Giornata della Memoria, LA REPUBBLICA, 27 gennaio 2016

LA REPUBBLICA, 27 GENNAIO 2016, P.36 (NELLE PAGINE DELLA CULTURA DEDICATE ALLA GIORNATA DELLA MEMORIA)

PATRIZIA GUARNIERI

INTRODUZIONE:  Patrizia Guarnieri, professore di Storia Culturale dell’Età Contemporanea all’Università di Firenze, sulle pagine culturali di La Repubblica dedicate alla Giornata della memoria, offre un breve ma illuminante assaggio del suo nuovo libro “Italian Psychology and Jewish Emigration under Fascism: from Florence to Jerusalem and New York”, appena uscito dall’editore Palgrave Macmillan di New York. La ricerca dell’autrice si muove intorno al periodo fascista in Italia e al suo impatto sull’emigrazione di ebrei in America. Il libro, come sottolinea Philip Zimbardo, Professore Emerito di Psicologia alla Stanford University, USA, porta alla luce con grande competenza e vivacità un capitolo poco noto della storia, sottolineando l’importante ruolo giocato dagli psicologi italiani.  (Silvia Vessella)

 

La Repubblica, 27 gennaio 2016

PATRIZIA GUARNIERI

Il ministero l’aveva sollecitato più volte. E la risposta era sempre la stessa. «Dal 1939 la dott.ssa Calabresi non ha più dato notizie di sé ». Introvabile da ben 17 anni, «malgrado le più accurate ricerche ». Il rettore di Roma confermava l’unica notizia di cui disponeva e la sua fonte. «Trasferita altrove », aveva annotato un postino sulla busta che avrebbe dovuto recapitarle. Perciò era tornata al mittente, l’ateneo. Ma quando? Nel settembre 1944. Pensavano forse che la signorina, espulsa per le leggi razziali, abitasse sempre in quel palazzo romano come prima della guerra? Se il rettore avesse voluto, certi suoi colleghi ne sapevano più del postino. Non era un segreto. Renata Calabresi, già assistente di psicologia, nel ‘39 era emigrata a New York.
E perché dopo tanto tempo la stavano cercando? Nel novembre 1956 era uscita una legge su «provvidenze a favore dei perseguitati politici antifascisti e razziali e dei loro familiari superstiti ». L’aveva presentata dal ‘52 il senatore Umberto Terracini, condannato a 17 anni di carcere e di confino dal tribunale fascista. A proposito di norme risarcitorie, a qualcuno venne in mente di controllare se e quanto fosse stata applicata la revoca, del settembre 1944, del decreto che aveva tolto agli ebrei la libera docenza. Così era spuntato il nome della Calabresi, fra i non pochi liberi docenti non ancora riabilitati nel novembre 1956. Neppure si sapeva, pare, dove fossero finiti.
Quanti sono i casi del genere? Sappiamo ben poco di cosa abbiano fatto gli studiosi emigrati dall’Italia durante il fascismo. Quanti erano partiti e non tornati. Quanti ci avevano provato, ma non sono stati reintegrati nelle università. Circa 200 i professori e gli assistenti «sospesi »; altrettanti i liberi docenti «decaduti ».
L’avevano espulsa il 3 febbraio 1939. Lo stesso giorno Renata – quasi 40 anni, né figli né marito, carattere tenace e molte risorse- cominciò a scrivere ai suoi contatti, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Si rivolse subito anche alle organizzazioni internazionali sorte nel ’33 per gli studiosi tedeschi in fuga dal nazismo. Ormai ricevevano centinaia di segnalazioni da tutta Europa. Le segretarie avevano un bel daffare. Erna Hollitscher del neo-comitato rifugiati della British Federation of University Women – 42 anni, un dottorato in Lingue, ebrea di Vienna emigrata in Inghilterra come au pair- prese a cuore il caso. I «due Calabresi sono eminenti scienziati, specie il fratello », cacciato dalla Facoltà medica di Milano. Li segnalò alla Society for the protection of science di Londra. Miss Esther Sympson consigliò a Renata di compilare due questionari e di cercarsi qualche aggancio negli USA. Già fatto ma senza successo, rispose lei. Miss Betty Drury dell’Emergency Committee di New York era stata alquanto scoraggiante. Renata dovette farle notare che era una Privatdozent, e aveva i requisiti richiesti. Come ben risultava dall’opuscolo stampato apposta in inglese con il suo curriculum. Bastava leggerlo.
A pelle le due donne non si piacevano. Renata sbarcò a New York dal Conte di Savoia il 23 novembre 1939. La settimana dopo era già da miss Drury che la intervistò e prese appunti sulla nuova arrivata: « Aspetto intelligente. Abbigliamento semplice ma per bene. L’inglese la preoccupa, ma ha un buon vocabolario… Denti sporgenti, occhi grigi ».
Stereotipi e pregiudizi contano anche tra i benintenzionati. Gli Italiani a New York superavano il milione, quasi il più gran numero di disoccupati della città, poveri, ignoranti anche delinquenti. Naturalmente i professori che si rivolgevano a lei erano diversi. Tuttavia miss Drury ammise di non sapere come comportarsi, con gli Italiani. Il Committee aveva una politica per loro? Se lo chiedeva. E perché? Intanto Renata capì che doveva rivolgersi altrove.
Nel dicembre 1938, la Rockefeller Foundation aveva lanciato l’allarme: gli studiosi ebrei immigrati in America erano troppi. Ma dall’Italia per lo più dovevano ancora arrivare. Tra i fascicoli dell’Emergency Committee ci sono almeno 130 nomi italiani, solo sette registrati come destinatari di un finanziamento, non per loro ma per le istituzioni che li reclutavano, a tempo determinato e a bassi salari. Su sette, ben due psicologi: Calabresi e Bonaventura. Negli US la psychobiology interessava molto e la Rockefeller Foundation nel ‘37 aveva mandato un proprio esperto in giro per l’Europa. In Italia il giovane Cesare Musatti gli aveva sparlato di tutti, da Gemelli a Bonaventura che emigrò da Firenze a Gerusalemme, grazie alla sua rete sionista, e fece là grandi cose.
La rete di Renata e Massimo invece era quella antifascista, della loro ricca e colta famiglia originaria di Ferrara, dei molti loro amici. A Firenze avevano trascorso gli anni più belli da studenti, frequentando casa Rosselli e la cerchia del Non mollare di Gaetano Salvemini. Ora il professore stava a Harvard, e prima alla New School for Social Research. Parecchi trovavano rifugio lì, incluso il suo avvocato Nino Levi, che prese con sé Renata per un progetto sulla delinquenza giovanile degli immigrati italiani.
Fu il suo primo entusiasmante lavoro. Ma durò poco. Come il primo di suo fratello Massimo. La Yale Medical School avrebbe pagato per sette mesi. E poi? Poi doveva cercarsi un altro contratto, e poi un altro. Era così per tutti e per anni. Per nessuno fu facile. In Italia si diceva il contrario per lavarsene le mani. Farli rientrare nell’università – se meritavano-, sarebbe stato non solo un atto di giustizia, ma di intelligenza e un grande vantaggio per la cultura. Anche Renata invece, come suo fratello Massimo e tanti altri, rimase sempre in America. Psicologa clinica affermata, autrice di saggi memorabili, viaggiò molto -spesso in Italia- ed ebbe una vita lunga e piena fino al 1995.
Nel maggio 1966, il rettore che non riusciva a trovarla fu costretto a dimettersi da studenti e professori dopo la morte di Paolo Rossi, 19 anni, ucciso dai picchiatori neofascisti dentro le aule dell’università.

Patrizia Guarnieri