Il potere delle storie, MENTE E CERVELLO, luglio 2014

MENTE E CERVELLO – LUGLIO 2014
DOSSIER IL POTERE DELLE STORIE

Il racconto è il cuore di tutte le psicoterapie, che sono definite per questo terapie della parola. Lo scopo è quello di costruire, grazie allo scambio con l’analista, una teoria di sé e del mondo più partecipata e comprensibile

INTRODUZIONE: In questo articolo su MENTE E CERVELLO la giornalista Paola Emilia Cicerone delinea la “necessità” e la “ragione” delle storie.
Attraverso la ricostruzione di Nino Ferro, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana, di Mario Marinetti, di Giovanni Foresti ed altri esperti del settore si traccia il percorso nella teoria psicoanalitica (Bion, Fornari, Bowlby, Ogden )che ha fatto della “narrazione” un elemento nodale della clinica psicoanalitica. (Silvia Vessella)

IL POTERE DELLE STORIE

PAOLA EMILIA CICERONE

Qualunque dolore può essere sopportato, se si traduce in una storia»: la citazione è della scrittrice danese Karen Blixen, che di storie e di dolore se ne intendeva. E ben riassume il ruolo della narrazione nella terapia psicoanalitica. «Un processo che permette di trasformare in immagini il non dicibile, inserendolo in un contesto che lo renda meno minaccioso», spiega lo psicoanalista Antonino Ferro, presidente della Società psicoanalitica italiana.
In questo senso la stanza dell’analisi diventa «il luogo delle narrazioni»: «Immaginiamo che il paziente arrivi in seduta con un calamaio pieno d’inchiostro che rovescia, o a volte getta contro l’analista. E che l’analisi serva a riorganizzare questo materiale indistinto in una narrazione costruita dai due», propone Ferro. «Non si tratta di una mente che indaga su un’altra, ma di uno scambio». Una «storia scritta a quattro mani», come la definisce Mario Marinetti, presidente del Centro milanese di psicoanalisi, in cui l’analista non si limita a decifrare quanto detto dal paziente ma lo trasforma insieme a lui.
In realtà la narrazione è un punto centrale di tutte le psicoterapie, che sono definite appunto come terapie della parola. 0 talking cure. C’era una volta.
Gli studi di impostazione psicoanalitica danno una lettura simbolica dei temi e dei personaggi trattati nelle fiabe, sino a farne degli archetipi.
A usare per la prima volta questo termine per definire la – nascente – psicoanalisi è una delle prime pazienti di Freud, Bertha Pappenheim, passata alla storia come Anna 0. e in seguito diventata sociologa femminista», ricorda Clara Mucci, psicoterapeuta e docente all’Università di Chieti.

Dare un senso alla storia
La psicoanalisi nasce dai tentativi di Freud di dare un senso alle storie delle pazienti isteriche, che arrivavano da lui con sintomi non riconducibili a cause organiche. E solo di queste donne Freud ha scritto, «anche se aveva in cura un uomo con lo stesso tipo di disturbi, di cui non scrisse, forse perché gli era difficile prendere le distanze da una vicenda troppo simile alla sua», osserva Mucci. «La psicoanalisi nasce dal racconto di queste storie femminili, da questi corpi repressi che parlano attraverso i sintomi. È lo stesso Freud a descrivere come i sintomi spariscano via via che le pazienti ritrovano la parola ricostruendo un tassello della loro storia: tra narrazione e guarigione, in questa fase, c’è una relazione che non si è mai più ripetuta».
Freud era cosciente dell’importanza del linguaggio per il suo lavoro: dopo aver assimilato il lavoro dell’analista a quello dell’archeologo ha indicato come strumenti necessari per l’analisi Bildersprache e Fanta-siearbeitung, linguaggio figurativo e lavoro di fantasia: «La componente metaforica e inconscia, che esiste nel sogno come nella letteratura, ma anche quello che rende raccontabile il sogno», osserva Mucci. «Anche se tra letteratura e narrazione in psicoanalisi ci sono differenze: la letteratura ha una componente metaforica e inconscia, ma nasce per comunicare, mentre il sogno nasconde, e il lavoro dell’analisi consiste proprio nel suo progressivo disvelamento».
Un punto centrale, che le varie scuole interpretano in modi diversi: forse sono gli analisti di formazione lacaniana a mettere più di altri la parola al centro del loro lavoro : «Per Lacan, il nostro modo di parlare è anche il nostro modo di essere nel mondo», spiega Mucci. Anche per Jung il tema della narrazione è centrale, «ma Jung ha un approccio diverso da Freud, dal punto di vista umano prima che teorico», spiega Marco Garzonio, presidente del Centro italiano di psicologia analitica. Il grande analista svizzero ha raccontato le fasi della sua evoluzione personale nel Libro Rosso, «elaborato tra il 1913 e il 1930 e pubblicato nel 2010, alla maniera di un antico codice pergamenaceo scritto in caratteri gotici, illustrato e con capilettera miniati. Che si collega in qualche modo alla sua tradizione familiare: sia il nonno materno che il padre di Jung erano pastori protestanti», ricorda Garzonio. «Nel Libro Rosso l’analista racconta la propria vicenda personale, facendone il paradigma delle successive teorie».
Ricostruendo quello che mi accade, scrive in sostanza Jung, mi sono reso conto che in quell’epoca – gli anni dello scoppio della prima guerra mondiale – non ero io, ma il mondo stesso a essere a rischio psicosi. Mi sono curato raccontando questa storia, e propongo questo metodo per aiutare altri a prendere coscienza. «Jung si propone come “guaritore ferito”, mette l’accento sugli aspetti creativi della malattia spiegandoli con la propria esperienza personale», sottolinea Garzonio. Ed è sulla base di questa esperienza che propone la narrazione come metodo di cura: «Non come strumento concettuale, ma come riassunto di un’esperienza di vita».
Una ricostruzione che nella pratica terapeutica nasce dal dialogo. «È una storia che si scrive a due», osserva l’analista. «La differenza principale tra psicoterapia a orientamento analitico e altre forme di terapia è che il terapeuta, pur con tutte le precauzioni, deve avere la consapevolezza che entra nella stanza di analisi in un modo ed esce in un altro. Se non si riconosce in questa prospettiva, deve completare il suo percorso di formazione: non possiamo, come diceva Jung, portare gli altri oltre al punto in cui siamo arrivati noi stessi».
Dal basso verso l’alto
Anche se negli anni il modo di usarla si è complicato e ramificato, la tecnica narrativa resta la base di qualsiasi metodo clinico di tipo psicoanalitico: «L’analista porta a termine un brano della costruzione, lo comunica all’analizzato affinché produca su di lui i suoi effetti, costruisce un altro brano a partire dal nuovo materiale che affluisce e procede poi con questo allo stesso modo, in alternanza fino alla fine», sintetizza Mucci citando Freud. Ed è una narrazione che, come in letteratura, può ispirarsi a generi narrativi diversi, «a seconda dello stile di ascolto dell’analista, del paziente e del momento che questi sta attraversando», ricorda Ferro. «Se per esempio il tema della seduta è dubbio/paura/angoscia, possiamo esprimerlo come noir, come giallo, come memoriale intimista».

Le storie
Sabbia asciutta e bagnata, pupazzi e altri oggetti sono gli ingredienti della Sand Play Therapy, una delle possibili forme di «narrazione» in analisi, sviluppata in ambito junghiano. «Jung afferma che chi possiede le immagini possiede metà del mondo, anche il Libro rosso è ricco di disegni, e in seduta si possono usare il disegno o il gioco, il “fare come se” dei bambini», spiega Marco Garzonio. Ma il disegno è bidimensionale, mentre nella sabbia c’è la materia plasmabile, la tridimensionalità accentuata dalla varietà di materiali e oggetti disponibili che permettono di ricostruire forme e scenari.
«La sabbia, in particolare, è per definizione un elemento incoerente che acquista coerenza attraverso il lavoro per esprimere un’immagine, una rappresentazione», prosegue Garzonio. Davanti alla cassetta il paziente si mette in gioco e si rappresenta. E se nella narrazione verbale può esserci reticenza, qui c’è l’oggettività dell’immagine a rappresentare il conflitto psichico.
Per i padri della psicoanalisi l’analista è, almeno in teoria, uno schermo bianco sui cui il paziente proietta il proprio transfert, ma nel corso degli anni la relazione tra analista e paziente cresce di importanza. «È la cosiddetta svolta relazionale, che nasce soprattutto da analisti statunitensi», spiega Franco Del Corno, psicologo e psicoterapeuta, presidente per l’Italia della Society for Psychotherapy Research. «Il racconto non è più visto come un messaggio che arriva da un emittente a un ricevente, e che l’analista è chiamato a commentare come diceva Foucault, ma come percorso di “co-costruzione”. Un concetto centrale di cui aveva già parlavo Wilfred Bion, che non vede più l’analista come esterno alla storia ma come interno». Evidenziando, tra l’altro, la differenza tra la comunicazione psicoanalitica e altre modalità comunicative che prevedono un emittente e un destinatario.
«Nella seduta analitica ci sono due persone che parlano, e questo dà alla narrazione caratteristiche precise», prosegue Del Corno. «Siamo passati da una comunicazione dal basso verso l’alto, dall’inconscio al conscio, dall’inconsapevole al consapevole, a una comunicazione che potremmo definire a spirale, in cui l’analista aiuta il paziente a elaborare in modo consapevole i contenuti proposti, per cercare narrazioni alternative a quelle che sono in effetti il nocciolo del suo disagio».
Già negli anni settanta Franco Fornari sosteneva che l’analista si trova di fronte a una narrazione in cui il paziente esprime la propria teoria su se stesso e sul mondo – da lui definita «teoria ideologica» – che è alla base della sua sofferenza: «Il lavoro terapeutico consiste nel ristrutturare questa teoria portandola a una condivisibilità intersoggettiva», spiega Del Corno. In questo modo la storia sta al centro del processo di guarigione: «L’obiettivo è aiutare il paziente a costruire una teoria di sé e del mondo più partecipata e più comprensibile, a raccontare

Inconscio collettivo.
Secondo Jung anche le favole, proprio come i sogni, i miti e le credenze, sono parte dell’inconscio collettivo, e per la loro natura di immagini primordiali appartengono all’umanità intera.
un racconto che gli altri possano condividere». Un processo possibile anche con pazienti gravi: «Ricordo l’emozione di far notare a un paziente, dopo anni di terapia, che mi stava raccontando una storia comprensibile, diversa dai deliri del passato», racconta.
In realtà lo stesso Freud sottolineava il carattere biunivoco e collaborativo del lavoro clinico: «Oggi gli analisti usano la propria capacità interpretativa per accrescere quella del paziente su se stesso. Un processo che si apprende sulla propria pelle, attraverso l’analisi personale e le supervisioni», spiega lo psicoanalista Giovanni Foresti del Centro milanese di psicoanalisi. Non a caso la funzione dell’analista è stata paragonata a quella del suggeritore a teatro: «Gli attori sulla scena psicoanalitica non conoscono a menadito il testo che interpretano, in parte inconscio e sempre in divenire, e hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a sviluppare il dialogo con l’altro», osserva Foresti. «Il diffìcile è valorizzare il paziente senza alterare il rapporto tra i due. Che vede necessariamente l’analista in una posizione di autorevolezza, indispensabile per legittimare la crescita del paziente».

Oltre le parole
Negli ultimi anni si è cominciato a valutare l’efficacia della narrazione in psicoterapia analizzandone i diversi elementi, dalla struttura linguistica alle sequenze di conversazione, alle scelte lessicali: «Un capitolo particolarmente complesso – osserva Del Corno – anche per la difficoltà, specie all’interno del mondo psicoanalitico, di analizzare con gli strumenti della ricerca il proprio lavoro, un problema che oggi in parte si sta superando».
Come avviene nel teatro, anche in analisi la narrazione non è fatta solo di parole. Altrettanta importanza hanno le «note a margine», i gesti, i silenzi. «L’elemento corporeo ha un peso, sin dai primi contatti: si presta attenzione al tono di voce, alle interazioni in occasione dell’incontro, al modo in cui il paziente saluta dando o no la mano», spiega Garzonio. «D’altronde tutti noi, anche incontrando un amico, raccogliamo elementi che ci aiutano a interpretare quanto sta accadendo».
E se nel classico setting freudiano l’analista rimane fuori dal campo visivo del paziente, i segnali da interpretare sono comunque molti. «Il corpo del paziente si esprime con il tono di voce, i silenzi, il respiro, l’irrequietezza», osserva Marinetti. «Senza dimenticare gli effetti del paziente sul corpo dell’analista: ri-

L’etica della verità
«Quando parliamo di eventi drammatici come la Shoah, il genocidio degli ebrei, l’accertamento della verità storica non ha solo un valore etico, ma serve ai pazienti a ricostruire la propria storia e l’impatto che questa ha avuto sulla loro vita», ricorda Clara Mucci. «E a volte può aiutare a curare traumi intergenerazionali, che riguardano i familiari e i discendenti della vittima». Nella terapia con vittime di traumi gravissimi, come l’olocausto ma anche l’abuso e l’incesto, la riflessione sull’importanza della verità si fa più stringente e dolorosa: «Il terapeuta deve accogliere il racconto del dolore restituendogli un significato e inserendolo in un ordine storico e reale, anche quando significa aiutare la vittima ad affrontare realtà difficili da fronteggiare, come accade
a volte a chi è stato vittima di abuso o incesto», prosegue Mucci. Ovviamente quella che raccontano i pazienti è spesso la «loro» verità: «Dori Laub, psicoanalista sopravvissuto all’olocausto, che ha scritto pagine fondamentali sul recupero della memoria traumatica, racconta come una paziente sopravvissuta ad Auschwitz avesse amplificato la storia di una rivolta avvenuta nel lager», spiega Mucci. «Un ricordo falso, che in qualche modo le era servito per superare quell’esperienza».
Compito del clinico, in casi come questo, è ricostruire una storia quanto più possibile accurata, «evidenziando anche eventuali contraddizioni e affermazioni non veritiere, che hanno comunque un ruolo all’interno della terapia».

Scrivere di analisi
Se con Freud il racconto delle analisi è diventato grande letteratura – tanto che il padre della psicoanalisi fu anche candidato, nel 1936, al premio Nobel per la letteratura – oggi spesso le sedute sono trascritte, e in qualche caso registrate, dall’analista per studiarle o a scopo di ricerca. Una trascrizione che è comunque un’elaborazione, «perché scrivere durante le sedute potrebbe infastidire o distrarre, e quindi l’analista ricostruisce ciò che è avvenuto in seduta», spiega Mario Marinetti. Ancora oggi la trascrizione è più diffusa della registrazione, perché questa potrebbe essere vissuta come un’interferenza, ma anche per quello che Antonino Ferro definisce «l’effetto scolapasta»: «Una registrazione conserva tutto, e ci si trova una quantità di materiale in cui è difficile orientarsi, per così dire una mappa in scala 1/1», spiega lo psicoanalista. «Mentre, se si trascrive, si lascia andare quello che non ci ha colpito e si trattiene quello che si ritiene importante: non l’obiettività del racconto, ma quanto è passato tra le due menti».
Ricordo le crisi di prurito in presenza di un paziente che, una volta, mi raccontò una fantasia in cui io e lui eravamo appiccicati».
Secondo lo psicoanalista britannico John Bowlby, ogni individuo costruisce dei propri modelli operativi interni, modalità di interazione con l’altro – in questo caso l’analista – che si ripropongono nei messaggi trasmessi dal corpo. «E può succedere che il paziente dica le cose più importanti sulla porta dello studio, mentre se ne sta andando», ricorda Foresti. Mentre nel corso della seduta si alternano ricordi e immagini, descrizioni di sogni e silenzi, in un andamento fluido e imprevedibile: «Se in letteratura la narrazione ha in genere un percorso temporale, in una seduta psicoanalitica deve saper guardare in tutte le direzioni, all’indietro, al presente e al futuro», osserva Ferro. Tanto che Freud paragonava l’analisi al gioco degli scacchi «perché solo l’apertura e la chiusura seguono uno schema predeterminato», sottolinea Foresti.

Ricostruire la storia
Se l’analista che tace per intere sedute è un ricordo del passato, può succedere che sia il paziente a rimanere in silenzio. «Ci sono pazienti che non parlano per ore, ma è diffìcile raggiungere anche i pazienti che parlano molto, senza un colorito emotivo che susciti fantasie in chi li ascolta”, osserva Marinetti.
Ma basta poco ad attivare associazioni da cui emergono fatti importanti. «A volte sembra che non stia succedendo niente, e poi può emergere una storia», prosegue Marinetti. «Se il paziente menziona un film, l’analista non dice di averlo visto, se lo fa raccontare: l’interpretazione soggettiva della trama, i particolari notati o cancellati possono essere utili
per l’analisi». «Qualunque storia può aiutare il paziente a ricostruire la propria storia personale, anche se con pazienti gravemente traumatizzati di rado si ricorre a film o romanzi», precisa Mucci. «Il dato più importante è l’affetto, la componente emotiva espressa dal paziente attraverso il suo racconto».
A volte poi anche l’analista può sfruttare una narrazione: «Con pazienti borderline o che non sopportano un’eccessiva vicinanza può essere utile che l’analista assuma le sembianze di un personaggio – osserva Ferro – o che racconti al paziente una storia per descrivere ciò che gli sta succedendo». Anche quando racconta un film o un romanzo, d’altronde, il paziente parla sempre e solo di sé, «o meglio di sé e dell’analista, dei personaggi che entrano in gioco nell’analisi: a dare significato alla comunicazione è il fatto che avvenga in quel particolare contesto», prosegue Ferro. «Anche se non bisogna perdere di vista la realtà, per non perdere il contatto emotivo lanciandosi in interpretazioni azzardate». Se insomma il paziente avverte che ha dimenticato il libretto degli assegni e pagherà la volta successiva, possiamo indagare sulle interpretazioni di questa affermazione, «ma si tratta di una realtà da prendere in esame», sottolinea Ferro.
Resta da capire quale ruolo abbia il sogno nella psicoanalisi moderna. 0 meglio il racconto del sogno, visto che in seduta, ricorda Foresti, «si lavora sul racconto che ne fa il paziente, un’esperienza secondaria che è già una prima interpretazione». Jung descrive il sogno come un teatro in cui il sognatore è al tempo stesso interprete, regista e critico: «Si può anche proporre al paziente di raccontare ciò che gli è accaduto come se si trattasse di un sogno», osserva Garzonio. «In fondo il vissuto è un modo cosciente di esprimere contenuti inconsci». Per lo psicoanalista statunitense Thomas Ogden, invece, un sintomo è l’equivalente di un sogno non fatto: «Il senso dell’analisi – chiarisce Ferro – è indurre il paziente a fare i sogni che non è stato capace di fare, e che si sono trasformati in sintomi. Anche se il concetto di sogno va ampliato, perché l’attività onirica diurna ha un ruolo importante nella narrazione psicoanalitica».
Che non è «narrazione» intesa come fiction. Eppure il tema della verità resta uno dei più difficili da affrontare. «Anche perché è legato alle origini della psicoanalisi», ricorda Mucci, ossia al giudizio di Freud sugli eventi traumatici all’origine dell’isteria delle pazienti. «Freud ha avuto su questo tema un atteggiamento ambivalente, e nella psico analisi è tuttora presente l’idea che la verità oggettiva non sia importante, purché la storia raccontata possa far emergere associazioni, sogni o altri spunti. E questo entro certi limiti è ve-
ro, ma la situazione cambia quando si tratta di pazienti gravemente traumatizzati», spiega la psicoterapeuta (si veda il box a fronte). E se nella stanza dell’analisi la realtà, come ricorda Ferro, «è la realtà psichica ed emotiva che prende vita tra quelle due persone in quella giornata», resta la necessità di rispettare la verità storica: «I pazienti vengono perché hanno bisogno di affrontare dolori che non è stato possibile affrontare in altro modo, per ricostruire la propria storia», osserva Marinetti. «È importante lavorare sulla loro realtà emotiva, ma riconoscendo come tale la realtà degli eventi traumatici vissuti».
Un lavoro che, come tutte le storie, è destinato ad arrivare a conclusione anche se la storia narrata nella stanza dell’analisi continua a vivere autonomamente: «L’analisi è come la scuola guida, finisce quando non c’è più bisogno dell’ istruttore», conclude Ferro. «Quando il paziente ha imparato a usarne gli strumenti per dipanare le proprie emozioni».