Lo psicoanalista Ferro: «Dobbiamo vivere normalmente, il più difficile degli esercizi, e imparare a leggere la realtà del terrorismo», CORRIERE DELLA SERA, 24 novembre 2015

Corriere 24.11.15
Abituarsi alla paura.
Lo psicoanalista Ferro: «Dobbiamo vivere normalmente, il più difficile degli esercizi, e imparare a leggere la realtà del terrorismo».

 

INTRODUZIONE: Antonino Ferro, presidente della Società psicoanalitica italiana, intervistato dal Corriere parla della paura, paura dell’altro, paura di ammalarsi, paura delle emozioni. In conseguenza degli orrori di Parigi propone di diffidare di interpretazioni troppo semplicistiche . Seguendo Bollas (e il suo romanzo “Ho udito le sirene cantare”), formula poi delle ipotesi sulla fascinazione per gli adolescenti nei confronti del terrorismo. L’unica risposta possibile, per il cittadino, è quella di continuare a fare una vita normale. (Silvia Vessella

Corriere 24.11.15
Dino Messina

Nel romanzo Ho udito le sirene cantare (Antigone editore) lo psicoanalista britannico Christopher Bollas immagina che nel suo studio si presenti un terrorista kamikaze incaricato di compiere un attentato suicida. Il medico si porrà il problema di come agire sulle inibizioni dell’imprevisto paziente: una terapia troppo liberatoria potrebbe mettere e rischio la vita di tante persone.
Convivere con la paura e con il terrore. Comincia con la citazione di un romanzo la conversazione con Antonino Ferro, il presidente della Società di psicoanalisi italiana, conosciuto come il maggiore esponente italiano della disciplina fondata da Sigmund Freud non per la carica che rivestirà sino al 2017 ma per gli studi sulle «rêverie» che sono stati tradotti in una ventina di lingue.
«La mia è una impostazione minimalista — esordisce Ferro, 68 anni, che ci riceve nel suo studio all’ultimo piano di una casa nel centro storico di Pavia —. Divento diffidente quando la psicoanalisi, che io intendo come pratica per curare la sofferenza psichica, viene usata come strumento di interpretazione a buon mercato. E tuttavia dico subito che con il tema della paura abbiamo sempre più a che fare. Nella nostra pratica osserviamo un aumento dei pazienti con attacchi di panico, mentre per esempio malattie come la vecchia isteria escono di scena. La paura è uno stato d’animo che ci accompagna e si manifesta in maniera drammatica in circostanze inaspettate: c’è la paura dell’altro, o c’è la paura di ammalarsi (ipocondria). E c’è soprattutto la paura delle emozioni, che siamo poco attrezzati a fronteggiare. Dominare l’emotività è un lungo tirocinio, non meno complesso dell’apprendimento della musica».
Dopo gli attentati di Parigi, il livello di guardia nelle nostre società si è alzato in maniera drastica. Certe misure si sono rivelate (fortunatamente) inutili come la richiesta di intervento degli artificieri per un innocuo zainetto o l’interruzione di una linea della metropolitana…
«In Sicilia un proverbio dice: “Fuiri è briogna ma è salvamentu di vita”, fuggire è vergogna ma ti salva la vita. Io credo tuttavia che abbiamo più paura quando siamo vittime di fenomeni di dislessìa o di alessìa, cioè di una visione distorta della realtà o addirittura siamo incapaci di leggerla. Interpretare il terrorismo con la semplice categoria della distruttività non ci aiuta a capire. Dobbiamo avere un approccio più aperto».
Vuol dire che non conosciamo il vero terreno di coltura del terrorismo?
«Dietro la violenza di alcuni pazienti c’è una sofferenza che non trova modo di esprimersi. Così non basta dire che i terroristi sono criminali, fanatici da fermare. Certo, tutto vero, ma se ci limitiamo a questo ci precludiamo la comprensione. Mi piacerebbe, come avviene nel romanzo di Bollas, avere un terrorista sul lettino, per scoprire a mente sgombra che cosa troverò. C’è un livello immediato, che ci parla di soldi, un circuito finanziario che dà una “sicurezza” a certi soggetti, poi c’è il fanatismo religioso, le conversioni improvvise…».
Lei che cosa si aspetta di scoprire in questo fantomatico terrorista sul lettino?
«Un ragazzo depresso e disperato che ha trovato una momentanea cura nell’eccitazione del fanatismo religioso o anche delle droghe».
Si riferisce ai ragazzi delle banlieue francesi reclutati dall’Isis?
«Mi riferisco a quei giovani, da poco usciti dall’adolescenza che non hanno la possibilità di esprimere le proprie angosce, vivono in una sorta di afasia. L’alternativa è o la depressione e il suicidio, o il fanatismo che poi alla fine li porta sempre al suicidio. L’Isis e il terrorismo vanno combattuti con tutti i mezzi, ci mancherebbe altro, ma noi dobbiamo fare lo sforzo di capire, non servono letture schematiche».
Finora abbiamo parlato del terrorismo islamico come di un problema interno alle società occidentali. Non possiamo negare il dato di realtà di un’organizzazione che si dà quasi una dignità di Stato, occupa dei vasti territori.
«Comprendere e combattere quel fenomeno compete alla politica, alla sociologia, alla strategia militare. A me interessano i riflessi sulle nostre società».
Cioè?
«Se riusciamo a battere l’Isis senza aver risolto la sofferenza interna alle nostre comunità, fra dieci anni saremo punto e a capo».
D’accordo: capire, dare letture poco convenzionali, ma oggi come non mai la paura dell’altro, del diverso da noi ha una base concreta.
«La paura dell’immigrato nasconde la paura dei nostri aspetti sconosciuti. Tutti noi abbiamo delle parti indecifrabili, inconfessabili, criminali che proiettiamo sull’altro da noi».
Intanto la minaccia quotidiana del terrorismo continua. Come dobbiamo difenderci?
«Cercando di fare una vita normale, il più difficile degli esercizi».