Lo psicoanalista che per primo volle ascoltare «i matti veri»,Danilo Di Diodoro ,CORRIERE DELLA SERA ,8 luglio 2012

Ancora sul Corriere della Sera, ancora l’8 luglio, nelle pagine questa volta dell’Inserto Salute del Corriere della Sera, un ricordo molto ben articolato e documentato, a firma di Danilo Di Diodoro, dello psicoanalista della SPI Giovanni Carlo Zapparoli, “Lo psicoanalista che per primo volle ascoltare «i matti veri»”.

L’articolo riguarda la pubblicazione del volume “Il Centro di psicologia clinica di Giancarlo Zapparoli e la saggezza clinica”, per le edizioni Dialogos, ma documenta sapientemente, come si può vedere più sotto, la personalità e lo sviluppo dell’interesse di Zapparoli per il mondo della psicosi.

In tempi di retrocessione culturale sul modello della cosiddetta “integrazione funzionale” dei pazienti psicotici, e di assalto, come sottolinea sempre l’8 luglio Silvia Vegetti Finzi dall’Inserto Lettura del Corriere, di improvvisati psicoterapeuti per la cura delle malattie dell’anima, rincuora il rinnovato interesse per la Psicoanalisi testimoniato da questo storico giornale.

Daniela Scotto di Fasano  

Corriere della Sera / Salute/ Il personaggio

Lo psicoanalista che per primo volle ascoltare «i matti veri»

Zapparoli fu il pioniere dell’uso della psicoterapia per le patologie psichiche più gravi. Un volume lo celebra

Giovanni Carlo Zapparoli

MILANO – Nuotava coraggiosamente al largo di Camogli, a ottantacinque anni, quando ha avuto una crisi cardiaca che se l’è portato via. E di coraggio e passione ne aveva avuta veramente tanta. Giovanni Carlo Zapparoli era stato uno psicoanalista e uno psicologo anomalo, uno dei primi ad applicare la psicoanalisi, quando ancora era ritenuta solo un trattamento per “nevrotici”, alla cura delle persone che soffrivano di disturbi psicotici. Dai suoi sforzi era nato un nuovo modo di approcciare questo tipo di pazienti, il modello cosiddetto dell’integrazione funzionale.

L’APPROCCIO – Un modello, diceva Zapparoli stesso nel suo libro “La psichiatria oggi” (pubblicato nel 1988), che «non privilegia inizialmente né il farmaco né la relazione psicoterapeuta-paziente, ma intende invece basarsi sulla comprensione dei bisogni del paziente psicotico, per affrontare i quali restano altresì valide le tre proposte di aiuto – farmacoterapia, psicoterapia e assistenza – utilizzate dagli operatori che lavorano sia nell’ambito del modello a impianto psicoanalitico-psicoterapeutico che in quello a impianto organicistico-farmacologico». «Ma questo non sembra proprio uno psicoanalista…» era la reazione frequente di chi lo incontrava per la prima volta e rimaneva colpito dal suo atteggiamento estremamente naturale, avendo in mente l’immagine del classico psicoanalista etereo e riflessivo, perennemente chiuso nel suo studio ad ascoltare pazienti sul lettino.

L’INIZIO – Zapparoli aveva una profonda conoscenza del caotico universo della psicosi, quella conoscenza sul campo che può avere chi si è sporcato le mani fin dall’inizio della carriera con la frequentazione dei pazienti più gravi. E l’inizio della sua carriera risaliva ai primi anni Cinquanta, quando, dopo aver completato un’analisi personale con il padre della psicoanalisi italiana, Cesare Musatti, Zapparoli entrò come “universitario” tra le mura dell’Ospedale Psichiatrico Antonini di Mombello, dove cominciò a parlare con i ricoverati, ascoltare le loro storie personali. Un’attività che i medici di reparto, resi indifferenti dalla gelida istituzione manicomiale, guardavano con sufficienza. «Questo primo lavoro terapeutico diede qualche risultato — dice lo stesso Zapparoli in uno scritto autobiografico pubblicato nel libro —. I pazienti sono stati meglio, credo solo perché avevano potuto finalmente parlare con qualcuno e avevano avuto qualcuno che si interessava ai loro problemi. Incoraggiato da questa prima esperienza, ho voluto capire di più».

IL TEAM – Supportato da alcuni primari che cominciavano ad avere fiducia in questo giovane medico interessato pioneristicamente alla psicologia, Zapparoli iniziò una serie di sedute con i pazienti in assoluto più gravi, come i deliranti e i catatonici, con i quali si intratteneva per ore e ore, cercando di entrare nei meandri del loro inaccessibile universo psicotico. Alla fine degli anni Cinquanta, Zapparoli ha già diversi collaboratori e inizia a scrivere il suo primo libro, “La psicoanalisi del delirio”, che sarà pubblicato nel 1967. Ormai attorno a lui si lavora in équipe e si sta sviluppando un’intensa collaborazione tra psicoterapeuti e psichiatri, mentre alle riunioni in cui si discutono i casi clinici iniziano a partecipare anche gli infermieri, un’iniziativa per l’epoca del tutto innovativa. Le attività di questo iniziale Laboratorio di Psicologia, che si protrassero fino al 1975, erano, oltre che di consulenza clinica per i pazienti ricoverati e per pazienti esterni, anche di formazione degli operatori, di consulenza verso altre istituzioni socio-sanitarie, e di ricerca.

INFANZIA – Si svilupparono la testistica psicologica e la psicodiagnostica, facendo largo uso di test cosiddetti “proiettivi”, come quelli di Rorschach e di Appercezione Tematica (TAT). Nacque un interesse specifico nei confronti di due passaggi cruciali dello sviluppo psicologico, l’infanzia e l’adolescenza, anche tramite l’utilizzo di test come il CAT-test, il test di appercezione tematica per bambini. «È questa un’epoca in cui si cerca di fornire agli psicologi gli strumenti tipici di quella che più tardi verrà definita la professione di psicologo, in modo che si potesse sviluppare una identità professionale chiaramente individuabile per strumenti e tecniche specifiche di lavoro» scrive ancora Zapparoli. In quel periodo i molti operatori in formazione nel Laboratorio di Psicologia si ritrovarono a lavorare in una vera e propria “bottega d’arte”, dove i giovani imparavano dai più esperti direttamente sul campo, in un ambiente culturale aperto al libero e generoso scambio di informazioni e non condizionato dai confini tra le discipline: psicologia, psicoanalisi e psichiatria erano utilizzate nel loro insieme e integrate, con l’unico obiettivo di arrivare a poter essere di aiuto a chi stava male.

BUON CUORE – «Furono anni di sperimentazione e di dedizione al lavoro; — ricorda la dottoressa Maria Clotilde Gislon — in particolare si svolgeva un’attività ambulatoriale di psicoterapia, individuale e di gruppo, pionieristica, in quanto una delle prime esperienze di psicoterapia in ambito istituzionale e a favore anche delle fasce più deboli della società. La risposta di Zapparoli a chi chiedeva quanto pagare era “al suo buon cuore”, per sottolineare che ognuno era libero di decidere a seconda delle sue disponibilità e di quanto riteneva di aver ricevuto». Si applicavano le prime tecniche di integrazione sociale dei pazienti psichiatrici, si realizzava un sistema di formazione continua e di circolazione aperta di tutte le informazioni, si imparava a concentrarsi sull’essenziale e a fare a meno del superfluo. L’intero gruppo che ruotava attorno a Giovanni Carlo Zapparoli era ormai pronto per un’esperienza organizzativa più completa e strutturata. Nel 1975 dall’esperienza del Laboratorio di Psicologia nasce il Centro di Psicologia Clinica di Milano.

IL CENTRO – I principi, l’assetto teorico e la leadership sono gli stessi. Il nuovo Centro svolge attività clinica e di formazione degli operatori che lavoravano nei servizi socio-sanitari dell’area della salute mentale, ma anche nei servizi per l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1978, in Italia entra in vigore la famosa legge 180, detta anche “legge Basaglia”, che sposta l’assistenza psichiatrica dall’ospedale al territorio, e il Centro di Psicologia Clinica partecipa alle attività di superamento degli ospedali psichiatrici e degli istituti medico-psico-pedagogici, delle scuole speciali. «In una parola — scrive ancora Zapparoli — delle forme istituzionali di segregazione dei malati mentali, degli handicappati, dei tossicodipendenti».

Danilo Di Diodoro 8 luglio 2012 (modifica il 9 luglio 2012)© RIPRODUZIONE RISERVATA