avuto fiducia dell’altro (il Signore) e così la vita è diventata infruttuosa, sepolta, cancellata. La relazione io-tu che dà vita ad un noi e a una nuova possibilità relazionale non è iniziata e i talenti sono rimasti sepolti. Nel nostro lavorare la paura può essere il risultato di aree non nate alla relazione di parti orfane e quindi al di fuori da ogni colpa… ma tuttavia sepolte a nuove possibilità di vita.
Questa la nostra sfida.

Poniamo una domanda brutale e anche poco originale: il pessimismo di GiacomoLeopardi, le storie allucinate di Edgar AllanPoe, la follia di van Gogh avrebbero trovatola stessa espressione se questi artisti fossero andati in analisi?

Non abbiamo la prova contraria. Nella nostra concezione moderna della psicoanalisi, che vuole dare vita al maggior numero di aree possibili, le vere potenzialità dovrebbero uscire solidificate, mentre tutto ciò che è illusorio e falso dovrebbe essere ridimensionato.

Lei per il paziente è l’unica, lui per lei è uno dei tanti. Non si crea mai dentro di lei un qualcosa di confuso? 

Mai. Anche perché un analista con ogni paziente è diverso. Certo, io sono sempre io, ma sono le atmosfere, i linguaggi che si creano, l’intimità che si costruisce ad essere diversi. Anche dopo anni e ad analisi conclusa, se reincontro la persona con la quale ho lavorato ricordo nomi, situazioni, avvenimenti,come se con quel paziente avessimo lavorato fino al giorno prima. 

Perché lei vive tante vite.

Sì, è così. Questo lavoro può essere svolto solo con molta passione. Perché non ci si può prendere carico della sofferenza dell’altro senza passione. È una grandissima responsabilità, perché in un certo senso l’altro si affida, ci consegna la sua sofferenza. E questo cambierà la qualità della sua vita e delle sue relazioni.

Negli ultimi anni gli studi sul cervello e anche sull’origine dell’empatia (si pensi ai neuroni mirror) hanno fatto grandi passi in avanti. Questa strada in futuro porterà alla fine della psicoanalisi?

Al contrario, anche se non tutti gli psicoanalistisi interessano delle ricerche delle neuroscienze. Vedo che alcune delle intuizioni della psicoanalisi trovano riscontro negli studi delle neuroscienze. Posso guardare in modo ancora più preciso e puntuale ai funzionamenti mentali, perché ho un sensore in più.
Gli studi sui neuroni mirror danno corpo a ciò che noi abbiamo sempre denominato “identificazione proiettiva”. Se pensiamo ai neuroni specchio e riflettiamo allo sguardo che intercorre tra mamma e neonato tutto questo ci aiuta ad approfondire meglio,si capisce in modo profondo.

In un’analisi conta più lo sguardo sul passato o l’attesa sul futuro? 

Conta il qui ed ora in cui trovano spazio il passato e il futuro e come noi ci prestiamo alla relazione.

Nota

(1)Music G., Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale,emozionale, cerebrale del bambino, Borla, Roma 2013.