L’architetto madre, OTTAGONO, maggio 2014

OTTAGONO
L’ARCHITETTO MADRE

INTRODUZIONE : Michele Capuani sulla prestigiosa rivista Ottagono recensisce il lbro di Cosimo Schinaia, Il dentro e il fuori, Psicoanalisi e architettura, il Melangolo 2014.
Nel libro Schinaia, attingendo alla sua profonda esperienza come psicoanalista della Societá Psicoanalitica Italiana, indaga il rapporto profondo che intercorre tra psicoanalisi e architetturs a partire dalle scelte fatte da Freud nel progettare lo spazio in cui avvengono le sedute. Segue poi nei tempi le relazioni tra i due saperi, rintracciando nell’architettura una funzione materna nell’affinare il gusto. (Silvia Vessella)

OTTAGONO
MICHELE CAPUANI
Da Ottagono, design architecture magazine, 270, maggio, 2014, pp. 34-35.

“È la capacità attrattiva e memoriale della camera, luogo stabile e non transitorio per eccellenza, che probabilmente spinge Freud a inventare e costruire il suo luogo di cura a immagine e somiglianza della camera e del letto del suo tempo.
Essa rimanda al tutto di cui fa parte e ne rappresenta la particella elementare, diventando sede privilegiata di incontri e scambi emotivi.” (Cosimo Schinaia, Il dentro e il fuori, Psicoanalisi e architettura, il Melangolo 2014)

Nella scelta di Freud di progettare con cura lo spazio in cui avvengono gli incontri con i pazienti sta il senso della relazione tra psicanalisi e architettura. Lo spazio costruito è anche la base di tante metafore che Freud utilizza, immaginando case che si sovrappongono una all’altra. Una casa del presente costruita dentro i muri in cui hanno abitato i nostri genitori e poi, scendendo in profondità, i resti di abitazioni antiche e ancora più giù, in cantina, i resti archeologici. Il lavoro di medico e paziente è descrivibile come una ricerca di quanto accadde nel perimetro di quella casa, fino a scendere nei sotterranei a cercare i resti antichissimi su cui poggiano le fondamenta. E poi di nuovo su, per tornare a prendere possesso delle proprie stanze.

“È la stanza l’origine della architettura”, scrive Louis J. Kahn (cit. in Brownlee D. B. e De Long D. G., 1991). “Attorno a questa la ragione profonda e simbolica della funzione trova il suo punto di coagulo. Spazio, struttura, luce e persino gli impianti vi trovano la ragione del loro esistere”.

Se da un lato è evidente che ogni architettura condiziona la psiche di chi ne usufruisce, è dall’altro difficile stabilire come questo avvenga e con quale impatto. Alcuni esperimenti sono stati fatti nella progettazione di luoghi di cura in cui l’uso calibrato del colore degli ambienti sembra aver giovato ai pazienti. Sono però casi estremi che non contribuiscono a mappare la complessità di questa relazione.

Molti tra i grandi maestri dell’architettura moderna hanno avuto una visione psicoanalitica del loro lavoro che, molto spesso, può essere compreso solo utilizzando questa chiave di lettura. Tra i tanti possibili esempi, vorrei citare l’affascinante contraddizione che sta all’origine del Movimento Razionalista in architettura che, nel presupposto del suo nome, sembra voler escludere ogni forma di irrazionalità.
Nella pratica professionale si cerca però di lasciare entrare quanta più luce possibile, di riportare ogni scelta cromatica al bianco e di affidare alla trasparenza del vetro il dissolversi tra dentro e fuori. Forme semplici e archetipiche, materiali che parlano il linguaggio della natura. Volumi architettonici sospesi che sembrano galleggiare sul terreno. Sarebbe difficile descrivere uno spazio più metafisico di quello che gli architetti razionalisti proponevano. Scegliere di costruire una casa razionalista è stata, tra gli anni trenta e settanta, una scelta quasi fideistica e purificatrice che, nella sostanza e nella motivazione, aveva ben poco di razionale.

“L’architettura moderna nasce portando in sé una componente educativa, che parte dalla idea che la società occidentale deva cancellare il proprio gusto eclettico, decorativo e regionalista per essere poi educata al nuovo alfabeto estetico-architettonico.” (Cosimo Schinaia, ibidem)
In architettura e a volte anche nel design di interni, il nuovo nasce dunque con un pregiudizio di bruttezza che, con il passare del tempo si afferma come il nuovo canone estetico per semplice convenzione o perché effettivamente quell’opera conteneva dentro di sé il germe del linguaggio del futuro.
“Lo psicoanalista inglese Donald Winnicott (1986) sosteneva che uno dei compiti principali della madre consiste nel presentare nuovi oggetti al bambino. Questo compito è una vera e propria arte, perché se la madre forza i tempi del processo di avvicinamento del bambino al nuovo oggetto, ottiene come risposta
un suo rifiuto, ma se gli consente “un periodo di esitazione”, in cui il bambino si girerà dall’altra parte presumibilmente privo di interesse, il piccolo abbastanza presto si rivolgerà con aumentato interesse e desiderio al nuovo oggetto.
L’architetto con le sue opere crea il gusto oppure lo affina e in tal modo eredita il compito della madre che guida il Sé verso un nuovo luogo, con nuove vedute e nuovi oggetti.” (Cosimo Schinaia, ibidem)

Bisogna però riconoscere che molte architetture non riescono a compiere quel percorso di redenzione e rimangono semplicemente inaccettabili per il gusto del pubblico, a prescindere da ogni considerazione espressa della critica architettonica. Il quartiere Gallaratese di Milano o lo Zen di Palermo , che negli anni 80 generarono grande interesse accademico, non sono mai stati accettati dagli abitanti e, per questa ragione, oggi sono in una situazione di grave degrado.
È molto interessante notare come altre discipline della creatività, come il fashion design e il design di prodotto entrano immediatamente nel gusto corrente, senza bisogno di quel “periodo di esitazione.” Il meccanismo di identificazione nella sfera della creatività applicata al consumo è certamente più rapido perché il committente non può attendere i tempi di maturazione del consenso.
Chiedere a una cosiddetta Archistar di progettare un edificio è un modo per ridurre o annullare i tempi della metabolizzazione, affidando la ricerca del consenso alla autorità del progettista, un po’ come si fa nel mondo della moda o del design di prodotto. In questo caso, viene da domandarsi se la compressione dei tempi sia davvero il modo migliore per fare architettura di qualità, togliendo all’architetto quel fondamentale ruolo materno che ci accompagna da sempre.