In quanti modi la filosofia può rileggere Freud?

A cura di Daniela
Scotto di Fasano

 

Come ha scritto
Marco Filoni dalle pagine de La
Repubblica
(29 gennaio 2011), il 2010 è stato un anno freudiano: scaduti i
diritti d’autore, le sue opere sono apparse in molteplici edizioni, non tutte
all’altezza della scrittura elegante del padre della psicoanalisi.

Forse – ci si può
chiedere -, proprio perché l’interesse attorno a questo grande pensatore non
accenna a venir meno, si accaniscono i tentativi di demolirne la figura, il
pensiero e lo strumento clinico da lui messo a punto e poi perfezionato dai
suoi successori?

In effetti, pensare
al filosofo francese Onfray  a tale
proposito è d’obbligo; i suoi capi d’accusa sono infatti talmente paradossali da
evocare un effetto esilarante. Egli dice, ad esempio, che Freud inventò la
tecnica dell’attenzione liberamente
fluttuante
per potersi – alle spalle del paziente – appisolare, come
l’analista protagonista del film di Nanni Moretti La stanza del figlio, che, alle spalle del paziente, fa spuntini,
dorme, sbadiglia… Ma nel film il regista ha buone ragioni per tratteggiare un
analista di quel tipo: in tal modo, Moretti indica proprio le ragioni del
fallimento del protagonista del film sul piano umano e professionale. Nell’intervista
rilasciata a Paolo Izzo e Flore Murard-Yovanovitch per Agenzia Radicale (15
aprile 2011), il nostro di fatto ammette di non sapere nulla di clinica e di
limitarsi a un discorso astratto.

Quali invece le
ragioni dei gossip – estremi! – sulla vita privata di Freud del filosofo
francese? Che lo psicoanalista della SPI Antonino Ferro trova esilaranti (La Repubblica, 8 aprile 2011).

Ferro (che
rappresenterà l’Europa al congresso della International Psychoanalytical
Association che si terrà in agosto a Città del Messico), intervistato su tali
questioni da Luciana Sica (La Repubblica,
8 aprile 2011), dice di considerare la psicoanalisi "quanto di meglio sia per
ora stato trovato come rimedio alla sofferenza psichica".

Ferro si dichiara
"freudiano solo nel metodo", e, in effetti, il training allena chi vuole
intraprendere questo mestiere a mettere da parte continuamente ciò che sappiamo
a favore di quanto c’è ancora da scoprire.

D’altronde sappiamo
che da sempre la psicoanalisi è oggetto di critiche feroci. Forse perché la
ferita inflitta al nostro narcisismo dalla scoperta freudiana che non siamo padroni
in casa nostra resta per alcuni intollerabile? Forse perché questa scienza del dubbio permanente è
particolarmente difficile da sopportare in tempi di grandi incertezze?

Non a caso Fabio
Gambaro, ancora dalle pagine de La
Repubblica
(8 aprile 2011) cita Bernard-Henri Lévy, che definisce il
filosofo francese "puerile, banale e pedante". E, ancora non a caso, Marco
Filoni ricorda che c’è infatti chi pensa che Freud sia un "classico da prendere
sul serio" come fa il filosofo italiano Francesco Saverio Trincia, che ha
scritto "un libro autorevole sulla maniera in cui i filosofi più vari hanno
dialogato con il pensiero di Freud." (La
Repubblica
, 29 gennaio 2011). E con reciproco profitto!