La psicoanalisi è un cantiere aperto, CORRIERE DELLA SERA, 22 dicembre 2016

Corriere della Sera – 22 dicembre 2016

ANNIVERSARI

IN OCCASIONE DEI 50 ANNI DELLA RIVISTA «PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE» UN NUMERO SPECIALE CON LE RIFLESSIONI DI 62 TERAPEUTI DI TUTTO IL MONDO

INTRODUZIONE: Una recensione del 50° della Rivista  “Psicoterapia e Scienze Umane”  di Silvia Vegetti Finzi su Corriere della Sera.

La Rivista di Pier Francesco Galli in questi cinquant’anni ha portato avanti con grande determinazione  un dialogo interdisciplinare proficuo all’interno delle Scienze Umane, che è confluito nella attuale indagine-inchiesta a 62 esperti del settore  intorno a questioni fondamentali. 

Vegetti Finzi vede, nelle molte linee di divergenza e di ricerca in cui la psicoanalisi dopo Freud si è incanalata, la forza di una scienza che ha sin da Freud  aperto  questioni, permettendo un dialogo protratto nei tempi. L’articolo contiene infine un’intervista sullo stato  dell’arte a Pier Francesco Galli e Paolo Migone. (Silvia Vessella)

Corriere della Sera – 22 dicembre 2016

La psicoanalisi è un cantiere aperto

I risultati di un’inchiesta internazionale: molte illusioni perdute, la disciplina è insidiata da altre cure

Silvia Vegetti Finzi

Sin dalla sua costituzione, a opera di una sola persona, Sigmund Freud, la psicoanalisi si è rivelata un ambito disciplinare particolarmente tempestoso in cui si susseguono convergenze e divergenze teoriche e metodologiche, aggregazioni e disgregazioni istituzionali. Basti citare, in proposito, i conflitti di Freud con Adler, Jung, Ferenczi, per continuare con il dibattito interno all’Istituto di psicoanalisi di Londra, ove si contrappongono Melanie Klein e Anna Freud e, più recentemente, la diaspora dei lacaniani, non riconosciuti dall’Associazione psicoanalitica internazionale.

Questa frammentazione, che a molti può sembrare un sintomo di debolezza epistemologica e, peggio ancora, di mera concorrenza professionale, ha garantito un dibattito vivacissimo e impedito alla terapia di fossilizzarsi in formule rituali o in protocolli codificati, poco aderenti alle diverse tradizioni culturali e alle mutevoli contingenze storiche. Il fatto che la psicoanalisi non conosca sintesi fa sì che le domande epocali, poste da Freud in una delle sue ultime opere, “Il disagio della civiltà”, restino aperte e l’impresa psicoanalitica venga ritenuta inconclusa dal suo stesso fondatore.

Tuttavia, pur riconoscendo ragioni e passioni che hanno prodotto la dispersione dell’ambito psicoanalitico, è necessario mantenere una tensione unitaria, una vocazione al dialogo e al confronto che non disperda un patrimonio di sapere e di saper fare che conta quasi centoventi anni. Un impegno che “Psicoterapia e scienze umane” ha svolto per mezzo secolo con straordinaria coerenza.

La rivista, contraddistinta dall’atteggiamento critico e dall’apertura interdisciplinare, ha tracciato una rotta sicura per evitare alle psicoterapie di disperdersi nell’arcipelago delle cure metodologicamente infondate e delle suggestioni irrazionali. È su questo sfondo che si colloca il numero speciale dedicato al suo cinquantesimo anno. Fondata nel 1967 dal «Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia» sotto la direzione di Pier Francesco Galli, poi coadiuvato da Marianna Bolko e Paolo Migone, la pubblicazione, che possiamo considerare «storica», ha perseguito un progetto molto ambizioso: far dialogare le Scienze della natura con le Scienze dello spirito, analizzare l’individuo e la società, il malessere individuale e il disagio collettivo. Nella medesima direzione hanno svolto un ruolo fondamentale le due collane fondate da Galli: la prima edita da Feltrinelli, di 87 volumi, la seconda, edita da Boringhieri, di circa 300 volumi (quella con la copertina blu e il trifoglio bianco al centro). In tempi in cui la psichiatria non era ancora separata dalla neurologia e non erano state ancora aperte le facoltà di Psicologia, quella saggistica ha costituito una sorta di spina dorsale per la formazione di alcune generazioni di operatori della salute mentale in Italia.

Per festeggiare i 50 anni di pubblicazione, la Rivista ha promosso una inchiesta internazionale, sottoponendo a 62 noti psicoanalisti (quali Bollas, Kernberg, Gabbard, Fonagy, J.R. Benjamin) e, tra gli italiani, Ammaniti, Ferro, Ferruta, Recalcati, Di Ciaccia e Zoja, in gran parte collaboratori, una serie di domande su questioni fondamentali per la psicoanalisi, quali l’assetto teorico, le scelte metodologiche, la formazione dei candidati, i rapporti con le discipline limitrofe.

Secondo gli intervistatori, la psicoanalisi sta attraversando una profonda crisi, una sorta di «marginalizzazione» rispetto ad altre offerte di cura, più idonee a una società caratterizzata dalla fretta e dall’efficienza. A scapito, naturalmente, dei suoi effetti di verità e di trasformazione.

Il quesito che regge l’inchiesta: «Cosa resta della psicoanalisi. Domande e risposte», rivela un certo sconforto, come se il fluire del tempo avesse consumato molte illusioni, lasciando solo residui di quella che si era proposta come un’impresa complessiva, un vertice dal quale affrontare le questioni dell’individuo e della società, della biografia e della storia.

Le risposte fornite dagli psicoanalisti e psicoterapeuti interpellati, appartenenti a varie scuole o società psicoanalitiche europee e nordamericane, variamente articolate, risultano spesso incomparabili, per cui è difficile individuare un minimo comun denominatore, ma non tutti confermano il pessimismo della redazione. Per molti, e in particolare per gli psicoanalisti italiani, la «scienza dell’anima» è un cantiere aperto, una prospettiva inquieta, ricca di potenzialità e di sviluppi.

Ma, in attesa di vagliare il ponderoso materiale raccolto, lasciamo ora la parola a Pier Francesco Galli, fondatore e attualmente condirettore della rivista che, dall’alto dei suoi ottantacinque anni, può formulare una valutazione dello stato della psicoanalisi di grande interesse per tutti.

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«Psicoterapia e scienze umane», fondata 50 anni fa, rimane una delle riviste più diffuse del settore. Come è nata e perché?

«Con Bertha Neumann, Mara Palazzoli Selvini ed Enzo Spal avevamo fondato, nel 1961, il “Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia”. Proponemmo iniziative nell’ambito psichiatrico che ebbero un successo immediato. Al primo nucleo si aggregarono subito altri colleghi, costituendo un gruppo di intervento psicosociale che in seguito si allargò, sempre però nella dimensione di rete di piccoli gruppi. Gli anni 60 erano caratterizzati da “gruppi” che facevano cultura nei vari campi. Noi operavamo tra psicologia, psichiatria, psicoanalisi, nel

collegamento con discipline a impianto empirico come sociologia, psicologia sociale, antropologia culturale, psicologia clinica, che non avevano avuto spazio nella cultura idealistica tradizionale. A partire dal 1962 avevamo organizzato una serie di corsi di aggiornamento, per la gran parte residenziali, per avviare in Italia il discorso della psicoterapia e della psichiatria dinamica, invitando quello che di meglio offriva il panorama internazionale. Nel 1966 presentammo un progetto di Teaching Hospital (“ospedale di insegnamento”) che fu attuato nell’Ospedale Psichiatrico di Sondrio nel 1967; nel 1970 mi fu assegnata l’organizzazione del terzo congresso mondiale di psicoterapia che intitolai “Psicoterapia e scienze umane”, di cui pubblicammo interamente gli atti nella collana Feltrinelli. La rivista, con il suo impianto originario, nacque con il contributo culturale e operativo di altri gruppi che avevo personalmente contribuito a formare, sempre nel 1962, con Franco Fornari, Tito Perlini, Mario Spinella e altri».

Nei cinquant’anni che ci separano dalla fondazione della sua rivista molte cose sono cambiate. Secondo la formulazione della domanda che apre l’inchiesta, la psicoanalisi è passata da riferimento ineludibile a pratica quasi residuale rispetto ad altre forme di psicoterapia. Potrebbe chiarire meglio il suo punto di vista?

«Il pensiero psicoanalitico va oltre le psicoterapie e permea ogni altra disciplina, superando gli steccati specialistici, basti pensare al legame con le neuroscienze. Inoltre è cultura diffusa, patrimonio di un’epoca. Ne è prova il successo internazionale di testi recenti come “L ’età dell’inconscio” del Nobel per la Medicina Kandel, o il libro su Freud di Elizabeth Roudinesco. Questo numero speciale di “Psicoterapia e scienze umane” contiene 12 domande e più di 700 risposte, spesso in contraddizione tra di loro. Come ha sottolineato Philiph Bromberg di New York, uno dei colleghi interpellati, siamo riusciti a ottenere risposte da tanti professionisti che “non sarebbero nemmeno andati a pranzo con molti degli altri” (sono sue parole). Ciò è dovuto al rispetto per la nostra storia culturale e scientifica, trasversale e scevra di appartenenze, e alla capacità di Paolo Migone, condirettore della rivista da una dozzina d’anni. Sua l’idea di questo numero speciale, elaborata poi nella stesura delle domande con Marianna Bolko. Grazie ai rapporti con molti colleghi, in particolare statunitensi (ha lavorato negli Stati Uniti per diversi anni), Migone è riuscito a ottenere che alcuni tra i più noti psicoanalisti d’indirizzi anche molto lontani tra loro si esponessero in maniera aperta e senza remore, cosa rara nel settore. Lo stesso vale per i colleghi italiani che hanno contribuito a una rivista rispettosa del confronto e dei contrasti come fonte di conoscenza. Ne risulta un

Volume da compulsare, un testo di base anche in termini di sociologia della conoscenza».

Come si conciliano allora, nel quadro della coerenza interna disciplinare, idee e posizioni contrapposte? Si tratterebbe d’inconsistenza epistemologica, accusa peraltro frequente nei confronti della psicoanalisi. Questo fascicolo ne sembrerebbe la dimostrazione tangibile.

«Osserviamo i testi in controluce. Da un canto, abbiamo un coacervo di idee e di ipotesi anche contraddittorie. Dietro le quinte troviamo 62 persone con in media trent’anni di pratica professionale. Apprendere dall’esperienza, si dice. La ricostruzione dei movimenti che hanno caratterizzato il procedere dell’indagine psicoanalitica per corpi separati, con soluzione dei problemi tramite scissioni ed espulsioni, ha determinato un campo di ignoranze parallele poco compatibili con il rigore scientifico. Bisogna percorrere la storia della psicoanalisi e degli

psicoanalisti, separando le idee professate dalla pratica clinica effettiva. Accanto alle principali idee di riferimento, emerge una “storia clandestina”, trasmessa attraverso canali informali come cultura orale, che mostra come gli assunti teorici non siano sovrapponibili alla realtà dei comportamenti nella pratica clinica. Le cosiddette “svolte” non sono un cambio di paradigma epocale ma la “scoperta” in un indirizzo, di quello che risultava presente, magari da un secolo, in un altro indirizzo. La forbice tra quello che si poteva dire sul piano teorico, di quello che si

poteva dire di aver fatto e di quello che accadeva nella realtà dei trattamenti è molto ampia (salvo nel caso dei cosiddetti “candidati” degli istituti psicoanalitici, in genere proni alla fantasia della tecnica classica). Bisogna leggere tra le righe delle risposte, procedendo per problemi e rifiutando la cultura assertiva».

La realtà dei trattamenti è quindi diversa da quella tramandata dalla tradizione “classica”… Ma chi si rivolge oggi allo psicoanalista? Che tipo di sintomi, quali problemi psicologici hanno coloro che oggi chiedono una psicoanalisi? Sentiamo l’opinione di Paolo Migone, condirettore di «Psicoterapia e scienze umane».

«Si può dire che oggi non vi siano quasi più i pazienti con un solo sintomo o un disturbo circoscritto. La maggioranza è costituita da quelli definiti “disturbi di personalità”: caratterizzati da una sofferenza diffusa, con più sintomi, al punto che a volte traggono in inganno il clinico. Si pensi alla “depressione”, una diagnosi abusata e trattata spesso con farmaci, che peraltro hanno poco effetto perché quasi sempre non si tratta di una depressione “vera” ma di una depressione “caratterologica”, più instabile. Oppure si pensi ai disturbi alimentari, che oggi spesso si manifestano senza i confini netti che vi erano una volta, ad esempio osserviamo quadri anoressici e bulimici che scivolano gli uni negli altri, in modo alternante. Dietro ai vari sintomi sembra esservi una mancanza di regolazione emotiva, di equilibrio, che non raramente sconfina in malesseri esistenziali e di ricerca di senso. Sono questi i pazienti di oggi, non a caso più difficili da trattare».

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