Il piacere del male, L’ESPRESSO, 23 aprile 2017

L’ESPRESSO  23 aprile 2017

IL PIACERE DEL MALE

INTRODUZIONE: Uno sguardo profondamente etico quello di Wlodek Goldkorn sul tema del Male, come fonte di godimento, perché “il nesso tra benessere progresso e democrazia è saltato”. Cosa accade? Giovanni Foresti interpellato propone l’ipotesi di una sorta di identificazione con l’aggressore. Goldkorn prosegue con interessantissime esemplificazioni letterarie e saggistiche, in cui trionfa una brutalità senza scopo. E’ un “piacere del male” che attraversa la Storia, dal nazismo a Sarajevo ai fatti piccini del nostro quotidiano. (Silvia Vessella).

L’ESPRESSO  23 aprile 2017

Wlodek Goldkorn

E se il Male non fosse affatto banale? E se, contrariamente a quanto pensava Hannah Arendt (“La banalità del Male. Eichmann a Gerusalemme), il Male non fosse risultato di stupidità e procedimenti burocratici, ma facesse parte della natura di ciascuno di noi e in periodi di crisi fosse pronto a manifestarsi sotto la forma del godimento per le sofferenze e la morte altrui? Partiamo da alcuni fatti, suggestioni, atmosfere. A cominciare dall’alto: vanno di moda i politici che hanno demolito il politicamente corretto, che non disdegnano usare un linguaggio razzista, da Donald Trump a Marine Le Pen, da Frauke Petry a Gert Wilders, mentre per Matteo Salvini, ogni occasione è buona per invocare la Santa Ruspa, difendere la purezza delle nostre città contro la blasfemia dei kebab e spiegare che ogni empatia nei confronti di coloro che annegano nel Mar Mediterraneo (lui li definisce clandestini, ma noi parafrasando Primo Levi possiamo chiamarli i sommersi) è segno di “buonismo”.

“Buonismo”, declinazione del Bene, da condannare per fare lo spazio al Male? Vedremo in seguito. Intanto, il settimanale “Vita” segnala un vertiginoso aumento di aggressioni a sfondo razzista in Italia, e viene a pensare al ragazzo bengalese massacrato su un treno a Roma. Se non basta, quasi ogni mese scopriamo (grazie alle procure della Repubblica a alle testimonianze dei migranti) l’esistenza di personaggi che nei campi di raccolta dei profughi in Libia, di fronte quindi alle nostre finestre e con la nostra sebbene passiva complicità, uccidono, torturano, stuprano: non solo per soldi, ma per il piacere di uccidere, torturare e stuprare. I Pm di Milano hanno parlato di campi che ricordano i lager nazisti. E ancora; qualche settimana fa due buontemponi (si fa per dire) di Follonica hanno chiuso in una gabbia due donne rom che rovistavano nella spazzatura, hanno postato la scena, ai loro occhi comica, su social media. Si sono guadagnati gli applausi del pubblico e un commento benevolo del già citato capo della Lega. Salvini, in proposito ha usato la parola “frugatrici”. Virginia Raggi invece, sindaca della capitale, preoccupata del decoro della sua città, ha trovato un altro neologismo: “rovistaggio”. Vale per chi frequenta la spazzatura alla ricerca di mezzi di sostentamento. Il “rovistaggio”, ha detto la prima cittadina della città di papa Francesco, andrebbe vietato.

Soffermiamoci sulle due parole: frugatrici e rovistaggio. E’ nella Bibbia il racconto delle spigolatrici: le frugatrici o rovistatrici di allora. Spigolatrice era Rut, bisnonna di re David e il diritto di spigolare è codificato nelle Scritture. E’ infatti antico come l’umanità l’uso per cui i poveri, gli affamati, i bisognosi hanno il diritto di frugare, rovistare, raccogliere quello che resta del pasto degli abbienti. Il mendicante, così come lo Straniero, l’Altro, il Migrante, è lo specchio di noi stessi; ed è per questo che nella letteratura e nel mito è una figura nobile, sebbene inquietante.

E allora cosa ci sta succedendo? O meglio, sappiamo che il nesso tra progresso, benessere e democrazia è saltato; sappiamo che l’illuminismo e il razionalismo non producono solo il Bene. E quindi, in questo momento della crisi radicale del nostro essere società in Occidente, incontro a che cosa stiamo andando? E per dirla tutta: i demoni davvero albergano nell’animo di ciascuno di noi, come intuiva Dostoevskij? E se sì, il Male finirà per diventare il linguaggio corrente ed egemone? L’abbiamo chiesto a uno psicanalista, un poeta, un uomo di teatro e un filosofo.

Giovanni Foresti è psicanalista, appunto e psichiatra, insegna all’Università Bicocca di Milano. Dice: “Quando ci sentiamo impotenti proviamo a rovesciare la situazione riversando sull’Altro i sentimenti dell’odio che abitano la nostra psiche. Pensiamo di poter uscire dalla situazione della vittima (dei poteri che non conosciamo, che ignoriamo) diventando specie di gorilla, minacciosi, forti, invincibili e irriflessivi”. Spiega: “Nel momento in cui ci piace fare del Male, usiamo un altro registro emotivo, rispetto a quello abituale quando ci costringono a essere per bene e gentili. In quei momenti, le istanze sadiche prevalgono. E se agiamo in gruppo diventano dominanti, si trasformano in linguaggio corrente”. E in concreto? “Siamo alla guerra di tutti contro tutti, perché non esistono più grandi narrazioni in grado di spiegare il mondo, dare una speranza, elaborare il passato e preservare la memoria. E allora tanto vale essere ‘carogna’. E anche: posto che io non valgo niente o poco, insulto i profughi o gioisco per la loro sorte perché così penso che ci sia qualcuno che vale meno di me”. In sostanza, il sadismo e la cattiveria, come meccanismo di difesa dal mondo, ma anche come strumento di potere.

Ne parlano alcuni libri, pubblicati in queste settimane. In “I fantasmi dell’Impero” di Marco Cosentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella, uscito con Sellerio, si racconta (sotto la forma di un giallo) di militari italiani in Etiopia che stuprano a uccidono donne, ammazzano bambini, incendiano villaggi non solo nel quadro della guerra coloniale (che di solito favorisce le peggiori atrocità), ma per il puro piacere di farlo. Per sentirsi appunto superiori ai “negri”. In “La bellezza che resta” (Melville), una meditazione su nichilismo, arte e morte, il critico letterario Fabrizio Coscia, rievoca la vicenda della scuola di Beslan dove terroristi ceceni, uccisero 186 bambini e costrinsero alcune madri a scegliere quali dei due o più figli far sopravvivere. In “Il sacrificio del fuoco” (Giuntina) Albrecht Goes racconta la Germania anni Trenta. Emergono episodi di pura, sadica brutalità,funzionale solo a stabilire la presunta superiorità dei piccoli boia (sottufficiali nazisti) che godono vedendo gli ebrei impauriti, bambini tristi e sofferenti, uomini ridotti allo status di non persone. E infine, in “Un mondo senza ebrei” (Mondadori), lo storico Alon Confino racconta come i nazisti abbiano voluto dar sfogo alle pulsioni sadiche e profonde di molti tedeschi; narra le umiliazioni ritualizzate e pubbliche subite dagli ebrei; si sofferma sulla gioia nel veder bruciare i libri sui roghi e insiste sul fatto che i seguaci di Hitler volessero estirpare il ricordo e la memoria della Torah e dell’ebraismo, perché la loro intenzione era abolire ogni etica che avesse a che fare con la trascendenza. Insomma, il Male come godimento nichilista e trasformazione della trasgressione in normalità.

Ne sanno moltissimo gli intellettuali di Sarajevo che durante i 1.425 giornate dell’assedio della città, con i vicini di casa diventati all’improvviso nemici e carnefici, hanno avuto tempo e modo per riflettere sulla malvagità umana. Ma non solo i nemici dichiarati erano i cattivi. Il poeta Marko Vesovic racconta un episodio: “Un giorno, mentre la popolazione era affamata, dei potenti locali, portarono in una piazzetta un agnello. Lo cucinarono allo spiedo, annaffiato da birra, davanti a tutti. E lo mangiarono, godendo dello spettacolo che davano”. Spiega: “Il potere consiste nel far soffrire gli altri, nel farli sentire inferiori”. Aggiunge: “Io e mia moglie (scomparsa poche settimane fa) abbiamo anche scoperto la sofferenza degli animali, abbiamo visto cani impazziti dalla fame, smarriti, terrorizzati. Non è differente dalla sofferenza degli umani”. Annota: “Oggi, abbiamo una serie di democrazie ‘etniche’ nella ex Jugoslavia, e l’ossessione identitaria, etnocentrica non è altro che un’espressione della malvagità, della cattiveria; perché è la non volontà di riconoscere l’Altro come tuo pari”.

Parte invece da lontano Dzevan Karahasan, altro sarajevese, autore e regista di teatro e uno dei più acuti intellettuali del nostro continente. Cita Empedocle per cui l’uomo può pensare solo ciò che conosce e che ha visto. “Io ho visto il Male con i miei occhi”, dice. Spiega: “Il Male si manifesta quando l’uomo pensa di essere un piccolo dio. Quando succede questo, l’uomo è capace di radunare 74 suoi vicini di casa, chiuderli in un edificio, dar fuoco e goderne. Io l’ho visto in Bosnia. Non era un procedimento burocratico anonimo. Era il piacere di essere carnefice, un picclo dio, appunto”. Cita infine Baudelaire che considerava la risata, volgare, come qualcosa di diabolico: “Sì, in ognuno di noi è presente un elemento diabolico, non banale, e che viene fuori quando non conosciamo più i nostri limiti”.

Limiti? Quelli delle immagini sono stati aboliti, e da tempo. Lo dice Sergio Givone, filosofo, studioso dell’estetica e del nichilismo. “E’ la proliferazione delle immagini ad aver riportato il Male radicale al centro della nostra esperienza collettiva”, dice. “L’immagine, moltiplicata, ripetuta, seriale diventa oscena, nel senso che non è più specchio di noi stessi e della nostra umanità, ma riporta a qualcosa d’altro”. Riflette: “L’hanno capito bene i terroristi. L’11 settembre, dal punto di vista spettacolare assomigliava a un B-Movie, un film di serie B. Così, come le decapitazioni fatte dai militanti dell’Isis sono la messa in scena dei film dell’orrore”. E ancora: “Il Male non fa più scandalo. E’ considerato un dato di fatto, un fenomeno da comprendere, senza indignazione”. Torna alle immagini: “Ecco, nella proliferazione delle immagini oscene, l’Altro non è più persona, ma solo corpo, nuda vita”. E allora? “E allora la vita dell’Altro, l’Altro è il nulla. Quando la sofferenza è una messa in scena tutto è possibile, tutto diventa questione di decoro, dell’ordine, e non dell’etica che deriva invece dalla trascendenza e quindi dal riconoscimento dell’Altro come assoluto”.

Ne sanno qualcosa in Argentina. Nel terreno dell’ex Esma, il principale centro delle torture sotto la dittatura, c’è oggi un memoriale. Nei sotterranei dell’edificio dove venivano tenuti i prigionieri, diventa palpabile la scena del film “Garage Olimpo” di Marco Bechis. Ecco: una donna nuda è legata al tavolo di ferro. Il boia chino sopra di lei. L’interrogatorio non serve a niente; è solo una gigantesca, mostruosa messa in scena; il teatro del Male; la rappresentazione del potere che non ha altro scopo che distruggere l’umanità dell’Altro e propria. Da questo punto di vista è peggio di Auschwitz.

E per tornare a noi. Chi ride per le due “zingare” racchiuse in una gabbia, a chi fa schifo il rovistaggio, prima o poi rischia di creare tante Sarajevo e tante Esma.