Shiva sul lettino di Freud la nostra psiche vista da Oriente, LA REPUBBLICA, 23 giugno 2017

Repubblica 23 giugno 2017

Shiva sul lettino di Freud la nostra psiche vista da Oriente 

INTRODUZIONE: Il Convegno promosso dal Centro di Psicoanalisi romano e dal  Centro Psicoanalitico di Roma, (a Roma nella sede del Centro di via Panama oggi 23 giugno e domani), dal titolo “Geografie della psicoanalisi “ offre una interessante occasione di incontro  tra psicoanalisti e studiosi di parti lontane del mondo. Sudhir Kakar sottolinea l’importanza de“l’inconscio culturale”, che ha indirizzato  le scelte teoriche della psicoanalisi occidentale, e che,  strettamente  connesso con l’inconscio individuale nella psiche, modella le scelte di vita. (Silvia Vessella)

Repubblica 23 giugno 2017

SUDHIR KAKAR

Le idee

L’Occidente considera universali i suoi concetti della mente, del sé, della sessualità. Ma lo studioso e terapista indiano Sudhir Kakar ci spiega come questi elementi variano in base alle diverse culture

La cultura non è un sistema astratto di idee ma qualcosa che informa le nostre attività quotidiane mentre allo stesso tempo ci guida lungo il percorso della vita. Come comportarsi verso i superiori e i sottoposti nelle organizzazioni, i tipi di cibo più adatti per una vita sana, la rete di doveri e obblighi verso la famiglia – tutte queste cose sono influenzate dalla nostra cultura tanto quanto lo sono le idee che riguardano una vita realizzata, rapporti adeguati tra i sessi o la nostra relazione con la divinità. Per oltre un secolo il “terroir” della psicoanalisi, per usare il termine del mio collega Anurag Mishra, è stato e continua ad essere occidentale. Contiene numerose idee e ideali culturali dell’Occidente che permeano le teorie e la pratica psicoterapeutica. Condivise da analisti e pazienti e presenti nello spazio analitico in cui i due si muovono, le idee fondamentali sui rapporti umani, la famiglia, il matrimonio, il maschile e il femminile e così via, che sono essenzialmente di origine culturale, spesso non vengono analizzate e vengono considerate universalmente valide. Ora, noi sappiamo che ogni forma di terapia è anche una inculturazione. In psicoanalisi un paziente alle prese con l’amore di transfert diventa particolarmente sensibile ai suggerimenti del suo analista sui valori. L’analizzando fa presto a cogliere i suggerimenti che inconsciamente modellano le sue reazioni perché è spinto dall’obiettivo primario di far piacere e di essere gradito agli occhi dell’amato analista. Il suo bisogno chi essere “capito” dall’analista dà origine a una forza inconscia che lo spinge a tenere sottotono le parti culturali del suo sé che pensa siano troppo lontane dall’esperienza dell’analista.

Permettetemi a questo punto di fare un solo esempio sul ruolo fondamentale della cultura nel modellare la psiche e sui problemi che ciò pone per la teoria e la pratica psicoanalitica: l’importanza nella cultura indù-indiana della connessione. Che si riflette sull’immagine del corpo, un elemento fondamentale nello sviluppo della mente. Secondo Ayurveda il corpo è intimamente connesso alla natura e al cosmo e non c’è nulla nella natura che non sia rilevante per la medicina. L’immagine del corpo degli indiani quindi sottolinea un incessante interscambio con l’ambiente. Inoltre, secondo gli indiani, non c’è una sostanziale differenza tra il corpo e la mente. Il corpo è semplicemente una forma grezza di materia ( sthulasharira),così come la mente è una forma più tenue della stessa materia ( sukshmasharira); entrambi sono forme diverse della stessa materia corpo-mente, sharira.

Invece l’immagine occidentale è quella di un corpo chiaramente conchiuso, nettamente differenziato dal resto degli oggetti dell’universo. Questa idea del corpo come una roccaforte sicura dotata di numero limitato di ponti levatoi che mantengono un tenue contatto con il mondo esterno ha notevoli conseguenze. Sembra che il discorso occidentale, sia scientifico che artistico, si occupi principalmente di ciò che avviene dentro la fortezza del corpo dell’individuo. Gli aspetti naturali dell’ambiente – la qualità dell’aria, la quantità di luce solare, la presenza di uccelli e animali, di piante e alberi – se mai vengono presi in considerazione, sono considerati a priori come irrilevanti per lo sviluppo intellettuale ed emotivo. A volte mi chiedo se l’assenza dell’ambiente nei casi clinici o nelle teorie degli occidentali sia anche connessa all’ubicazione della psicoanalisi, alle sue origini in un paese freddo in cui terapista e paziente hanno bisogno di stare chiusi in una stanza al caldo e in cui anche il modello più antico, quello del confessionale, prevedeva uno spazio chiuso. Se la psicoanalisi fosse nata in India, mi domando se non avrebbe seguito il modello tradizionale del guru e del discepolo le cui interazioni avvengono all’aperto, all’ombra di un albero.

Per tornare al corpo, vorrei anche dire che la cultura organizza la differenziazione tra i sessi e la profonda convinzione che gli esseri umani sono maschi o femmine. Ciò appare evidente se pensiamo alle sculture greche e romane che hanno tanto influenzato la rappresentazione dei generi in Occidente. In essa gli dei maschi sono rappresentati con corpi duri e muscolosi sul cui petto non c’è traccia di grasso. Confrontiamoli con le rappresentazioni scolpite delle divinità indù o del Budda che hanno corpi più morbidi e flessuosi con un accenno di seno, più vicini alle forme femminili. Questa minimizzazione della differenza tra la rappresentazione dei maschi e delle femmine culmina nella forma del grande dio Shiva, mezzo maschio e mezzo femmina, che viene rappresentato con le caratteristiche sessuali secondarie di entrambi i sessi.

La connessione indica anche un’altra direzione per spiegare il mistero della coscienza, il sacro Graal sia della biologia che della psicologia. Nella attuale posizione elevata goduta dalle neuroscienze si ritiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello che deriva dai processi che avvengono in un cervello incapsulato. Secondo gli indiani il cervello non può essere visto come l’origine della coscienza ma come un filtro attraverso il quale una coscienza che tutto pervade passa per diventare la coscienza personale.

A differenza di quella dell’Occidente contemporaneo, l’idea indiana del sé non è quella di un’individualità unica auto-conchiusa. La persona indiana non è un centro di consapevolezza auto- contenuto che interagisce con altri individui simili. Invece nell’immagine dominante della cultura il sé è costituito da rapporti. Tutti gli affetti, i bisogni e le motivazioni sono relazionali. E le sofferenze sono disturbi delle relazioni – non solo con l’ordine umano ma anche con quello naturale e cosmico.

Il mio progetto personale di “traduzione” negli ultimi quarant’anni di lavoro con pazienti indiani e occidentali è stato guidato da un’immagine della psiche in cui l’inconscio individuale dinamico e l’inconscio culturale sono strettamente collegati e l’uno arricchisce, vincola e modella l’altro mentre evolvono contemporaneamente insieme nella vita.

L’autore, classe 1938, è uno psicoanalista, studioso e scrittore indiano. In Italia è appena uscito il suo libroCultura e Psiche ( Alpes, prefazione di Alfredo Lombardozzi, pagg. 142, euro 15) da cui questo testo è tratto

GLI INCONTRI 

“GEOGRAFIE DELLA PSICOANALISI”

È questo il titolo della due giorni di incontri e di studi organizzata dal Centro di Psicoanalisi Romano e dal Centro Psicoanalitico di Roma e che si tiene oggi e domani a Roma, in via Panama 48. Un’occasione per approfondire i temi della psicoanalisi in riferimento, in particolare, alle diverse tradizioni culturali. Oggi il programma si svolge tra le 21 e le 23, e dopo l’introduzione di Alfredo Lombardozzi e Lucia Monterosa prevede l’incontro con Sudhir Kakar ( nella foto). Domani, tra le 9,30 e le 13,30, ci saranno l’introduzione di Lorena Preta e poi gli interventi ( nell’ordine) di Gohar Homayounpour e Jeanne Wolff Bernstein