L’Ego ha fallito la psiche è ormai un Io collettivo, LA REPUBBLICA, 15 aprile 2015

LA REPUBBLICA – 15 APRILE 2015

R2 Cultura
“L’Ego ha fallito la psiche è ormai un Io collettivo”
Parla Jerome Bruner, padre fondatore del cognitivismo: siamo individui la biologia non basta a comprenderci

INTRODUZIONE: Massimo Ammaniti, collega della Società psicoanalitica italiana, intervista “Jerome Bruner, arrivato alla soglia dei cento anni ….ultimo grande padre fondatore della psicologia moderna”. Bruner si mostra preoccupato dai nuovi sviluppi della psicologia nello studio della mente, parla del suo ultimo libro ”La cultura dell’educazione” e spiega l’introduzione, centrale in questa sua ricerca, del termine “We-go” (Silvia Vessella)

LA REPUBBLICA – 16 aprile 2015
MASSIMO AMMANITI

SCETTICO sull’avvicinamento tra psicologia e neurobiologia di cui tanto si parla. Difensore dell’interazione tra individuo e società che può essere riassunta quasi in una formula linguistica: dall’Ego al We-go. E soprattutto convinto nell’usare ancora il termine “cultura” quando si parla di psiche. Jerome Bruner, arrivato alla soglia dei cento anni, è l’ultimo grande padre fondatore della psicologia moderna, erede nello stesso tempo di psicologi come Piaget e Vigotskiy e di psicoanalisti come Freud e Jung. Negli anni Cinquanta condusse la rivoluzione cognitiva che ha riportato in primo piano lo studio della mente umana, ritenuta inconoscibile dagli studiosi del comportamento e oggi, nella sua casa di New York accetta di fare un bilancio dello stato dell’arte. «Ho meno energie fisiche e mentali e a dirti la verità non ti so dire come passo le mie giornate – dice – Ma interessi ne ho fin troppi, anche se non seguo gli sviluppi della psicologia».
Perché?
«Non si trova in buone acque, è troppo conservatrice e tradizionale. Per questo negli ultimi anni mi sono occupato di legge e di antropologia e fino a due anni fa ho insegnato alla School of Law della New York University».
Cosa pensi del fatto che la neurobiologia ha cominciato a studiare le emozioni, l’empatia e il sé, terreni tradizionalmente di pertinenza della psicologia?
«Non sono così entusiasta: c’è il rischio che lo studio della mente venga sottratto alla psicologia e si faccia riferimento a circuiti e aree cerebrali e si perda la soggettività. Si rischia di potere dire che il cervello giustifica ogni cosa, che io non sono responsabile, ciò che faccio dipende dal mio cervello. Si può sempre dire: è la mia natura. Mi attrae di più il mondo della legge, in cui vi è una continua interazione fra l’individuo e la cultura».
È evidente che non ti riferisci a una legge naturale, ma a un processo fra individuo e società che cambia continuamente, è così?
«Da una parte la moralità si lega ai rapporti fra le persone, ai legami emotivi che ci aiutano a identificarci cogli altri e a capire le loro motivazioni. Ma poi vi è uno scambio continuo fra i comportamenti e le abitudini che cambiano nel tempo e gli aspetti normativi codificati dalle leggi. Sempre più spesso i comportamenti quotidiani si muovono in direzioni che anticipano le leggi, guarda ad esempio quello che sta avvenendo con le coppie gay che non solo rivendicano il matrimonio ma anche la possibilità di avere dei figli. Spesso le leggi sono costrette a rincorrere i cambiamenti di relazioni e di costumi. Ed è qui che sorgono i problemi: qui da noi discutiamo di coppie gay, mentre in alcuni paesi islamici i gay sono addirittura giustiziati ».
Questa dialettica fra individuo e cultura è quello che ti ha impegnato negli ultimi anni, basta leggere il tuo libro La cultura dell’educazione . Come vedi questo rapporto?
«Nel mio caso io provengo da una famiglia ebrea di origine tedesca: mi sono spesso chiesto come ha influenzato il mio Io e in che modo sono ebreo?» Freud ha sempre parlato dell’Ego ma sempre più spesso noi parliamo del senso del noi, ossia del We-go, è quello che tu definisci psicologia culturale?
«Mi piace il termine We-go sicuramente siamo spinti continuamente verso gli altri ed Ego e We-go si intrecciano continuamente».
Il ricercatore Michael Tomasello definisce l’uomo un essere ipersociale e questo ha segnato il suo futuro. Sei d’accordo?
«Si può andare verso gli altri per molti motivi, io penso che il sentimento di impotenza e la paura di non farcela da soli ci spinga verso gli altri, ossia dall’Ego al We-go. Ma il successo non è scontato: ci si dibatte fra l’incertezza, le difficoltà, la frustrazione ma anche la soddisfazione e la creatività. È un equilibrio impossibile, gli altri come scriveva Sartre sono l’inferno, ma un inferno necessario».