Se la psicoanalisi mette il mondo sul lettino, LA REPUBBLICA, 6 ottobre 2012

Introduzione :  Uno psicoanalista  musulmano o un indiano,si chiede Luciana Sica , in cosa cambierà il suo operare a causa delle condizioni sociali o culturali diverse? Risponde Lorena Preta che di certo  Il trapiantare la psiconanalisi in paesi così diversi  porta anche qui “la peste” come ai tempi di Freud.

Provano a rispondere con lei gli psicoanalisti I.P.A. Fausto Petrella, Fethi Benslama, Gohar Homayounpour, Maurizio Balsamo, Vanna Berlincioni, Daniela Scotto di Fasano e gli studiosi Livio Boni e Marco Francesconi. (Silvia Vessella)   

 

 

Se la psicoanalisi mette il mondo sul lettino

Come cambia la sua funzione in altre culture

 

Oggi a Pavia si tiene un seminario internazionale intitolato “Geografie della psicoanalisi”, di Luciana Sica (la Repubblica, 06.10.12)

 

Un musulmano in analisi si stenderà tranquillamente sul lettino? Probabilmente no, tanto più se l’analista è una donna. La posizione sdraiata potrebbe restituirgli un senso di sottomissione, non sempre accettabile. Anche la paziente islamica tenderà a preferire il vis-à-vis, non avere seduto alle spalle l’analista, ma di fronte, guardarlo negli occhi. Seppure per la ragione opposta, perché il lettino – quella situazione inevitabilmente seduttiva – potrebbe rappresentare per lei l’umiliante conferma di un ruolo subordinato. Del resto, questo fa la psicoanalisi quando si misura con la cultura di certi Paesi: tende a recuperare il femminile, mettendo in discussione la figura del padre dominante. E questo – per dire – fa anche in India, dove la neutralità analitica deve tener conto della particolare richiesta di calore, di “compassione”, come tratto culturale caratteristico di quella vasta regione: lì, in terapia, oltre alle parole saranno particolarmente importanti i gesti, l’intonazione della voce, le espressioni facciali.

Sono solo esempi, ma rendono con immediatezza il senso di un interrogativo obbligato per gli epigoni di Freud: che ne è infatti della “loro” psicoanalisi quando s’innesta in culture completamente diverse da quella occidentale? La grande diffusione di una disciplina eternamente sotto attacco si direbbe una buona notizia per chi ne difende la vitalità intellettuale e terapeutica, le sofisticate teorie e la qualità della clinica. Ma – aldilà dei facili trionfalismi – il sapere freudiano, che tanto si è evoluto nel corso di oltre un secolo, “trapiantato” se non “esportato” in contesti lontani e in più differenti tra loro solleva anche una gran quantità di problemi, e non di non poco conto.

A occuparsi di una questione poco esplorata e attualissima, è un seminario internazionale in programma domani al Collegio Ghislieri di Pavia. Con un titolo – Geografie della psicoanalisi – che rimanda a un numero della rivista Psiche, presentato al congresso di Pechino dell’International Psychoanalytical Association (l’istituzione fondata da Freud nel 1910, dodicimila iscritti in tutto il mondo).

Per dieci anni alla guida di quel periodico molto apprezzato, firma al femminile del mondo freudiano, è Lorena Preta la principale artefice di un appuntamento su “le molte psicoanalisi” disseminate nelle varie aree del mondo, in particolare in India e nei paesi dell’Islam. «Sembra una contraddizione – dice lei – ma la psicoanalisi è in crisi e in crescita nello stesso tempo, perché da un lato deve misurarsi con il ricorso diffusissimo agli psicofarmaci e le terapie brevi che promettono miracoli, dall’altro è considerata sempre più importante nei Paesi asiatici e musulmani… “Non sanno che portiamo la peste”, è la celebre frase di Freud in viaggio per New York.

Oggi si direbbe che tutto il mondo è stato “appestato”, ma è la funzione della psicoanalisi che tende a cambiare, a seconda dei contesti. Se da noi, in Occidente, l’analisi tende a ricomporre le parti spesso frammentate di soggetti disorientati e privi di riferimenti sia psichici che sociali, altrove non è così. Nel mondo orientale spesso ci sono regimi totalitari o anche apparati religiosi che impongono comportamenti rigidissimi. In quelle realtà i pazienti cercano soprattutto di emanciparsi dal controllo del gruppo, di conquistare spazi di libertà individuale».

 Oltre alla Preta, a Pavia prenderanno la parola analisti come Fausto Petrella e Maurizio Balsamo, Vanna Berlincioni e Daniela Scotto di Fasano, due docenti universitari – Marco Francesconi che insegna a Pavia e Livio Boni, professore a Tolosa, grande esperto della cultura indiana – ma sono attesi soprattutto gli interventi di Fethi Benslama, docente maghrebino a Parigi e fondatore dell’Association Psychanalytique Marocaine, e dell’iraniana Gohar Homayounpour, didatta del Teheran Psychoanalytic Institute. Saranno loro a dire se nel mondo la psicoanalisi sta producendo nuovi ibridi “sulle spalle di Freud” o se almeno i principi classici fondamentali restano salvi. A cominciare dalla centralità dell’inconscio nel funzionamento della mente umana – ovunque, da sempre.