Cinema e Psicoanalisi, F – SETTIMANALE, 8 gennaio 2014

F- settimanale – 8 gennaio 2014

CINEMA E PSICOANALISI

INTRODUZIONE: una bella intervista a Rossella Valdrè , collega della Società Psicoanalitica Italiana, intorno al rapporto tra cinema e Psicoanalisi, che Rossella  ha approfondito nel suo libro “La lingua sognata della realtà”. ( Silvia Vessella)

VALERIA CHIERICHETTI

CINEMA E PSICANALISI. 

Il piacere inizia già  lì. Quando il film non è ancora cominciato e tu entri in sala. Luogo-non luogo, dove tutto è morbido, attutito, rotondo. Quando ti togli il cappotto e ti rannicchi nel velluto della poltrona-guscio che ti accoglie, ospitale, protettiva  come un rifugio, e i tuoi pensieri di prima, i problemi, le piccole noie del vivere sono già lontane, oltre le tende pesanti che ogni tanto vengono scostate da altri spettatori. Il piacere del cinema si preannuncia in questa attesa. Sorta di intorpidimento della coscienza, della razionalità, del “reale” che si avverte  in quel parlare sempre più a bassa voce. Perché al cinema, curioso anche questo, si è in tanti, ma alla fine si è soli. Si è lì per  farsi cullare, in un tempo senza tempo, dove ogni cosa galleggia, resta meravigliosamente sospesa. Il buio, il silenzio. Solo lo schermo davanti. E una storia. Che nei primi fotogrammi  ti  lambisce, poi ti afferra, ti cattura e ne diventi parte, sei donna, sei uomo, sei bambino, paesaggio, città. Per due ore sei tu ma  anche tutto “quell’altro” che lo schermo ti rimanda. Tanto che quando le luci si riaccendono (e che fastidio, l’avrai provato) per alcuni lunghi minuti, ci si muove incerti. Quasi in una specie di sonnambulismo, fai fatica ad abituarti di nuovo alla realtà e i tuoi occhi hanno quell’espressione sognante, che avevi colto, quasi sorridendone, sul volto degli spettatori dello spettacolo precedente, mentre lasciavano la sala. Tutto questo affiora tra le righe del bellissimo saggio “La lingua sognata della realtà” (Antigone) dove la psicoanalista Rossella Valdré indaga sulla stretta relazione che esiste tra cinema e psicoanalisi.

E’ vero che in fondo la sala cinematografica potrebbe essere paragonata al “setting” analitico?

Credo proprio di sì. Per il  tipo di contesto, per il rituale. Ma soprattutto evoca la dimensione onirica, la regressione narcisistica in senso buono, intesa cioè come raccoglimento in noi stessi. Al cinema, in silenzio, anonimi tra gli altri,  è come se ci ritirassimo in una sorta di sonno- sogno. Dentro un territorio molto personale, privato. 

Un fenomeno che non accade quando si guarda un film in tv?

Molto meno. Perché siamo nel nostro ambiente usuale, perché siamo distratti, perché il telefono suona, per mille altre interruzioni che diminuiscono la magia, l’impatto del film.

Lei afferma che un film è qualcosa “a metà strada” tra sogno e realtà.

Pier Paolo Pasolini diceva che il cinema è la lingua scritta della realtà. In altre parole, il cinema riproduce la realtà ma nello stesso tempo la inventa (non è un semplice documentario). Per cui anche nel film più realistico esiste sempre un’invenzione, un sogno appunto, che è poi la poetica del regista, la sua interpretazione di una certa realtà. 

Di solito si pensa, la realtà siamo noi, mentre quello che si proietta sullo schermo è finzione.

Non è del tutto corretto. Nel cinema per esempio avviene un fenomeno straordinario che non appartiene al teatro dove il contatto, l’interazione tra pubblico e attori è fisico, reale, perché si vive la rappresentazione nello stesso momento. Il cinema è diverso.  Ci siamo noi, mentre guardiamo il film e prima di noi ci sono stati gli attori che lo hanno interpretato. Questo scarto di tempo e di spazio, questa distanza è un “dispositivo” magico che ci permette di essere presenti ma fino a un certo punto. Possiamo proiettare, immaginare, i nostri sogni in quell’area intermedia, che si crea tra di noi e i personaggi che vediamo sullo schermo. Ecco perché il film per noi psicoanalisti assomiglia molto al sogno.

In che senso?

Nei sogni osserviamo “qualcosa”, ma al tempo stesso è come se ne fossimo al di fuori. La visione di un film è molto simile alla reverie, al sogno ad occhi aperti, un momento dove ci lasciamo andare. Esperienza a cui Freud dava moltissima importanza, ma che in quest’epoca del “fare”(dominata da un’iper-valutazione dell’azione sulla contemplazione) è vista come una perdita di tempo. In realtà la reverie, e di conseguenza anche la visione di un film, smuove immaginazione, fantasia. Ci permette non solo di staccare, ma di lasciarci trasportare dentro una storia, dentro fantasticherie che evocano aspetti di noi stessi. Insomma ci  rende più creativi. 

Lo schermo può essere in un certo senso considerato una sorta di specchio?

Certo, ma con una differenza. Sullo schermo possiamo vedere cose che ci rappresentano o meno, ma con la tranquillità che sono altri a viverle. Sono stati d’animo, immedesimazioni che proviamo ma in una situazione di sicurezza, perché i protagonisti sono gli attori. Noi abbiamo sempre una via di fuga. Ossia quando le luci si accendono, il film è finito. Insomma entriamo e usciamo dalla vicenda, senza che questo cambi la nostra vita. A meno che il film tocchi punti cruciali dentro di noi e allora può anche diventare conturbante, o addirittura sconvolgente. 

Questo spiega anche il motivo per cui preferiamo certi generi cinematografici e altri meno?

Esiste addirittura una cinefobia, dove si rifiutano certe tipologie di film. C’è chi non sopporta la violenza, il sangue, ma anche quelle storie che scandagliano semplicemente l’amore, i sentimenti.  Però anche questi rifiuti sono indicativi. Ci si può chiedere: perché non tollero un film crudo a sfondo sociale? O quelli che parlano di tematiche crude, la povertà, la diversità, della vecchiaia? E’ un passo onesto verso la conoscenza di se stessi.  

Che cosa scatta invece nel nostro inconscio quando un film ci piace, ci colpisce?

Amiamo un film quando si verifica l’incontro tra la narrazione e quei “fantasmi” del nostro inconscio che ci portiamo dentro fino dalla nascita, come nostro patrimonio interiore. Allora ecco l’armonia, ecco l’appagamento: il film ha soddisfatto le nostre esigenze emotive più profonde.

Un appagamento che spiega anche il motivo per cui certi film li rivediamo volentieri? 

Certo, anche se le emozioni non sono mai le stesse. Il film in questione è oggettivamente lo stesso. Siamo noi a cambiare, e quindi dopo anni, possiamo percepirlo  in modo totalmente diverso. Come accade, del resto, con un romanzo. Un film, comunque, sia in positivo sia in negativo, ci svela a noi stessi. Intercettando parti sconosciute che non immaginavamo neppure di possedere. In questo il cinema è terapeutico. E’ un ponte, un passaggio segreto tra sogno e realtà.