Quel che resta dei sogni,LA REPUBBLICA ,16 ottobre 2012

INTRODUZIONE: una coppia prolifica i colleghi Domenico Chianese  e Andreina Fontana, che curano la pubblicazione di un secondo libro,”Per il  sapere dei sensi” con la collaborazione di molti colleghi della Società Psicoanalitica Italiana.

Intervistato da Luciana Sica, Chianese spiega come, dopo essersi interessati nel precedente lavoro del tema dell’immagine in psicoanalisi, la loro ricerca si sia indirizzata verso un’altro tema centrale per la psicoanalisi, quello del sogno, rilevandone l’importanza ancor oggi  come il “sismografo” capace di registrare i movimenti tellurici dell’uomo del nostro tempo” (Silvia Vessella)

Repubblica 16.10.12
 

Quel che resta dei sogni


Lo psicoanalista Chianese spiega come le ansie di oggi condizionino le immagini notturne


“La paura del futuro cambia il nostro mondo onirico”


di Luciana Sica



«Anche nei sogni si esprime il nuovo disagio della civiltà dell’uomo moderno. Penso soprattutto a quei sogni angoscianti di cadute, smarrimenti, strade sbarrate che spesso fanno i pazienti più giovani… Saranno senz’altro determinati dal passato dei singoli sognatori, ma colgono anche il momento storico che viviamo. È così, del resto, che funziona la mente umana, con uno scambio continuo tra il “mondo” e lo “psichico”: compreso l’inconscio che, per dirla con Kaës, “sente l’angoscia del futuro”. Un sentimento che si è fatto particolarmente acuto oggi, nel pieno di una svolta epocale ancora poco decifrabile. Nei sogni affiorano le paure più profonde, “originarie”, ma anche la condizione di incertezza, l’inquietudine, lo smarrimento, l’ansia, l’assenza dolorosa di orizzonti. È allora anche per un senso di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni che noi analisti abbiamo il dovere di comprendere la realtà contemporanea, seguendo l’esempio di Freud che – usando l’espressione di Warburg – fu un “sismografo” capace di registrare i movimenti tellurici dell’uomo del suo tempo». Mentre è Einaudi a ripubblicare in una nuova traduzione L’interpretazione dei sogni, quel classico freudiano che più di un secolo fa ha rivoluzionato la cultura occidentale, oggi a parlare del nostro sognare – ad occhi chiusi e ad occhi aperti – è un analista che ha fatto delle immagini un campo di ricerca originalissimo: Domenico Chianese, 64 anni, ex presidente della Società psicoanalitica italiana. Un paio d’anni fa ha firmato con la moglie – l’analista Andreina Fontana – Immaginando, libro di un certo successo sull’importanza del “visivo” in psicoanalisi (uscirà anche in Francia, la prossima primavera).
Ora, sulla scia di quel lavoro dal tratto decisamente innovativo, la stessa coppia cura un volume a più voci sulla funzione che hanno le immagini nella terapia, nell’arte e nella stessa costruzione della conoscenza. Tra gli autori, ci sono analisti di vari indirizzi come lo junghiano Paolo Aite o il bioniano Antonino Ferro, ma anche la filosofa Silvana Borutti, il filologo Corrado Bologna, e personaggi un po’ a metà tra la psicoanalisi e l’arte contemporanea come Stefania Salvadori e Leonardo Albrigo.
Per un sapere dei sensi è il titolo di questo libro che rappresenta il contributo finora più esteso e approfondito sulle immagini in campo analitico (Alpes, pagg. 392, euro 35).
Lei e sua moglie sembrate catturati dalle immagini. E lavorate insieme, scrivendo a quattro mani… Come mai?
«Io e Andreina siamo uniti da una vita e da tante cose: il mestiere di analisti, naturalmente, ma anche la passione per il mondo dell’arte. Così, dopo i nostri tre figli, ora facciamo libri… Quanto ai nostri studi sulle immagini, ma non sono loro che hanno fatto nascere la psicoanalisi, non è sul sogno che Freud fonda il suo “discorso”? L’ha chiamata “la forza sensoriale delle immagini oniriche”, per quel potere che hanno di coinvolgerci, per il “visivo” che attira: i luoghi sconosciuti, i corpi spesso ignoti, le scene bizzarre… Quella del sogno è un’esperienza dei sensi, un’esperienza estetica che non va considerata una dimensione ornamentale dell’identità umana perché invece ne rappresenta uno dei fondamenti. Sappiamo con Kant che immaginazione e intelletto si incontrano e si cercano e che il sapere estetico non è un meno rispetto al sapere logico. E per quanto il tono sia profetico, sono d’accordo con Adrian Stokes che amava dire “un giorno gli uomini impareranno a considerare la salute mentale come una conquista estetica”».
È però con le parole che i sogni vengono raccontati e poi interpretati: col rischio di dissolvere ogni emozione, non crede?
«Le immagini del sogno, le parole della veglia… Come far parlare le immagini del sogno senza distruggerle? Questo problema travaglia in ogni istante l’esperienza dell’analista all’ascolto dei pazienti. Di fronte a un sogno e alla sua poetica, spesso ci coglie il timore di sciuparlo con le nostre parole, consapevoli che la verbalità manca sempre le immagini del sogno, la sua preziosa opera simbolica. La parola interpretante dell’analista può “spiegare” il sogno, può riportare i simboli alla loro presunta genesi, sempre però col rischio di depotenziarlo. In realtà la linguistica e la semeiotica non ci hanno aiutato fino in fondo a comprendere il linguaggio nel lavoro analitico. Di qui il frequente ricorso al linguaggio poetico, metaforico, aforistico degli analisti che riesce a coniugare la potenzialità del senso (semantico) con la potenza del senso (sensoriale)».
Non sogniamo però solo di notte, sogniamo anche ad occhi aperti, da svegli. Un’attività onirica altrettanto inconscia non avviene anche durante il giorno?
«Certamente, anzi direi che sognare di notte e di giorno può salvarci dalla follia, dalla severità delle patologie. È noto l’adagio di Julia Kristeva che ricorda come “in questa vita di tutti i giorni, impazienti di guadagnare, consumare, non si ha né il tempo né lo spazio per farsi un’anima”. Potremmo aggiungere che non c’è il tempo né lo spazio per sognare… Più di ieri, oggi in analisi arrivano persone che dicono di non sognare, e spesso ne passa di tempo, ma poi all’improvviso ecco un sogno che dischiude un mondo: sono i momenti più felici nella cura analitica, perché implicano la costruzione di uno spazio psichico che ha potuto accoglierlo, quel sogno… Sono soprattutto i nostri rapporti con le cose e con gli altri che spesso hanno un carattere onirico: lo dice Bion che parla di “pensiero onirico allo stato di veglia”, di un sentire-pensare per immagini, di
rêverie – da rêver, in francese sognare. Ma anche in questo caso gli analisi sono stati preceduti dai poeti. Nei Petits poèmes en prose, Baudelaire parla della forza
dell’immaginazione in cui l’Io si dissolve: “Le cose pensano attraverso me e io penso attraverso esse, esse pensano musicalmente e pittoricamente, senza arguzie, senza sillogismi, senza deduzioni”».
Un grande analista britannico, com’è Christopher Bollas, recupera il sogno nella sua dimensione “antica” di incontro con il destino. Suggestivo. Anche convincente?
«Nel mondo antico, esistevano delle istituzioni che funzionavano da scambio tra il notturno e il diurno, luoghi privilegiati come il tempio o la boscaglia. Nella nostra civiltà la stanza d’analisi è diventato il luogo deputato a quello scambio che coinvolge profondamente l’analista e il paziente: in una certa misura, l’antico approccio al sogno permane anche nella pratica analitica. Non a caso Bollas parla del sogno come “modernoracola”, come erede dell’oracolo antico, e certamente c’è saggezza nel sogno, in quanto portatore dei significati umani più profondi, abitato dalle dimensioni originarie dell’esistenza: il tempo dell’origine, chiuso in se stesso con tutto il suo carico di nostalgia, ma anche il tempo del futuro. Ora, se il sogno non è solo ciò che resuscita del passato, ma anche quel che annuncia del nostro vivere, possiamo dire che l’uomo nel sogno incontra il suo destino».