Così Freud ha inventato il thriller dell’anima – Repubblica 03.01.2012

INTRODUZIONE: E’ nelle librerie l’antologia di ‘Racconti analitici’ progettata e curata per i Millenni Einaudi dallo studioso Mario Lavagetto.  Il testo contiene una raccolta dei casi clinici di Freud, i quattro casi dagli Studi sull’isteria, la Gradiva, lo studio su Leonardo da Vinci, e una lettera alla moglie Martha. La giornalista Melania Mazzucco ne fa una interessante e dotta recensione sulle pagine del quotidiano “La Repubblica”.  Sappiamo che la psicanalisi si è rivolta sin dai suoi inizi all’opera di narratori e poeti, gli antichi classici in particolare, come alleati preziosi nella descrizione e la scoperta della realtà psichica.  Freud farà i conti tutta la vita con la costruzione del racconto per rendere trasmissibili i suoi casi clinici. E’ allora, nota Lavagetto, che Freud abbandonerà l’evoluzione cronologica del racconto, e, in accordo con i tempi, appariranno nuovi personaggi, una nuova figura di narratore e, soprattutto, nuove modalità di narrazione nel progressivo e inesorabile dissolversi delle forme classiche. Una lettura  piacevole e avvincente per avvicinare il mondo del padre della psicoanalisi e uno dei padri del pensiero contemporaneo, dell’arte e la riflessione del Novecento. (Silvia Vessella)

Sul sito SPIWEB nel pacchetto dei regali di Natale troverete un interessante invito alla lettura dell’antologia curato da Maria Grazia Vassallo.

Repubblica 03.01.2012

Melania Mazzucco
Così Freud ha inventato il thriller dell’anima
Li leggevano uomini e donne in cerca di spiegazione al loro male di vivere e alle loro angosce
Scritti con stile elegante parlavano non di mostri ma di gente perbene che si poteva anche incontrare nei salotti
Ecco i “Racconti analitici” del padre dell’inconscio che fondarono una nuova disciplina e un nuovo genere

 Nel 1936 uno dei candidati al premio Nobel per la Letteratura, proposto da Romain Rolland, era un anziano psicoanalista viennese: Sigmund Freud. Era stato candidato dozzine di volte al Nobel per la Medicina, che con suo grande dispiacere gli fu sempre negato, perché il suo lavoro “non era basato su prove scientifiche”. In suo sostegno erano stati sottoscritti pubblici appelli: tra i firmatari figurano i principali scrittori dell’epoca, da Alfred Döblin a Jakob Wassermann, da Knut Hamsun e Lytton Strachey fino a Thomas Mann. Questi, maliziosamente, firmò purché la candidatura di Freud fosse al Nobel per la Medicina. Con ciò, riconosceva che lo psicoanalista poteva rappresentare un rivale temibile. Il premio per la Letteratura del 1936 fu assegnato a Eugene O’Neill. E Freud rimase senza Nobel: la sua opera era considerata troppo romanzesca per essere scientifica, e troppo scientifica per essere letteraria.
Ripensavo a questa vicenda leggendo la dotta introduzione di Mario Lavagetto ai Racconti analitici di Freud, appena pubblicati da Einaudi nella collezione dei Millenni. Con la consueta acutezza Lavagetto – anch’egli, come Freud, uno scrittore anomalo, che ha regalato alla letteratura italiana, e non solo alla storia della critica, dei gioielli fin dai tempi della Gallina di Saba – affronta la questione centrale dell’opera del fondatore della psicanalisi. Che cosa sono davvero le Krankengeschichten di Freud? Qual è la loro natura? E come dobbiamo chiamarle? Storie cliniche? Casi clinici? Studi? Lavagetto le intitola racconti.
I primi – i quattro casi femminili di isteria – apparvero nel 1895. Erano il frutto eretico di un genere codificato che aveva già prodotto i suoi classici. Fra questi, la Psychopathia Sexualis di Krafft-Ebing (1886), la più straordinaria enciclopedia della devianza mai scritta, nella quale l’autore descriveva, col distacco di un entomologo, innumerevoli casi di zoofilia, coprofagia e via dicendo. Qualcosa di simile aveva fatto in Italia anche Cesare Lombroso, che aveva raccolto storie di perversione e follia tra i bassifondi della società: ma la formazione positivistica e deterministica gli impediva di riconoscere nei suoi casi comportamenti universali e perfino la comune umanità.
Freud scriveva per illustrare le sue nuove teorie. I suoi casi avevano uno scopo “dimostrativo”. Divennero subito tutt’altro. Krafft-Ebing li stigmatizzò come “favole scientifiche”. I lettori, in un certo senso, fecero lo stesso. Le “favole” – inizialmente rivolte al pubblico dei medici della psiche – attirarono l’attenzione dei profani. Erano scritte con stile elegante, chiaro. Parlavano non di mostri – come quelli di Krafft-Ebing e Lombroso – ma di gente perbene che tutti avrebbero potuto incontrare nei salotti. Le leggevano uomini e donne in cerca di spiegazione al loro male di vivere. Le reazioni degli uni e degli altri costrinsero Freud a interrogarsi di continuo sui suoi metodi e a difendere e motivare le sue scelte, tanto che nei testi inserì una quantità di riflessioni “metaletterarie”. Benché insistesse a sminuire le sue capacità artistiche e a prendere le distanze dalla letteratura, questa si affaccia spesso nella teoria psicanalitica – offrendole chiavi interpretative, archetipi, immagini, personaggi – e Freud non era ignaro delle sue doti.
Lui stesso si assimilava al romanziere: nell’Introduzione alla storia di Dora del 1905, esprimeva il timore che sarebbe stata vista dai lettori “non come un contributo alla psicopatologia della nevrosi ma come un roman à clef destinato al loro divertimento”. Proprio come un romanziere riassumeva, censurava, montava e manipolava la sua materia. Era consapevole che – non potendo riferire il contenuto delle sedute così come si erano effettivamente svolte nel suo studio nel corso di settimane, mesi, a volte anni – la narrazione del caso diventava un’interpretazione e una costruzione: un’opera.
Ciò che costituiva una debolezza scientifica è anche la ragione del suo fascino. La lettura della storia dell’Uomo dei Lupi, il giovane russo che a quattro anni sognò sette lupi bianchi che lo fissavano accoccolati su un albero, restituisce ancora il piacere di quella che fu una delle più avvincenti avventure intellettuali del Novecento. I pazienti fobici, ossessivi, nevrotici di Freud, e il medico che ne raccoglie le angosce, le narra, le spiega e narrandole le guarisce, diventano i protagonisti di un’indagine sull’anima, l’infanzia, la sessualità, la vita – ciò che costituisce anche la materia della letteratura. Freud si paragonava a chi tenta di risolvere un puzzle, a un archeologo che riporta alla luce la città di Pompei, disseppellendo quanto la lava ha nascosto. In realtà usa una strategia narrativa simile a quella del coetaneo Conan Doyle: si tratta di trovare un colpevole che ha agito nell’ombra.
Lo psicoanalista svolge la funzione dell’investigatore. Il lettore viene preso nel meccanismo. Vuole sapere cosa è successo e perché. E Freud interroga, accumula indizi, esplora mondi sotterranei e inaccessibili (l’inconscio, il sogno), guida se stesso, il paziente e il lettore attraverso un labirinto di segni e alfabeti di lingue ignote (le strutture della psiche e il suo funzionamento) e infine consegna a sé e a noi la sua spiegazione. La forza catartica di queste storie resta immutata anche dopo che la teoria di Freud è diventata nozione comune, dopo cent’anni di discussioni e aggiustamenti, dopo che i costumi sessuali e la società sono profondamente mutati.
Quando Freud pubblicò i suoi racconti, doveva tranquillizzare il lettore, attenuare, smussare: il pubblico restava traumatizzato dalle rivelazioni sulla sessualità infantile, l’ambivalenza delle pulsioni, la libidine etc. Oggi la “verità” di Freud suona come la spiegazione di un giallo, che ci interessa meno dei personaggi, del loro desiderio di conoscenza e del loro dolore. E la commedia umana che Freud mette in scena fra il 1895 e il 1920 – negli anni in cui, come osserva Lavagetto, si attua la rivoluzione estetica che scardina la rappresentazione classica basata sulla verosimiglianza e sulla causalità, e in cui nasce la nuova letteratura – ancora turba, appassiona e coinvolge.