Il difficile lettino di Teheran, L’UNITA’, 5 ottobre 2012

INTRODUZIONE: Proseguono le “Geografie della psicoanalisi ” inaugurate da un fortunato numero di Psiche, una delle due riviste della Società Psicoanalitica Italiana, diretta nel 2008 da Lorena Preta. A Pavia il Seminario Internazionale , curato da Daniela Scotto di Fasano e Marco Francesconi, docente di Psicologia Dinamica, e con la collaborazione del   Collegio Ghislieri ,vede la partecipazione tra gli altri psicoanalisti stranieri, di .Gohar Homayounpour, intervistata da Bruno Ugolini.

Le differenze storico-religiose-sociali in Iran producono stimolanti  risposte e evidenziano  difficoltà  e i diversi punti di vista sul tema dell’uso del lettino.(Silvia Vessella).

L’Unitá, 5 ottobre 2012

Bruno Ugolini

SE IL LETTINO É UN’AVVENTURA

La psicanalisi in Iran tra tabù culturali e reticenze

Gohar Homayounpour, psicoterapeuta a Teheran racconta domani in un seminario a Pavia la sua esperienza nelle stanze dell’inconscio in un paese difficile  e controverso 

Il 6 ottobre a Pavia si apre il Seminario Internazionale “Geografie della Psicoanalisi”. Saranno presenti esperti da tutto il mondo: da Fethi Benslama dell’Association Psychanalytique Marocaine

alla psicoanalista iraniana Gohar Homayounpour. Un’iniziativa promossa per il confronto tra saperi e culture sia nell’ambito del dialogo tra la Psicoanalisi e le altre discipline, sia in quello del confronto tra le ‘molte psicoanalisi’ operanti oggi nel mondo. Abbiamo intervistato una delle relatrici, l’iraniana Gohar Homayounpour, dell’Università Shahid Beheshti di Teheran, Membro Ordinario con funzioni di Training del Teheran Psychoanalytic Institute. E’ lei a spiegarci come vive la sua professione in un Paese difficile come l’Iran, dove la stessa adozione del “lettino”può rappresentare un ostacolo.

Lei ha trascorso 20 anni all’estero. Ora opera a Teheran. Come è avvenuto questo ritorno in patria?

Ho estesamente analizzato la questione nel mio libro pubblicato di recente “Doing Psychoanalysis In Teheran,” MIT Press 2012, e quindi dirò brevemente che sono tornata a casa con grande desiderio, ambivalenza e “disagio”.

Alcuni suoi colleghi che operano nei paesi arabi hanno parlato della difficoltà nell’usare il lettino nelle sedute analitiche soprattutto con le donne. Cosa ci può dire della sua esperienza in proposito? 

La mia personale esperienza come psicoanalista a Teheran negli ultimi sei anni  è stata soprattutto clinica. 

E’ veramente un’esperienza sconfortante per la coppia analitica quella del chiedere al paziente di prender posto sul lettino.

Chiedere ad un paziente maschio da parte di un’analista donna di sdraiarsi è difficile non solo perché può essere avvertita come una proposta sessuale e seduttiva, ma anche per la posizione di dipendenza nella quale il paziente maschio può sentirsi, cosa che è problematica per molti uomini in Iran. La storia culturale iraniana non prevede una posizione di sottomissione dell’uomo alla donna. Ho sentito altresì molti pazienti lamentare come molto scortese lo stare sdraiati con i piedi allungati e un dottore alle spalle. Tale posizione è culturalmente considerata disdicevole qui da noi.

Detto ciò, voglio concludere che in definitiva la fondamentale resistenza al lettino non è di genere, di classe e nemmeno specifica della nostra cultura, ma è segno di una resistenza inconscia  che deve essere elaborata nella stanza di analisi all’interno della situazione specifica di quel determinato paziente. 

Lei ha sostenuto, in una intervista, riprendendo una espressione di Milan Kundera, che in Oriente, è più evidente “la pesantezza dell’essere” rispetto alla “insostenibile leggerezza dell’essere” presente in Occidente. Come si esprime questa “pesantezza”? 

Quello che desideravo sottolineare nell’intervista cui lei si riferisce è che la “pesantezza” di per sé non è un danno, è una parte “molto umana” dell’essere umano, ma è la sua qualità che varia.

In Oriente ho potuto riscontrare  che le persone sono più intense, melanconiche e maggiormente legate a regole tribali, mentre in Occidente ho riscontrato che  nelle persone sono preponderanti i fenomeni di ansia , distacco e isolamento ( o meglio illusione di isolamento) 

Che rapporto c’è tra le situazioni sociali e le patologie riscontrate nel suo lavoro? 

Il dolore  è dolore ovunque. Desidero insistere su questo aspetto. Il dolore  è dolore ovunque, ma questo non significa che io voglio negare l’importanza delle influenze culturali.

La cultura porta differenti traduzioni simboliche dei conflitti umani universali. Inoltre voglio osservare che è stato per l’Iran importante che gli aspetti culturali fossero separati da quelli politici.

La tradizionale cultura iraniana infatti non ha niente a che fare con l’attuale sistema politico. Ovviamente ciascuno reagisce agli eventi socio-politici secondo le proprie strutture intra-inter psichiche.

Come le mie osservazioni cliniche suggeriscono, gli eventi sociali traumatici provocano sentimenti di inermità, angoscia panica, sensazioni di annichilimento, e anche forti regressioni all’interno della stanza d’analisi. Proprio di questo ultimo punto tratterò nella mia conferenza a Pavia portando vari esempi clinici.

Come ho già detto, se il soggetto ha desiderio di lavorare sul trauma, questo desiderio prevale sui condizionamenti e la contingenze sociali e culturali.
Come sostiene Julia Ktristeva in relazione alla possibilità di fare psicoanalisi in Iran: “La psicoanalisi è un laboratorio basato sulle narrazioni. Offre a tutti coloro che soffrono la possibilità di dare un ‘futuro’alle proprie storie, e un senso alle proprie emozioni ed esperienze – ansia, vissuti traumatici o desiderio – e di accedere ad una libertà individuale, a dispetto degli ostacoli religiosi sociali ed economici derivanti dai vari regimi politici”.

Questa è un punto di vista rigorosamente freudiano e ad esso aderisco totalmente.