La necessità di ideali, CORRIERE DEL VENETO, 18 novembre 2015

CORRIERE DEL VENETO- 18 NOV 2015

La necessità di ideali

INTRODUZIONE: Alberto Semi, psicoanalista della Società psicoanalitica italiana, analizza le radici degli orrori prodotti dall’atto terroristico di Parigi. Pone quesiti fondamentali, che riguardano tutti gli Stati europei.

Come mai la politica d’integrazione attuata dalla Francia in parte non è riuscita visto che circa duemila cittadini francesi si sono arruolati nell’IS? Ne rintraccia le ragioni psicologiche e storiche nella necessità conflittuale di mantenere, per coloro che emigrano, un rapporto con l’eredità culturale paterna e nella obiettiva sperequazione sociale che si trovano a vivere nella nuova patria. Accettare questo risulta ancor più difficile quando i riferimenti culturali  e etici sono quelli della cultura neoliberale. (Silvia Vessella

CORRIERE DEL VENETO- 18 NOV 2015

Alberto Semi

Di fronte all’orrore causato dal terrorismo da un lato bisogna intervenire tempestivamente, ciò che faranno – si spera – i governi con tutti gli strumenti a loro disposizione, dall’altro però bisogna riflettere a fondo sul come e il perché sia possibile che l’Europa sia contemporaneamente l’angolo di mondo più desiderato e stimato ma anche un obiettivo privilegiato del terrorismo. Vedremo cosa ci diranno più chiaramente le indagini in corso, ma già ora si vede che buona parte dei terroristi sono cittadini francesi. E si sa che più di duemila cittadini francesi combattono in Siria per la cricca criminale che si chiama “Stato Islamico”. Penso sia fondamentale chiedersi – lo hanno fatto negli ultimi anni sociologi, antropologi, demografi oltre che politici – perché sia in parte fallita la politica di integrazione attuata dalla Francia. Perché oggi in Francia ci siano periferie-ghetto. Perché spesso siano figli o addirittura nipoti degli immigrati a deviare verso scelte criminali. E vale la pena di rifletterci perché da noi la situazione non è migliore, solamente è in ritardo di qualche anno.

Personalmente sono favorevole alla integrazione,  ma so che si tratta di un processo mai acquisito del tutto e che, soprattutto, implica notevoli costi e difficoltà per gli individui che ne sono coinvolti. La difficoltà di superare l’eredità culturale dei padri (non di negarla) e di riconoscere lo svantaggio di partenza. Tanto più in un contesto sociale caratterizzato – ormai lo riconoscono tutti – dall’aumento delle diseguaglianze e dunque dalla prospettiva di fallire facilmente, sia come individui sia come gruppi. Se i figli della nostra classe media hanno la realistica prospettiva di essere più poveri dei loro genitori, i figli degli immigrati hanno la stessa prospettiva, aggravata dalla condizione di partenza. E i nipoti (la terza generazione) hanno non solo questa prospettiva ma anche e spesso l’esperienza distruttiva del fallimento dei loro genitori. Piegarsi alla rinuncia e conformarsi ad un fallimento economico, sociale, culturale, personale? È la disperazione, alla lettera. E la rivolta, che ha contenuti vitali, può assumere allora caratteristiche delinquenziali, individuali o di piccolo gruppo, oppure rivolgersi alla ricerca di speranze anche irrealistiche ma che consentono di mantenere o addirittura esaltare la stima di sé. È anche per questo che buona parte dei terroristi individuati sono passati dalla piccola delinquenza alla adesione al terrorismo “islamico”. I dijahidisti offrono – dal punto di vista psicologico – a dei giovani disperati la possibilità di identificarsi con un ideale, di sentirsi quindi potenti, temibili, attivi anziché passivi. Una dinamica narcisistica terribile, ma che fa leva su un meccanismo psichico fisiologico: tutti abbiamo bisogno di autostima, di sentirci capaci di affrontare la realtà, di realizzare dei desideri.

Chiediamoci allora francamente quali ideali alternativi possiamo offrire, anzi chiediamoci se siamo in grado di offrire ideali con i quali identificarsi. Le ideologie sono crollate e solo quella neoliberale – poco attraente perché teorizza la diseguaglianza – persiste. Ritornano in auge le religioni e le sette, ma finora anch’esse – a parte forse il tentativo attuale di papa Bergoglio – poco entusiasmanti. Non dovremmo ripensare (anche in termini operativi) agli ideali di giustizia sociale, di eguaglianza, di solidarietà? Sì, dobbiamo farlo. Anche perché – per dirla brutalmente – ci conviene. In che disastro ci troveremo quando un quinto o un quarto della popolazione proverà questo tipo di disperazione?

Lo strumento fondamentale di cui la Repubblica dispone è la scuola, che deve essere messa in grado di risvegliare negli alunni l’entusiasmo per gli ideali di cultura, di pensiero, di giustizia, di progresso. E che dovrebbe rappresentare nella pratica della critica e del sapere i movimenti evolutivi della nostra cultura. Tutto questo significa un lavoro di decenni, siamo onesti! Ma anche un lavoro urgente, perché se non lo si fa da oggi il domani è certamente oscuro. Perciò i maestri e gli insegnanti, posti di fronte a compiti improbi, debbono essere incentivati in tutti i modi. Potranno farlo, però, solo se il mondo loro circostante mostrerà concretamente di credere in alcuni ideali comuni. Altrimenti saranno letteralmente incredibili e votati al fallimento. E noi con loro.