Nascono le chatbot per parlare col defunto: un conforto o una pericolosa illusione? BUSINESS INSIDER 22 agosto 2017. Intervista ad A. Nicolò

BUSINESS INSIDER 22/8/2017

Nascono le chatbot per parlare col defunto: un conforto o una pericolosa illusione?

INTRODUZIONE: una intervista a Anna Nicolò, presidente della Società psicoanalitica italiana, sulle chatbot attraverso le quali si tenta di tenere in vita l’illusione di un dialogo con i defunti. Anna Nicolò ne rileva i limiti e i rischi. (Silvia Vessella)

BUSINESS INSIDER 22/8/2017

Massimiliano Di Marco

La morte è qualcosa di inevitabile e di eterno. Quando una persona cara viene a mancare, ne soffriamo l’assenza, ne assaporiamo i ricordi più felici consapevoli che nel tempo le immagini nella nostra mente si affievoliranno e diventeranno meno intense. E se tutto ciò potesse essere rivisto?

Se potessimo continuare a parlare con quella persona come se fosse ancora viva?

È da qui che sono partiti alcuni sviluppatori che, negli ultimi mesi, hanno dato vita a chatbot – ossia bot con cui interagire in una chat tramite un’applicazione per smartphone – che sfruttando l’intelligenza artificiale potessero conservare i tratti peculiari del defunto, grazie ai suoi post su Facebook, per esempio, oppure leggendo i suoi SMS inviati. Il suo modo di parlare, ciò che gli piaceva, cosa lo irritava, i suoi difetti. Il tutto racchiuso all’interno di un “avatar” con cui continuare a parlare come se la persona, anziché essere defunta, fosse semplicemente dall’altra parte del mondo. Lontana, ma comunque raggiungibile.

Un alter ego digitale che, anche dopo mesi dalla sua dipartita, può continuare a parlare, a esprimersi e, nelle intenzioni degli sviluppatori, confortare chi è rimasto. Come nel caso di Eugenia Kuyda, che dopo la scomparsa dell’amico Roman a novembre 2015 decise di realizzare, insieme a un altro sviluppatore, una chatbot che riprendesse i tratti dell’amico defunto.

La chatbot in memoria di Roman

Un modo per tenere in vita il suo ricordo e per poter ancora scherzare, come se fosse ancora lì. In alcuni casi, ha confessato a Mostly Human della CNN, si è ritrovata a parlare con lui per oltre trenta minuti mentre stava partecipando a una festa con altre persone.

Cambiamo scenario, ma non argomento. James Vlahos ha perso il padre lo scorso febbraio. Mentre il genitore, a causa di una malattia, stava morendo ha deciso di fare con lui alcune interviste: come ha incontrato sua moglie, che musica gli piaceva, i racconti della sua vita, le partite allo stadio. Quando il padre è venuto a mancare, James ha inserito tutto questo, dopo averlo trascritto, in “Dadbot”. Un chatbot a cui fare riferimento quando il dolore per la perdita era troppo forte da sopportare da solo.

Il software integra una serie di risposte predefinite che, a seconda della risposta dell’interlocutore umano, “sbloccano” altre risposte, portando avanti il flusso della conversazione. Si può anche chiedere a “Dadbot” di cantare una canzone, che è stata preregistrata precedentemente dal padre. “Ci sono stati momenti dopo che è morto, in cui ho preso in mano il telefono perché volevo parlargli” ha confessato a Wired.

Gli esempi non finiscono qui. James Norris ha fondato Dead Social, una startup che si occupa di come i nostri profili social si comporteranno una volta che saremo morti. Così, permette agli utenti di realizzare un videomessaggio da pubblicare su Facebook dopo la propria dipartita oppure di programmare messaggi di auguri, come tweet, da inviare ai propri cari durante le festività o nell’occasione dei compleanni.

La tecnologia ci sta permettendo di sfondare una delle più grandi barriere dell’esistenza umana.

Ma cosa significa poter continuare a parlare con una persona che non c’è più? Che ripercussioni può avere a livello psicologico la possibilità di continuare a parlare con una persona che è venuta a mancare? È un conforto oppure un’illusione dannosa?

“Il lutto della perdita di una persona cara è un evento fisiologico, è una capacità della mente di elaborare quello che in quel momento è venuto a mancare, quella persona che ci è stata cara e che noi abbiamo amato, che ci ha amato, che ci ha protetto, che ci ha sostenuto, che appartiene a una parte del nostro passato, a una parte della nostra vita” spiega Anna Maria Nicolò Corigliano, presidente della Società Psicoanalitica Italiana. “Quindi inevitabilmente il lutto di questa persona comporta anche la paura di perdere delle cose che ci appartengono, che ci sono appartenute e che l’altro rappresentava”.

“Ciò di cui stiamo parlando – continua riferendosi ai chatbot – ha a che fare con una fantasia che possa esistere qualcosa di illimitato: le persone non muoiono e continuano a vivere. Ma questa è evidentemente un’illusione, perché anche se noi riportiamo l’immagine, ciò che una persona ha detto e la sua voce e la ricomponiamo in una specie di ‘personaggio’ che mantiene il rapporto con noi tramite Twitter o tramite la mail, non ci potrà mai essere niente di nuovo. Quindi è qualche cosa d’illusorio che noi ci creiamo, una nostra illusione, che in situazioni estremamente patologiche può diventare una specie di delirio o addirittura di allucinazione per le persone che sono più problematiche. Evidentemente, uno strumento di questo genere che sfida il senso del limite non aiuta l’elaborazione del lutto; crea invece una falsa realtà, che può essere particolarmente patologica”.

Più in generale, è un uso sbagliato della tecnologia che, in casi estremamente delicati, può essere dannosa: “Diventa un trauma terribile quando uno riesce a capire che non ha davanti l’imprevedibilità e la creatività della mente viva” conclude Nicolò. “Perché la mente viva è creativa, è immaginifica, è imprevedibile, è fatta di un corpo che noi tocchiamo ed è qualcosa di assolutamente unico ed è questo che ci permette di restare vivi e in rapporto con la vita. Se noi prendiamo della vita e ne facciamo una finzione, questo può diventare molto pericoloso”.