Papa, “Consultai psicanalista ebrea”. L’esperto”Nessuna contrapposizione con la fede”, QUOTIDIANO.NET, 2 settembre 2017. Intervista a S.Bolognini

www.quotidiano.net    2 settembre 2017 

Papa, “Consultai psicanalista ebrea”. L’esperto”Nessuna contrapposizione con la fede”

Mai un vescovo di Roma aveva dichiarato di aver fatto ricorso alla scienza e alla competenza di un discepolo di Sigmund Freud 

INTRODUZIONE: il commento del dottor Stefano Bolognini, presidente dell’International psychoanalytical association, primo italiano al vertice dell’organizzazione fondata dallo stesso Freud all’inizio del ‘900.  Intervistato sulla scelta di Bergoglio di rendere nota la propria esperienza con un’analista,  Bolognini sottolinea la umanizzazione della figura del  papa e la capacità dello stesso di avvicinarsi alla complessità del rapporto della psicoanalisi con la religione. (Silvia Vessella) 

www.quotidiano.net    2 settembre 2017 

GIOVANNI PANETTIERE

Papa Francesco (Lapresse)

Roma, 2 settembre 2017 – È un papa Francesco che sa ancora stupire quello che, in un libro di conversazioni con il sociologo francese Dominique Wolton, confida di aver “consultato una psicoanalista ebrea”, per sei mesi, una volta alla settimana, quando aveva 42 anni e stava vivendo la fase di passaggio da provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina a rettore del Collegio Máximo in cui si formano i futuri gesuiti del Paese. Mai un vescovo di Roma aveva dichiarato di aver fatto ricorso alla scienza e alla competenza di un discepolo di Sigmund Freud. Certamente non gli immediati predecessori di Francesco, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma nemmeno Giovanni XXIII, il Pontefice a cui l’ex arcivescovo di Buenos Aires viene spesso accostato. Il Papa Buono che con la psicoanalisi è stato tutt’altro che tenero al punto che nel 1961, attraverso il Sant’Uffizio, vietò al clero di praticare l’analisi e ai seminaristi di sottoporvisi. Ci sarebbe voluta l’enciclica ‘Sacerdotalis caelibatus’, firmata da Paolo VI nel 1967, per permettere ai sacerdoti in difficoltà di ricorrere “all’assistenza e all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti”. “Quest’ultime affermazioni di papa Francesco – è il commento del dottor Stefano Bolognini, presidente dell’International psychoanalytical association, primo italiano al vertice dell’organizzazione fondata dallo stesso Freud all’inizio del ‘900 – dimostrano una volta di più che non esiste alcuna contrapposizione tra religione e psicoanalisi. Quest’ultima non ha mai avuto, né vuole avere una funzione morale”.

Chissà, dottore, forse un Papa italiano avrebbe evitato una confidenza così intima come quella fatta da Francesco.

“Questo è vero, date le differenze culturali fra l’Argentina e l’Italia. Nel caso di Bergoglio bisogna considerare come in America Latina, e in particolare modo proprio in Argentina, la psicoanalisi sia molto diffusa a tutti i livelli sociali. Solo un anno fa, mentre mi trovavo a Buenos Aires, sono rimasto molto colpito dalla copertina della più importante rivista locale che riportava in bella evidenza la foto di uno psicoanalista piuttosto noto. Titolo sottostante: ‘Quest’uomo sa tutto del presidente’. Si trattava infatti dell’analista che da 22 anni ha in terapia il capo dello Stato argentino, Mauricio Macri, che evidentemente non si mette troppi scrupoli nel far sapere ai suoi connazionali di essere in analisi dopo essere rimasto traumatizzato da un rapimento che ha subito in passato. In Sud America quindi c’è una certa facilità, del tutto inusuale in Italia, nel dichiarare la propria riconoscenza, alle volte il proprio debito, nei confronti della psicoanalisi”.

Ma, a conti fatti, quella di papa Bergoglio può considerarsi una vera analisi?

“La sua è una confidenza molto misurata. Esprime un elemento fortemente umano, nei modi a lui più congeniali, dicendo di aver ricevuto un aiuto da una psicoanalista. Tuttavia, non si può parlare di analisi in senso stretto. Il futuro Pontefice si recò dalla specialista per sei mesi soltanto, per giunta appena una volta a settimana. La psicoanalisi dura di più e necessita di un numero maggiore di sedute. Direi che si è trattato piuttosto di un trattamento psicoterapico condotto da un’analista”.

Stando alla puntualizzazione del Papa, la terapeuta è stata “al suo posto”.

“Con questa precisazione Francesco tiene a sottolineare come la psicoanalista non abbia preteso di questionare o di entrare più di tanto nelle sue scelte. Questo però è normale, nel senso che un analista mediamente non ha alcuna intenzione di modificare le convinzioni del paziente. Semmai è quest’ultimo che, nel corso del naturale processo del trattamento, può modificare talune posizioni. Così come può anche mantenerle. Ciò che è certa in questa vicenda è la cifra speciale che caratterizza Bergoglio, il quale non compie una scissione forte tra l’uomo e il Papa”.

Per i settori cattolici più tradizionalisti questa si chiama desacralizzazione del ruolo del Pontefice.

“Esattamente, ma con questo non voglio esprimere giudizi, entrando in un campo di applicazione che non è il mio. Mi limito solo a rimarcare la tendenza di Francesco a umanizzare la propria figura e il suo ruolo”.

Da psicoanalista considera sincero questo atteggiamento?

“Direi di sì. A ciò aggiungo che dal punto di vista psicologico Bergoglio manifesta, lo ha fatto in più circostanze, non solo con quest’ultime dichiarazioni, delle tensioni e delle inquietudini emotive che trovo del tutto normali in un soggetto chiamato a ricoprire un ruolo così delicato. Francamente mi stupirei del contrario. Come dire, tali sono la complessità e l’impegno del ministero pontificio che il fatto di avere un Papa che si mostra inquieto e in difficoltà testimonia che ci troviamo innanzi a una persona sufficientemente sana”.

Lei come si spiega che uno dei Pontefici più aperti della storia, Giovanni XXIII, si espresse in maniera così rigida contro la psicoanalisi?

“Bisognerebbe conoscere le motivazioni personali di Roncalli. Sta di fatto che qualche tempo prima del suo ‘monitum’, negli anni ‘50, in Centro America, vi era stato l’esperimento del seminario di Cuernavaca, dove il priore benedettino, dom Grégoire Lemercier, aveva introdotto la psicoanalisi nel percorso di discernimento e formazione dei seminaristi. Risultato, la maggior parte di questi giovani, proprio alla luce delle sedute di analisi, prese coscienza del fatto che quella non era la sua strada e così abbandonò il seminario. Questo evento venne sbandierato in modo fin troppo categorico a suffragio di una sorta di contrapposizione fra religione e psicoanalisi”.

In verità inesistente?

“La visione attuale di molti psicoanalisti è che ci sia un collegamento fra il sentimento religioso e il sentimento definito ‘oceanico’ di fusione con il mondo e con la madre che sarebbe in qualche modo uno degli stadi fisiologici dello sviluppo umano. Questo per dire che oggi le cose sono cambiate e il dualismo è molto meno marcato di un tempo. Tanti sono gli analisti credenti”.

Non pensa che la Chiesa, almeno inizialmente, abbia osteggiato la psicoanalisi in quanto ha intravisto nel lettino del terapeuta un concorrente del confessionale?

“Io credo di sì, di fatto la Gerarchia cattolica osteggiò a lungo il pensiero di Freud e dei suoi successori per una sorta di rivalità e competizione rispetto alla disamina e alla cura di quell’area interna che contraddistingue il genere umano. Cioè il lettino dello psicoanalista finiva per competere con il confessionale. E questo è vero, c’è poco da dire, è la realtà”.

Il padre della psicoanalisi in Italia, Cesare Musatti, descrive la stessa come una sorta di guerra civile all’interno del paziente. Su questo immaginario campo di battaglia il credente deve mettere in conto che può perdere la fede?

“Potrebbe succedere, così come no. Personalmente sono profondamente convinto che esistano vari tipi di fede. Quindi non mi stupirei se alcuni di questi si sgonfiassero e perdessero di vitalità”.

Magari potrebbe svanire quel modo di credere identitario, consegnatoci dalla nostre famiglie e dalla nostra adolescenza.

“Certamente, così come potrebbe restare quale elemento famigliare e culturale, costitutivo dell’identità della persona. Non mi sento di criticare questo modo di vivere la fede. Il giudizio non compete alla psicoanalisi”.