“Parlare per dimenticare” La generazione Bataclan in coda dallo psicologo, LA REPUBBLICA, 22 novembre 2015

Repubblica 22.11.15
“Parlare per dimenticare” La generazione Bataclan in coda dallo psicologo
Nel municipio dell’undicesimo arrondissement hanno allestito un centro per le persone coinvolte nell’attacco del 13 novembre. Catherine ricorda attimo dopo attimo il commando della Seat nera che scende e si mette a sparare. Da giorni non riesce a pensare ad altro. “Ora questi ragazzi hanno tutti il marchio del dolore”
di Giuliano Foschini

PARIGI. Un ragazzo, 25 anni, sorride, si stringe nella pettorina rossa della protezione civile, poggia una mano sulla spalla di Catherine e le apre un sorriso: “Siediti, parliamone”. Poi le offre un bicchiere di the. Al secondo piano del municipio dell’undicesimo arrondissement c’è una stanza, imponente ed elegante come tutto il palazzo di place Leon Blum, assai stretta e molto lunga. Squadrata. Eppure somiglia a un labirinto. Qui dentro, infatti, da dieci giorni si sta raccogliendo gente che si è persa, smarrita dietro gli spari, ingoiata dalle facce feroci di Salah, Abaaoud e i suoi amici, ragazzi e ragazze sfregiati dal colore del sangue, dal rumore delle urla e dei vetri rotti sotto i piedi. Qui dentro ci vengono le altre vittime del 13 novembre, quelli che non sono morti. Ma un po’ è come se lo fossero.
Il municipio ha attrezzato in questa sala un grande centro di ascolto psicologico per tutti coloro che hanno, in qualche maniera, vissuto l’attacco del 13 novembre: volontari della protezione civile a fare da accoglienza. Psicologi, nascosti dietro dei box, pronti ad ascoltarti e a offrirti il loro supporto. Sono quasi diecimila le persone già passate dall’undicesimo, “duemila nel prime 48 ore” racconta il dottor Eric Cheucle, psichiatra, che da Lione è arrivato sabato mattina per prestare soccorso ai ragazzi e alle ragazze quando ancora nell’aria si sentiva l’odore della polvere da sparo. “Hanno bisogno di parlare. Parlare, parlare e poi ancora parlare. E’ l’unica maniera che hanno poi per dimenticare”. Catherine non lo ha fatto. Era in una delle ragazze del Carillon. Ricorda attimo dopo attimo il commando della Seat Nera che scende e si mette a sparare. Quando sono arrivati si è raccolta come una pallina di lana sotto i tavolini. E si è salvata, forse. Il ragazzone dell’accoglienza le passa le mani per i capelli. E lei non smette di piangere. Prova a calmarla. In mano ha uno dei questionari. Ci metterà qualche minuto prima che la ragazza riesca, semplicemente, riesca a dirgli il suo nome. Funziona così: arrivi all’ingresso e comunichi ai poliziotti di guardia che hai bisogno di un aiuto, che tu sei uno di quelli dell’XI. Non chiedono niente. Semplicemente ti sorridono. E una ragazza, ugualmente gentile, ti chiede di seguirla. Si attraverso tutto il palazzo, così grande da occupare praticamente un intero isolato. Si attraversano un paio di androni, nel secondo ci sono tre ragazze che hanno gli occhi bassi e non parlano tra loro. Una sta sbriciolando tabacco in una cartina piccola. Alza la testa: e ti chiede, “anche tu?”. E’ come se avessero un marchio quelli della Generazione Bataclan. Il marchio del dolore.
L’accompagnatrice ti accompagna lungo le scale. Secondo piano. Si apre un lungo corridoio, subito davanti. Sulla destra, sotto i finestroni, ci sono una fila di sedie. Saranno una ventina. Almeno la metà sono occupate. Ad accoglierti ci sono altre due persone con la pettorina della Protezione civile, mentre quella che ti ha accompagnato riprende la strada dell’ingresso, pronta ad accogliere nuove anime in pena. Sulla sinistra, subito dopo la porta, è imbandito un piccolo buffet: the, caffè, fette biscottate, marmellata. La signora, una cinquantina d’anni, ti fa segno di accomodare. La sedia accanto è quella di Catherine. In mano ha un prestampato scritto in nero, grassetto, un questionario fitto lungo una pagina. Ci sono le indicazioni anagrafiche e poi tutta una serie di domande spiazzanti: “Sei stato nell’attacco?”, “sei stato ferito?”, “è morto un tuo parente?”, “un tuo amico?”, “hai sentito gli spari?”, “hai paura a uscire di casa?”, e poi giù una serie di domande. Il primo screening tocca ai volontari. Un quarto d’ora di attesa, circa, e poi si viene smistati dai vari professionisti “Questo – raccontano gli assistenti – è un municipio particolare: Charlie, prima. Ora i Cafè, il Bataclan. I poliziotti hanno visto uccidere un loro collega dai terroristi e ora sono tornati per strada a raccogliere pezzi di ragazzi. Ne abbiamo dovuti assistere molti in questi giorni. Hanno paura del loro lavoro”. “Il trauma – racconta il dottor Chaucle, che è corso da Lione a Parigi, la notte della strada, poi è tornato a casa ma presto sarà ancora nella capitale – è diverso da quello che può accadere durante una catastrofe naturale, penso a un terremoto: qui c’è un cattivo che ti vuole fare male. E allora dobbiamo aiutarli a controllare le emozioni: che è rabbia, ma soprattutto sofferenza, dolore. Si apre una ferita subito. E il nostro ruolo è quella di non farla diventare infetta, soprattutto per il futuro. Sulle cicatrici non possiamo fare nulla, ma è necessario elaborare subito per evitare che possa affiorare domani qualcosa di brutto. Molto brutto.”. La migliore medicina, dunque, è parlare. Anche con i bambini: all’undicesimo hanno i cassetti pieni di disegni. Ne tirano fuori una decina. Sono tutti molto colorati.