Gli psicoterapeuti italiani “La chimica non basta”

Introduzione
La depressione è un’invenzione dei medici in risposta ad una difficoltà sociale a tollerare il dolore, come sembra denunciare lo psicoterapeuta Gary Greenberg, si chiede Luciana Sica. Rivolge il quesito ai cognitivisti. Lo propone anche alla psicoanalisi, che, attraverso la voce di Lucio Russo, risponde affrontando senza reticenze il tema delle terapie integrate. Una voce di chiarezza senza semplificazioni di sorta.
Silvia Vessella 

 

La Repubblica 19.4.11

La provocazione di Greenberg: il male oscuro un’invenzione dei medici
Gli psicoterapeuti italiani "La chimica non basta"
di Luciana Sica

Un manifesto a favore del diritto ad essere infelici e una denuncia contro l´eccessiva medicalizzazione di ogni stato depressivo, la Storia segreta del male oscuro, un libro divulgativo e a tratti anche spiritoso. Lo ha scritto uno psicoterapeuta americano, Gary Greenberg, incline alla scrittura brillante che collabora con riviste come il New Yorker e Wired. La depressione – azzarda l ´autore – altro non è che una "invenzione" dei medici, fondata sul mito che dipenda da un difetto biochimico e alimentata dall ´incapacità generalizzata di reggere ogni vuoto melanconico. In una società fobica del dolore che ipotizza la vita come un eterno carnevale e la ricerca della felicità come il suo scopo principale, anche la tristezza diventa "depressione", una "malattia" da cancellare rapidamente, cosa c´è di meglio di uno psicofarmaco che restituisca almeno la possibilità di essere più "funzionali" e adeguati alla realtà?
Nel mirino del j´accuse di Greenberg sembrerebbero esserci i cognitivisti, per la loro fama di ricorrere spesso alle "medicine".
Ma le cose stanno diversamente, a sentire un caposcuola del cognitivismo italiano come Giovanni Liotti: «La depressione al singolare non esiste, è un errore linguistico e concettuale. Ma ha ragione Greenberg: è vero che c´è un abuso di antidepressivi. Se non c´è niente che non sia genetico e niente che non sia "appreso", per dirla con Popper, bisognerebbe valutare il grado di inibizione del
soggetto nella sfera professionale e affettiva, prima di prescrivere farmaci. Allo stato attuale delle ricerche, una combinazione tra una
piccola dose di serotoninergico e una psicoterapia è comunque la via più sicura per arrivare a un sostanziale sollievo in tempi ragionevoli. Ma se una persona elabora l´esperienza depressiva senza l´aiuto del farmaco acquisterà senz´altro maggiore fiducia nelle proprie risorse».
Ancora più refrattari alle semplificazioni sono gli analisti, e in particolare Lucio Russo, "didatta" della Società psicoanalitica italiana. Anche la sua posizione potrà risultare sorprendente. «Non escludo l´uso degli psicofarmaci – dice – ma non delego mai esclusivamente a delle molecole chimiche la cura di chi sta male.
Lo stato depressivo è affare nostro, della psicoanalisi. Serve una relazione transferale dove il paziente venga realmente "risostenuto". Non basta ricostruire il passato infantile, bisogna riviverlo nella cura e dare un senso alla propria storia. Noi analisti non lavoriamo per riadattare l´Io, per rieducare il pensiero e gli affetti: pensiamo che la nostra mente possa riparare i danni subiti laddove qualcosa si è interrotto o non è mai cominciato». E se il paziente è a rischio di suicidio? «Allora occorrono i farmaci, senza però che venga meno l´ascolto. La medicalizzazione, che denuncia Greenberg, è soprattutto una "difesa" dal farsi carico di una cura pesante, carica di diffidenza, di attacchi, di turbolenze emotive. Ma condannare un individuo a una carriera farmacologica è sempre una sconfitta per tutti».